Sono entrati prepotentemente nella nostra vita. Ogni giorno ascoltiamo bollettini, vediamo tabelle, osserviamo grafici. Cerchiamo segni di speranza: linee che discendano o curve che appiattiscano.

Non ci sono mai stati troppo simpatici e ora lo sono ancor meno. Numeri, una successione ordinata e crescente.

Ma siamo sicuri che siano in grado di restituirci la complessità del fenomeno e dell’esperienza?

 

Trattiamo numeri o dati? I dati sono numeri?

No, i dati non sono solo numeri. Ecco perché.

Il dato è ricerca di conoscenza. Estrazione di informazione, costruzione di ipotesi. Analizzare i dati vuol dire individuare strutture, pattern, da cui partire per generare senso. Il dato è l’inizio di un percorso di esplorazione, non è la fine. Non è mera rappresentazione fine a se stessa.

Il dato dà forma alle nostre identità. Il browser che utilizziamo per esplorare il web contribuisce a generare una nostra unica e tracciabile identità (cookie ID); ogni nostro dispositivo, cellulare o tablet che sia, contribuisce tracciare la nostraidentità attraverso i nostri comportamenti (device ID); in ogni social che frequentiamo creiamo un nostro chiaro profilo (chi siamo, cosa pensiamo chi sono i nostri amici…), una vera e propria carta d’identità.

Le piattaforme orientano il nostro comportamento e costruiscono le nostre identità. Sorvegliano ciò che facciamo, rielaborano i dati che lasciamo e ci restituiscono una rappresentazione di noi stessi. Filtrano le informazioni, determinano con chi entriamo più frequentemente in relazione, ci propongono una visione della realtà. Gli algoritmi codificano e ci narrano il mondo, cambiano il nostro modo di percepire chi siamo, danno vita a identità collettive e temporanee. La nostra identità è relazionale, plasmata sempre più attraverso il racconto degli altri. È impossibile isolare un singolo nodo senza tener conto degli archi (legami) che forma con gli altri nodi della rete.

Gli algoritmi imparano dalle nostre scelte e immaginano quello che saremo in futuro, ma si tratta di un futuro a breve termine. Il digitale proietta una piccola parte di futuro sulla nostra vita. Ma la complessità e l’incertezza sono due condizioni che portano ad abbandonare piani e previsioni. È importante integrare i modelli di analisi lineare con modelli di conoscenza abduttiva, “indiziaria”. Guidare l’esplorazione dei dati attraverso la decifrazione di segni, l’individuazione di “indizi”, che consentano di costruire ipotesi e scenari. Risalire da una grande mole di dati, a prima vista “caotici”, a ipotesi su una realtà complessa e non direttamente verificabile. Sperimentare, senza sapere in anticipo ciò che si troverà, e imparare a pensare il futuro. Non per prevedere ciò che accadrà, ma per sapere come reagire a ciò che potrebbe accadere e tentare di orientarne la direzione.

Il dato è ricerca di uno spazio per il pensiero. E il pensiero stabilisce relazioni tra oggetti, fatti, elementi, tracce… Il pensiero evidenzia differenze, riconosce somiglianze. Non si accontenta di semplici statistiche descrittive che narrano la storia attraverso distribuzioni univariate o bivariate. Il pensiero ha bisogno di accogliere complessità, di guardare alla multidimensionalità dei fenomeni. Ha bisogno di analisi multivariate che evidenzino e diano senso ai forti legami di similarità all’interno di raggruppamenti o cluster e alle distanze e contrapposizioni tra di essi.

C’è bisogno di competenza. La competenza come valore. Stabilire nessi e aiutare i contesti a pensare. Tessere relazioni entro cui sollecitare pensiero generativo di senso. Espandere quelle aree di libertà che potrebbero essere minacciate dal condizionamento algoritmico. È necessario tornare a investire sulla competenza, sulla creatività, sulla voglia di innovare, sulla spinta al cambiamento: colonne portanti della convivenza.

Così, a cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi.” (Italo Calvino, Lezioni Americane)