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		<title>La Valorizzazione Dei Beni Culturali: un Volano Per Lo Sviluppo?</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 14:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="87" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/bibliotecavuota_cropped.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="bibliotecavuota_cropped" title="bibliotecavuota_cropped" /></p>L’Italia dispone di un patrimonio inestimabile ed ineguagliato in termini storico, artistico e culturali che, se adeguatamente valorizzato, potrebbe costituire un motore di sviluppo per intere città e territori. Purtroppo non sempre ed ovunque tale logica prevale. Spesso, beni di incomparabile bellezza e pregio sono abbandonati all’usura del tempo oppure, nella migliore delle ipotesi, finiscono per costituire una voce di costo che, in epoca di crisi, si fatica sempre più a giustificare.
<a rel="attachment wp-att-5154" href="http://www.generativita.it/introduzione/mappa-del-problema/2013/05/05/la-valorizzazione-dei-beni-culturali-un-volano-per-lo-sviluppo/attachment/chiostro-di-levante/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5154" title="Chiostro di levante" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/Chiostro-di-levante-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>
<a title="La Memoria e l’Anima. Riconoscimento, Responsabilità, Valorizzazione" href="http://www.generativita.it/introduzione/mappa-del-problema/2013/05/05/la-memoria-e-lanima-riconoscimento-responsabilita-valorizzazione/">Ad introdurre il tema e la sua complessità</a> è la professoressa Paola Fandella, Coordinatrice del Corso in Economia e gestione dei beni Culturali e dello Spettacolo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.  Come ben chiarisce Paola, la valorizzazione dei beni storici, artistici e culturali non può essere ridotta ad una pura questione gestionale o organizzativa. Si tratta di una azione culturale essa stessa poiché essa parte dalla capacità di riconoscimento “<em>di ognuno di noi nel patrimonio d’arte in cui abbiamo la fortuna di vivere</em>”. A tale capacità di conservazione e valorizzazione occorre dunque educare e rieducarsi,  in un percorso di progressiva corresponsabilizzazione personale e collettiva nei confronti di una eredità <em>che non ha eguali nel mondo”</em> ed attorno alla quale è possibile ricostruire nuove trame identitarie e nuovi percorsi di sviluppo socio-economico.
Ilde Rizzo, docente di Scienza delle finanze nell’Università di Catania e componente dell’Executive Board dall’ <em>Association for Cultural Economics International</em>, <a title="Ente Pubblico e Valorizzazione del Patrimonio Storico-Artistico: Quali Politiche?" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/05/ente-pubblico-e-valorizzazione-del-patrimonio-storico-artistico-quali-politiche/">suggerisce come l’assunzione di prospettive differenti</a> rispetto alla questione della valorizzazione del  nostro patrimonio storico-artistico e culturale possa generare (o degenerare in) traiettorie molto differenti rispetto alla possibilità di produzione di valore condiviso. Non raramente nel nostro Paese si afferma una visione statica, solo conservativa che cristallizza ed ingessa non solo il bene ma anche le possibilità di dialogo tra soggetti  e settori. Il ruolo delle istituzioni appare dunque cruciale quale catalizzatore di risorse, facilitatore di un pensiero integrato e  sperimentatore di pratiche innovative.
<a rel="attachment wp-att-5155" href="http://www.generativita.it/introduzione/mappa-del-problema/2013/05/05/la-valorizzazione-dei-beni-culturali-un-volano-per-lo-sviluppo/attachment/biblioteca_500-3/"><img class="alignright size-full wp-image-5155" title="biblioteca_500" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/biblioteca_5002.jpg" alt="" width="187" height="97" /></a>Catanese è anche l’esperienza che proponiamo nel racconto del mese. Parliamo dell’<a title="Officine Culturali" href="http://www.generativita.it/introduzione/racconti/2013/05/04/officine-culturali/">associazione Officine Culturali</a>, un’iniziativa nata nel 2010 per contribuire concretamente alla valorizzazione del Monastero dei Benedettini di Catania. L’esperienza di Officine Culturali ci offre un valido esempio di come sia possibile  rispondere generativamente – ovvero producendo nuovo valore economico e sociale – alla mancata valorizzazione del nostro patrimonio culturale.
<a title="Officine Culturali. Produrre Cultura per Generare Sviluppo" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/04/officine-culturali-produrre-cultura-per-generare-sviluppo/">Il significato di  Officine Culturali</a> è analizzato dalla nostra  Patrizia Cappelletti che legge il percorso di valorizzazione nei termini di <em>“riconoscimento di un valore – quello di una eredità culturale – da cui si originano e si affermano nuovi valori</em>”. Questo riconoscimento è la scoperta di una appartenenza reciproca tra noi e il bene, una città e quel bene, dentro la riscoperta di una comune radice identitaria e di un rapporto di reciprocità da cui si originano diritti – al godimento di quel patrimonio – e di doveri – di custodia, elevazione e trasmissione dello stesso alle generazioni future.
<img class="alignleft" title="Soho, New York" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/95/Niblo%27s_Garden_c.1887.jpg" alt="" width="446" height="329" />Le città possono aprirsi allo sviluppo a partire dalla valorizzazione di un bene culturale ereditato dal passato,oppure trarre nuovo impulso all’innovazione offerta da nuove produzioni culturali. <a title="Artists are good for urban regeneration" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/05/artists-are-good-for-urban-regeneration/">E’ il caso del quartiere newyorkese di Soho</a>, la cui storia viene riletta da Arjo Klamer, docente di  Cultural Economics presso la Erasmus University di Rotterdam e che ha condotto una ricerca per conto del Parlamento Europeo sui temi del finanziamento alle arti e alla cultura in Europa.
Quali i maggiori problemi da affrontare nel caso in cui decidessimo di intraprendere un percorso di riscatto e di valorizzazione di un bene storico-artistico e culturale?
<a title="Valorizzare si Può – ma in Italia, che Fatica" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/05/valorizzare-si-puo-ma-in-italia-che-fatica/">Ce ne parla Marco Giavazzi</a>, sindaco di San Benedetto Po (Mn), caso già raccontato dall’Archivio della generatività italiana. Molto coraggiosamente, alcuni anni fa, Giavazzi ha avviato un analogo percorso di valorizzazione di uno dei complessi monastici benedettivi più importanti d’Europa. Un caso che oggi possiamo definire di successo vista la creazione di un vero e proprio sistema di sviluppo integrato locale, che solo il terremoto ha fatto vacillare ma non ha arrestato. Numerosissimi i riconoscimenti raccolti a livello nazionale ed internazionale. Tra questi l’inserimento nella lista dei Borghi più belli d’Italia.
Giavazzi illumina un percorso di valorizzazione integrale affascinante ma indubbiamente complesso che ha richiesto notevoli capacità di intrapresa e di networking locali e sovra locali, una grande capacità di visione e di passione, l’abilità a  mobilitare competenze raffinate ed elevate professionalità, di bilanciamento tra investimento sul bene singolo e più diffusamente  sul contesto ospitante. I maggiori problemi sono dati dalla frammentazione degli interventi e dalla mancanza di una regia unitaria, con il rischio di un’autoimprenditorialità fin troppo onerosa.
Se nel nostro Paese c’è ancora molto da fare, la disponibilità di un  patrimonio culturale di indicibile valore che attende solo di essere valorizzato per creare sviluppo è un invito all’intrapresa generativa e all’innovazione sociale.]]></description>
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		<title>Valorizzazione: Quale Pubblico, Quale Privato?</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 14:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilde Rizzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="87" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/domus-11.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="domus (1)" title="domus (1)" /></p>In tutti i paesi il settore pubblico sostiene la cultura, qualunque sia l’accezione considerata (patrimonio storico-artistico, arti visive, spettacoli dal vivo, industrie culturali e creative) e il risultato dell’azione pubblica dipende da chi fa cosa, perché e come nelle diverse circostanze.
Lo spazio limitato di questo contributo non consente di approfondire un tema così vasto; pertanto, mi limiterò a richiamare alcuni fra i numerosi problemi - peraltro ampiamente discussi nel dibattito scientifico così come sui mezzi di comunicazione - relativi al modo in cui il ruolo dell’operatore pubblico è concepito e concretamente declinato nel settore dei musei e del patrimonio culturale nel nostro paese.
In termini molto schematici, è possibile confrontare una visione statica, prevalentemente orientata a tutelare il patrimonio culturale, in ragione esclusivamente del suo valore storico-artistico o archeologico, e una visione dinamica che ne sottolinea il potenziale per promuovere uno sviluppo economico sostenibile, stimolare la creatività e generare rilevanti benefici diretti e indiretti in termini educativi, di promozione dell’identità e della coesione sociale e di miglioramento della qualità della vita. Con il rischio di eccessiva semplificazione si può dire che alla base c’è una diversa consapevolezza del rapporto tra le varie componenti culturali e di come, considerati i vincoli finanziari stringenti, sia possibile contemperare obiettivi diversi nell’allocazione delle risorse.
<a rel="attachment wp-att-5086" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/05/ente-pubblico-e-valorizzazione-del-patrimonio-storico-artistico-quali-politiche/attachment/images2/"><img class="alignleft size-full wp-image-5086" title="images2" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/images2.jpg" alt="" width="180" height="281" /></a>
<span style="font-size: 13px;">Per esempio, quanto più elevata è l’enfasi posta sulla tutela </span><em style="font-size: 13px;">tout court</em><span style="font-size: 13px;"> tanto minore è probabile che sia l’attenzione rivolta alla comunicazione e alla fruizione del patrimonio, alla promozione della creatività nelle sue più diverse espressioni, percepite come una “distrazione” rispetto alle esigenze prioritarie della conservazione del passato. In questo senso, l’esperienza italiana, il mancato riconoscimento a livello istituzionale della unitarietà della cultura e della complementarietà delle sue diverse espressioni creative, quasi paradossalmente sembrerebbe indicare che la straordinaria opportunità rappresentata dalla ricchezza del patrimonio culturale rischia di costituire un vincolo alla sua effettiva capacità di produrre cultura.</span>
Alla mancanza di una visione di insieme da un punto di vista concettuale corrisponde, da un punto di vista istituzionale, l’assenza di una cabina di regia unitaria per la promozione delle industrie culturali, delle quali patrimonio, arti visive e spettacolo costituiscono il core e un indispensabile riferimento. La separatezza è ancora più marcata in Sicilia dove le competenze in materia di spettacolo sono separate anche da quelle relative al patrimonio culturale. In sostanza, politiche culturali effettivamente orientate a promuovere lo sviluppo economico e sociale richiederebbero strategie di intervento basate su una nozione ampia di cultura.
Rimanendo nell’ambito più specifico del patrimonio culturale e dei musei, mi sembra che un ragionamento sulla loro valorizzazione e sul ruolo di risorsa per lo sviluppo sostenibile richieda di fare chiarezza su alcuni aspetti critici.
In un sistema centralizzato e burocratico come quello italiano – e la Sicilia non fa eccezione - esiste, infatti, un rischio concreto di comportamenti autoreferenziali da parte di istituzioni culturali che godono di significative asimmetrie informative, in ragione della specificità delle competenze coinvolte e sono ravvisabili significativi spazi di intervento per renderle più efficienti e responsabili nei confronti dei cittadini/contribuenti. In questa prospettiva, è cruciale il binomio autonomia-responsabilità e, conseguentemente, un adeguato sistema di incentivi: da un lato, autonomia scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile, compresa la gestione del personale e, dall’altro, sistematica valutazione dei risultati conseguiti in relazione a obiettivi chiari e misurabili e indicatori adeguati.<a rel="attachment wp-att-5087" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/05/ente-pubblico-e-valorizzazione-del-patrimonio-storico-artistico-quali-politiche/attachment/porte-pretoriane-ad-aosta_5977/"><img class="alignright size-medium wp-image-5087" title="porte-pretoriane-ad-aosta_5977" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/porte-pretoriane-ad-aosta_5977-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>
L’autonomia aiuterebbe le istituzioni culturali a rinnovare le proprie strategie per soddisfare la domanda e a riproporre in modo nuovo il rapporto con il pubblico, ampliando le forme di interazione con la società e incoraggiando la partecipazione attiva dei diversi ‘portatori di interesse’.A questo fine, va affrontato con decisione il superamento dei problemi informativi oggi esistenti: le norme in materia di trasparenza impongono obblighi precisi di pubblicazione di dati e informazioni. Ma, andando al di là della logica dell’adempimento, è necessario che per qualunque istituzione culturale che utilizzi denaro pubblico siano rese accessibili informazioni relative alla missione istituzionale, agli obiettivi assegnati, alle diverse attività svolte, agli elementi essenziali della gestione, secondo un modello comune che renda possibile per l’opinione pubblica, così come per i soggetti finanziatori, conoscere e valutare i risultati conseguiti, anche in una prospettiva comparata.
Il controllo diffuso può certamente costituire una componente significativa di un sistema di incentivi efficace.Muovendosi in questa prospettiva, si svuota di contenuto la sterile contrapposizione, spesso ideologica, tra “pubblico” e “privato” nella gestione delle istituzioni culturali perché appare con tutta evidenza che quello che rileva non è certo l’etichetta “pubblico” o “privato” quanto il sistema di incentivi prevalente in ciascun contesto e la sua capacità di orientare le scelte dell’istituzione interessata, pubblica o privata che sia, verso la soddisfazione degli interessi della società.
Comunque, non si può sottovalutare il contributo che la produzione privata di servizi culturali può generare in termini di differenziazione e di innovazione, anche grazie alla maggiore flessibilità che caratterizza questo tipo di offerta rispetto a quella pubblica, per esempio nella possibilità di avvalersi di risorse umane con profili professionali innovativi e multidisciplinari, idonei a rispondere ad una domanda variegata e in evoluzione.
&nbsp;
Analogo ragionamento vale per affrontare il dibattito “accentramento” / “decentramento”: o “statale”/”locale”; l’esperienza siciliana, ‘laboratorio’ di federalismo, in ragione della competenza esclusiva della regione in materia di beni culturali, dimostra, tra l’altro, che il livello regionale può essere altrettanto centralizzato e burocratizzato e non essere necessariamente più capace di rispondere alla domanda se il sistema degli incentivi non è adeguatamente disegnato. In sostanza, per soddisfare la necessità di trasformazione del sistema di organizzazione e gestione delle istituzioni culturali italiane non esiste “la” ricetta pronta per l’uso. Il cambiamento, attraverso l’affermazione del binomio autonomia e responsabilità, può essere efficacemente realizzato mettendo a fattor comune e valorizzando tutte le risorse – umane, finanziarie, culturali - variamente disponibili nei diversi contesti locali.Istituzioni culturali autonome e responsabili sono, del resto, una premessa necessaria per affrontare due questioni rilevanti per la valorizzazione del patrimonio culturale: la cronica scarsa partecipazione privata a supporto delle istituzioni culturali e l’inadeguata promozione del turismo culturale.
Per quanto riguarda il primo profilo, la logica del fundraising richiede istituzioni dinamiche e responsabili, interessate a comunicare i propri obiettivi, la propria capacità di generare valore culturale e sociale e capaci di una costante attenzione nei confronti delle diverse categorie di fruitori. Non è casuale che nel mondo anglosassone, dove in linea di principio queste condizioni si realizzano, il sostegno da parte dei cittadini sia molto diffuso sia in termini finanziari che, ove possibile, anche con lavoro volontario. Naturalmente, ben diverso è il rapporto cittadini-istituzioni culturali in un sistema tendenzialmente centralizzato e burocratico come quello italiano. Mutatis mutandis, analoghe considerazioni valgono nei confronti di sponsor e mecenati. Non c’è, quindi, da meravigliarsi se nel nostro paese il sostegno privato sia molto limitato. Questo fenomeno non può essere imputato solo alle caratteristiche del sistema di agevolazioni fiscali ma anche, e forse principalmente, alla diffusa autoreferenzialità delle istituzioni culturali prima richiamata, a causa della quale il sostegno alla cultura non è percepito come un valore socialmente rilevante e condiviso.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, è utile sottolineare che la consistenza del patrimonio culturale può essere considerata solo una condizione necessaria ma non sufficiente per promuovere lo sviluppo locale attraverso la leva del turismo culturale, da molti ritenuto strumento efficace per una crescita sostenibile. Il luogo comune che basti aprire un museo o restaurare un edificio di rilevanza storico-artistica per attrarre visitatori e generare ricchezza è spesso un alibi per giustificare interventi pubblici, anche di considerevoli dimensioni, che, invece, si configurano più come scelte politiche per l’acquisizione del consenso, che come investimenti destinati a produrre benefici di medio e lungo termine. Del resto, alcuni studi condotti recentemente in Sicilia mostrano come ledestinazioni culturali non sfuggano al fenomeno della stagionalità e che la presenza di siti Unesco non contribuisca a migliorare la competitività del settore turistico. In sostanza, il turismo culturale può costituire un fattore importante di sviluppo locale ma non può essere considerato un dato e, anzi, richiede adeguate strategie e processi decisionali che coinvolgano i diversi attori rilevanti.
E’ampiamente riconosciuto che il turista culturale è alla ricerca di “esperienze culturali” che non possono essere soddisfatte soltanto dalla visita a un monumento o a un sito. La competitività di un territorio, infatti, si misura anche in ragione della diversificazione dell’offerta culturale che è in grado di esprimere e, pertanto, richiede istituzioni culturali pubbliche dinamiche e propositive, diverse da quelle attualmente esistenti, e la partecipazione attiva di tutti gli attori –pubblici, privati e non profit – rilevanti nel territorio.
<a rel="attachment wp-att-5088" href="http://www.generativita.it/introduzione/approfondimento/2013/05/05/ente-pubblico-e-valorizzazione-del-patrimonio-storico-artistico-quali-politiche/attachment/biblioteca_500/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5088" title="biblioteca_500" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/biblioteca_500-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il coinvolgimento dei privati e delle associazioni può svolgere un ruolo efficace specialmente per la promozione delle destinazioni “minori”, per la valorizzazione del patrimonio con una valenza prevalentemente locale così da diversificare l’offerta culturale anche in ragione delle diverse tipologie di destinatari. Per realizzare questo processo virtuoso e sviluppare le sinergie presenti sul territorio il ruolo del settore pubblico è decisivo quale elemento catalizzatore, per superare la frammentazione orizzontale e verticale delle competenze e contribuire all’affermazione delle identità culturali di città e territori, attraverso iniziative che ne valorizzino le conoscenze, le risorse culturali tangibili e intangibili, materiali e immateriali e il capitale sociale.
In conclusione, se si vuole effettivamente che il patrimonio culturale sia una risorsa e che produca cultura, le politiche culturali vanno disegnate e attuate in modo coerente, definendo con chiarezza le priorità dell’azione pubblica e gli obiettivi delle singole istituzioni, così da indurre una maggiore responsabilizzazione nei confronti della società, favorire la partecipazione dei cittadini e il coinvolgimento dei diversi attori privati e non profit.
&nbsp;
Ilde Rizzo
Università di Catania
&nbsp;]]></description>
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		<title>Valorizzare si Può &#8211; ma in Italia, che Fatica</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 13:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="87" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/San_Benedetto_Po_Abbazia_Polironiana.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="San_Benedetto_Po,_Abbazia_Polironiana" title="San_Benedetto_Po,_Abbazia_Polironiana" /></p><strong>A Colloquio Con Marco Giavazzi, Sindaco Di San Benedetto Po</strong>
<span style="font-size: 13px;">Abbiamo <a title="San Benedetto Po: un progetto di crescita integrato" href="http://www.generativita.it/storie/2011/11/15/san-benedetto-po-un-progetto-di-crescita-intregato/">già raccontato  la straordinaria esperienza di San Benedetto Po</a>, un piccolo comune del Mantovano che ha coraggiosamente deciso di ripensare lo sviluppo locale a partire dalla valorizzazione del suo grande patrimonio storico ed artistico,  il complesso monastico benedettino attorno al quale ruotò la storia italiana ed europea attorno all’anno Mille.</span>
Il tempo, le invasioni straniere, il mancato investimento avevano portato ad un progressiva valorizzazione e  deperimento  del bene che è stato in parte  svuotato e abbandonato, in parte adibito a spazio scolastico e perfino produttivo.
&nbsp;
<a rel="attachment wp-att-5069" href="http://www.generativita.it/introduzione/riflessioni/2013/05/05/valorizzare-si-puo-ma-in-italia-che-fatica/attachment/giavazzi-commemorazione/"><img class="alignright size-medium wp-image-5069" title="Giavazzi commemorazione" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/Giavazzi-commemorazione-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>
Il cambiamento della classe politica locale, con le elezioni del 2006, porta in Comune una lista civica guidata da Marco Giavazzi, ancora oggi sindaco di San Benedetto. In aperto disaccordo con le scelte effettuate dal gruppo precedente che sembravano muoversi in direzione opposta a quanto veniva percepita come la vera vocazione del luogo, la nuova Giunta incomincia a ripensare allo sviluppo del paese a partire dalla sua identità più profonda, ovvero, paradossalmente, proprio da quella ingombrante e onerosa per un paese di soli 7000 abitanti, eredità: il complesso monastico.
Come trasformare un vincolo in risorsa?
Giavazzi e il suo gruppo riescono con grande impegno e determinazione a costruire reti nazionali ed internazionali  e a raccogliere le risorse necessarie per avviare la sistemazione del complesso che diventa ben presto centro di attrazione per un nuovo flusso turistico, in particolare didattico, e perno attorno al quale prende pian piano forma un sistema territoriale integrato che intreccia arte, cultura, natura, turismo, enogastronomia.
Il percorso sembra arrestarsi con il terremoto del 2012 che, beffardamente, mette a repentaglio l’enorme lavoro svolto. Ma a San Benedetto non ci si arrende facilmente. Dopo una prima sistemazione, gli spazi museali riaprono, nella speranza di una rapida ripresa dei flussi turistici e di un sostegno concreto dalle sfere istituzionali.
<em>D – Dott. Giavazzi, cosa avete imparato da questa esperienza di valorizzazione? </em>
MG – Potrei sintetizzare in questo modo: un percorso di questo tipo sta in piedi, è sostenibile, se alla fine si riesce effettivamente ad attirare l’attenzione sul bene o i beni che si è andati a recuperare. Altrimenti non serve a nulla.
<em>D – E come si fa ad attirare l’attenzione su un bene?</em>
MG - Il problema maggiore è proprio questo. Sia dalla parte del Governo e dei ministeri, ma anche a livello di Regione e di Provincia si fa fatica ad avere un piano strutturato di promozione culturale e turistica. E’ cruciale entrare in certi tipi di circuiti. Occorre sempre legarsi ad altri tipi di attività, oltre a quella ricreativa e culturale. Dunque,  entrare nei circuiti e poi mantenerli vivi, attirare gente esterna. Una grande fatica.
<em>D – Voi ci siete riusciti, però!</em>
MG – Si, noi ci siamo riuniti. Sono state sondate tutte le possibilità e verificato ciò che poteva creare interazione e interesse rispetto alla struttura. Poi si è cercato di canalizzare l’attenzione nelle direzioni che piano piano stavamo costruendo: il circuito turistico, quello culturale, quello storico,  quello naturalistico… La fatica c’è non te la toglie nessuno, ma questa diventa molto più grande quando non c’è una regia che potrebbe sostenere la promozione del bene…  Per realtà piccole anche fare una brochure può diventare un problema.
<a style="font-size: 13px;" rel="attachment wp-att-5070" href="http://www.generativita.it/introduzione/riflessioni/2013/05/05/valorizzare-si-puo-ma-in-italia-che-fatica/attachment/marco-giavazzi/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5070" title="marco giavazzi" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/marco-giavazzi-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>
&nbsp;
<em> D – A Suo giudizio questa regia a che livello dovrebbe essere?</em>
MG - Sicuramente a livello nazionale, poi anche a livello regionale e provinciale. Tra l’altro questi enti possono fare promozione, in parte già la fanno, anche se manca un coordinamento delle attività. Perché non creare degli strumenti in grado di offrire delle informazioni integrate su un tema unificante?  Vuoi fare il percorso della via franchigena? Bene, c’è questo, questo e questo! Vuoi fare quello cluniacense? Ecco tutte le notizie! Qualcosa c’è, ma è frammentato. Manca un discorso organico. Sono sempre dei percorsi che si fermano o che non partono neanche...  A parte le grandi mete, tutto il resto - quello che chiamiamo di solito  “l’Italia minore” e di cui noi siamo ricchissimi – non viene minimamente valorizzato. Così ognuno cerca di andare avanti promuovendo se stesso, con gli elementi di cui dispone che tra l’altro oggi sono sempre di meno… Ed è un peccato, perché questo primo passo potrebbe essere abbastanza semplice da compiere… Valorizzare, integrare, fare sistema… E’ chiaro che, vista la crisi, si farà sempre più fatica.
<em>D – Quindi l’applicazione delle nuove tecnologie potrebbero aiutare molto…</em>
MG – Certamente! E sarebbe anche accattivante, soprattutto per i giovani. Invece trovi solo dei tentativi,  sempre parziali, sempre disorganici, dove qualcuno resta fuori… Così ti trovi percorsi della fede che riguardano il nostro territorio e non ci mettono San Benedetto!
<em>D – Per voi è stato vincente la connessione a reti internazionali?</em>
MG – E’ stato estremamente importante. Abbiamo aperto l’attenzione al di fuori dei confini. Ma  arriviamo sempre alla stesso nodo: sei tu stesso il promotore della tua realtà! Credo che avremmo ben altri risultati, certamente minori fatiche, soprattutto per realtà piccole, se ci fosse un accompagnamento da parte delle istituzioni nazionali o regionali. Ripeto, oggi ti devi muovere da solo e spesso non puoi neppure utilizzare grandi risorse, perché come piccolo ente non puoi accedervi oppure perché le risorse ci sono ma sono bloccate… A questo proposito occorre chiarire che ci sono risorse messe a disposizione di regione e provincia, ma spesso vengono utilizzate male! Purtroppo non mi pare ci sia una grande visione strategica. Ci dovrebbe essere chi da priorità, chi decide il cosa e il come…
<em>D – Come vi siete mossi in una situazione cosi complessa?</em>
MG - La nostra forza è stata quella di scegliere di garantire un’accoglienza a tutte le esigenze. Abbiamo valorizzato il bene, valorizzando però anche un intero territorio e trasformandolo in sistema. C’erano esigenze da parte del locale sul lato della natura, della cultura… Quella di accogliere e integrare era l’unica soluzione: disporre di un patrimonio di questo tipo è una ricchezza ma anche un forte onere… Perché? Qual è il problema? Che si è lasciati in balia di se stessi anche a livello di gestione. I grandi patrimoni non hanno possibilità di essere gestiti da un ente piccolo. Quindi abbiamo dovuto fare sistema.  E stavamo andando a regime! Eravamo riusciti a rendere la cosa, se non sostenibile, almeno accettabile, da parte della nostra comunità. Poi la crisi, ma per noi soprattutto il terremoto ha rimesso tutto in gioco… Anche se, in verità, anche prima moltissimi musei in Italia stavano chiudendo…  Pensi, noi eravamo rimasti l’unico museo aperto dell’Oltrepo. La cosa è comprensibile: come fanno i musei a stare in piedi se non hanno ingressi o sovvenzioni? L’errore è stato quello di distribuire risorse per sistemare un numero troppo alto di strutture museali che poi si sono trovate in difficoltà e costrette a chiudere per mancanza di visite… E senza la possibilità di disporre di personale per tenerle aperte. Certo, c’è il volontariato, i volontari sono importanti, ma non possono supplire tutto! In più come in molti altri campi ci sono normative che non ti aiutano. Anche se io volessi introdurre qualche novità non potrei…
<em>D – Se volesse dare un consiglio a chi volesse intraprendere un  percorso come il vostro,  cosa direbbe?</em>
MG – Prima cosa: avere delle persone che ci credono, perché le difficoltà che si incontrano sono tantissime. Secondo: avere una visione chiara di quello che si intende fare con il bene e di ciò che può essere integrato nel processo. Non è importante solo ristrutturare un patrimonio, non si può limitarsi a definire solo l’impegno economico, occorre vedere molto più in là! Prima di effettuare certi tipi di interventi è meglio chiarire cosa si vuole o si può realizzare.  Terzo: avere una strategia che ti porti dove vuoi arrivare e poi pian piano mettere dei tasselli che ti permettano di avanzare. Per noi questo ha significato portare l’interesse di sempre nuove sensibilità verso il luogo. Abbiamo fatto in modo di creare nuove opportunità per il maggior numero di persone, così oggi abbiamo la possibilità di intercettare ed  accogliere dal camperista al naturalista, da chi si interessa dell’arte a chi vuole la cultura locale, fino a chi cerca l’enogastronomia! Altrimenti non può stare in piedi niente. Per i piccoli centri significa farsi conoscere e questo passa soprattutto attraverso il passa parola. Non avendo risorse, fai promozioni invitando e attivando risorse.
<em>MG – La comunità di San Benedetto è soddisfatta del risultato? Cosa ha guadagnato San Benedetto dalla valorizzazione del complesso monastico?</em>
MG – San Benedetto è soddisfatto perché è stato migliorato il paese, non il complesso monastico! Se noi avessimo investito e continuassimo ad investire solo nel complesso monastico non sarebbe accettabile, soprattutto in periodi come questo. Non puoi imporre la destinazione di risorse a discapito di ciò che per i cittadini può essere primario. Non possiamo continuare un certo tipo di attività se non vengono compromessi i compiti dell’ente locale che non è quello di restaurare, ma quello  di gestire la comunità e rispondere alle sue necessità primarie, che sono quelle della scuola, le strade, etc. Se questo andasse a discapito della vivibilità, anche un’azione importante come la valorizzazione di un patrimonio culturale verrebbe visto come competitor.
<em>D – Invece?</em>
MG - Invece tutte le cose che sono state fatte hanno seguito una strategia ben precisa: l’obiettivo era che il complesso monastico diventasse un plusvalore per attirare e mettere in circolo nuove risorse per sistemare e frazioni, fare nuovi circuiti ciclabili e pedonali, proteggere il centro storico, sistemare la palestra. E sempre nell’ottica della valorizzazione massima: ad esempio, l’area camper quando non è utilizzata diventa il luogo per accogliere le scolaresche…  Lo dico così: ogni cosa doveva avere una valenza sul territorio e noi dovevamo far capire a tutti questo nuovo valore aggiunto.
<a rel="attachment wp-att-5071" href="http://www.generativita.it/introduzione/riflessioni/2013/05/05/valorizzare-si-puo-ma-in-italia-che-fatica/attachment/san_benedetto/"><img class="alignright size-medium wp-image-5071" title="SAN_BENEDETTO" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/SAN_BENEDETTO-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>
<em>D – Se non ci fosse stato il terremoto la sostenibilità poteva essere raggiunta?</em>
MG – Noi eravamo molto contenti considerando che era stata un’iniziativa solo nostra! Va detto che abbiamo investito in una struttura interna costituita da personale qualificato per portare avanti le progettualità.  Anche questo è un punto chiave: mettere insieme persone che per capacità e professionalità  ti consentono di andare avanti per progetti. Abbiamo investito soprattutto sul lato della didattica e ci siamo proposti  alle oltre 900 scuole delle regioni limitrofe. Questo investimento ci ha consentito di diventare il primo percorso didattico di tutto il Mantovano. Questo vuol dire sostenibilità del personale e delle strutture… A questo si aggiungono gli altri percorsi che abbiamo attivato, come la strada dei vini, l’enogastronomia… Quindi ci sono diverse porte di accesso a San Benedetto.
<span style="font-size: 13px;"> </span><span style="font-size: 13px;">Ma non possiamo pensare che si debba continuare a muoversi da soli per costruire tutto questo! La questione è che in Italia, da questo punto di vista, noi siamo abbandonati. Questo vuol dire che tutto quello che nasce deve diventare un’eccellenza per promuoversi da solo. Così non vengono sfruttate appieno le opportunità che il nostro Paese ha, che certi luoghi possono dare… Solo il fatto di mettere in rete, di applicare nuove tecnologie, di proporre una promozione condivisa già questo ci farebbe fare un bel balzo in avanti…</span>
&nbsp;]]></description>
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		<title>La Memoria e l&#8217;Anima. Riconoscimento, Responsabilità, Valorizzazione</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 13:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Fandella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="384" height="200" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/chiostro_ponente01.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="chiostro_ponente01" title="chiostro_ponente01" /></p>“<em>Ciò che un tempo ci era parso importante, ora lo fu ancor di più; mai in Austria abbiamo amato l’arte con tanto trasporto come in quegli anni di caos, perché di fronte al tradimento del denaro sentivamo che soltanto ciò che era eterno dentro di noi poteva durare per sempre ….. Ogni cantante, ogni musicista dava il meglio di sé, perché ognuno sentiva che quella poteva essere l’ultima esibizione. E noi ascoltavamo rapiti, aperti come non mai al fascino della musica, perché forse era davvero l’ultima volta. Così vivevamo tutti quanti, migliaia, centinaia di migliaia; ognuno, in quelle settimane, in questi mesi, in quegli anni, a un passo dal baratro, attingeva alle sue energie migliori. Mai ho avvertito, in un popolo o addirittura in me stesso, una volontà di vivere così intensa come in quegli anni, perché la posta in gioco era altissima: la nostra stessa esistenza, la sopravvivenza.</em>”<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn1">[1]</a>
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Queste stesse parole, queste stesse frasi dovrebbero potersi scrivere anche per parlare e, soprattutto, per progettare la rinascita sociale ed economica per il nostro Paese da parte di ognuno di noi. Ed è proprio questo riconoscersi di ognuno di noi nel patrimonio d’arte in cui abbiamo la fortuna di vivere quello che, invece, sembra l’anello mancante, la variabile indebolita della storia della “nostra memoria e della nostra stessa anima”.<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn2">[2]</a>
<a rel="attachment wp-att-5061" href="http://www.generativita.it/introduzione/2013/05/05/la-memoria-e-lanima-riconoscimento-responsabilita-valorizzazione/attachment/uffizi_gallery_florence/"><img class="alignright size-medium wp-image-5061" title="Uffizi Firenza" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/Uffizi_Gallery_Florence-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>
Tale “riconoscimento” nella forma individuale va ricostruito o, nella migliore delle ipotesi, re-incentivato ad esternalizzarsi come valore personale e dovere collettivo.  Solo assorbendo completamente questa percezione si può pensare di avere la determinazione per porre in essere un processo di ri-educazione alla conservazione ed alla valorizzazione del nostro patrimonio artistico. E, quindi, solo ri-appropriandosi delle fondamenta che rappresentano la ragion d’essere di una società è possibile ri-generarle nuovamente. La forza di questa presa d’atto, di questo processo che pone al centro il ruolo della responsabilità del singolo nel salvaguardare il valore del patrimonio artistico come patrimonio della collettività assume ancora più rilevanza in quanto indipendente dall’esistenza di un’azione “dall’alto”, ossia dalla presenza di specifiche politiche di programmazione culturale. E, anzi, le azioni del singolo verso la collettività possono essere forze propulsive a indurre politiche culturali altrimenti asettiche e non efficaci.
Ciò pone anche in rilievo la necessità di dover tenere conto di effetti non efficaci nell’ambito di una programmazione pubblica e cioè della criticità nella messa in atto di politiche culturali verso un contesto sociale non pronto o significativamente ricettivo. Allora in questo caso si verificherebbe effettivamente un processo dispersivo – inteso letteralmente come di impoverimento anche economico – della stessa azione pubblica. Rimettendo al centro del problema il ruolo del singolo nel contesto sociale ci si richiama al concetto di “responsabilità” sociale e, quindi, alla necessità di ri-formularla o ricrearla attraverso una capillare sfida educativa.
In questo, infatti, risiede la possibilità di ri-appropriarsi del valore del nostro patrimonio: nel processo educativo – o ri-educativo – del singolo. Questa sfida è tanto più vitale in quanto più si deve confrontare con una ricchezza in termini di patrimonio – culturalmente inteso – che non ha uguali al mondo: basti pensare che l’Italia è il primo paese iscritto nella lista UNESCO del Patrimonio mondiale dell’umanità (con 47 siti, rispetto ai 44 della Spagna , ai 38 della Francia e ai 37 della Germania).<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn3">[3]</a> E alla straordinaria vitalità della ricchezza culturale in tutte le espressioni artistiche: dall’archeologia, alla storia antica, alla musica, all’arte pittorica e scultorea e architettonica (con più di 4.000 musei e 40.000 immobili vincolati)<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn4">[4]</a> alle diverse forme di rappresentazione dal vivo, alla rilevanza paesaggistica.
<span style="font-size: 13px;">Tutto ciò, però, se non sorretto dall’assunzione della responsabilità del valore sociale può essere oggetto di depauperamento o deperimento o, addirittura, di “aggressione” pauperistica o merceologica. La vitalità intrinseca nel nostro patrimonio artistico e quindi la sua possibilità di conservazione e di valorizzazione si deve, infatti, confrontare, sempre di più in questi anni, con un pericoloso, perché non sempre identificabile o riconoscibile, “pieno” e non con un “vuoto”: “</span><em style="font-size: 13px;">Se l’ignoranza fosse un vuoto, mi dicevi, sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà. Ma l’ignoranza, caro mio, è un pieno. E’ un muro, e i muri si possono solo abbattere, oppure scavalcare”.<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn5"><strong>[5]</strong></a></em>
<span style="font-size: 13px;">E questo, purtroppo, è il contesto in cui si deve cercare di rimettere la cultura del nostro paese al centro di una nuova azione propulsiva educativa fondamentale per la ricrescita sociale ed anche economica. Un contesto che fino a questo momento si è “riempito” di tutto ciò che il consumismo e la comunicazione di massa hanno saputo rappresentare.  Le spinte sociali che si sono fino qui succedute hanno portato l’individuo, infatti, di fronte ad una rappresentazione del consumo piuttosto che ad una forma di rappresentazione d’arte.</span>
<span style="font-size: 13px;">E in questo deve, invece, ri-prendere forma la cultura della valorizzazione del patrimonio artistico. Si deve assumere consapevolezza che la ricchezza derivante dal patrimonio culturale può solo “esprimersi”  sviluppando un preciso “canone” le cui linee armoniche si rifanno a criteri che si potrebbero definire “classici” e linearmente consequenziali individuabili come: riconoscimento, cura, condivisione, apertura. Il valore del “riconoscimento” assume il patrimonio artistico-culturale  come componente integrante del DNA della nostra formazione.</span>
<a rel="attachment wp-att-5060" href="http://www.generativita.it/introduzione/2013/05/05/la-memoria-e-lanima-riconoscimento-responsabilita-valorizzazione/attachment/1234780463782_cartina-italiamusei/"><img class="alignright size-medium wp-image-5060" title="1234780463782_Cartina-ItaliaMusei" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/1234780463782_Cartina-ItaliaMusei-247x300.jpg" alt="" width="247" height="300" /></a>
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<span style="font-size: 13px;">Questo significa che il patrimonio diventa importante non per dovere ma per essenza stessa del nostra definitezza. In questo si richiama e si riconosce il ruolo fondamentale della formazione e in questo ci si appella senza possibilità di delega (almeno in prima istanza) alla funzione pubblica. In questo si deve esplicitare il primo punto di ogni progetto di politica culturale: il compito di educazione e di formazione del cittadino.  E in questo inizia il processo di “svuotamento” o abbattimento del “pieno” dell’ignoranza. Il significato della “cura” implica che se il patrimonio diventa un valore interiorizzato, la responsabilizzazione di ciascuno di noi viene recepita come una priorità stessa da mantenere e valorizzare; la funzione è ancora privatistica.</span>
<span style="font-size: 13px;">La “cura” conseguente al riconoscimento come necessario di un “patrimonio” esterno, porta altrettanto necessariamente all’esplicitazione di un rapporto di “Condivisione” dello stesso bene. Questo valore è proprio della forza del patrimonio culturale in quanto finalizzato alla creazione della bellezza, un paradigma che di per sé si origina per l’esterno in quanto si “confronta” con i canoni della natura e della sua armonia. </span>
<span style="font-size: 13px;">La funzione è intrinsecamente privatistica. L’ultima “voce” del canone – individuata nell’”Apertura” si completa con la funzione pubblica della responsabilità nella formazione, nell’individuare cioè  la responsabilità delle istituzioni attualmente riconosciute come centri di produzione culturale (teatri, musei, fondazioni) a mettere in pratica in prima battuta strategie finalizzate ad aprirsi alla partecipazione attiva da parte degli stessi soggetti fruitori. In questo caso diventa fondamentale (dalla funzione di formazione pubblica) il disporre di progetti per formazione di manager che siano sensibilmente “ispirati” alle discipline artistico-umanistiche per le cui  l’elemento della formazione ritorna ad essere predominante. </span>
<span style="font-size: 13px;">L’azione di apertura diventa un obiettivo primario di natura sociale degli stessi “beni culturali” un obiettivo che attrae di per sé l’effetto di riconoscimento a livello sociale (altrimenti l’arte non verrebbe “giustificata”). </span>
<span style="font-size: 13px;">L’esistenza di operatori sensibili alla formazione umanistica consente inoltre di approfondire ed individuare due ulteriori temi assolutamente primari nel processo di valorizzazione culturale inteso come integrale dello sviluppo sociale. Ossia il sistema di crescita del processo produttivo “interno” al bene culturale e, congiuntamente, il fenomeno del turismo culturale. Questi due temi sono, come anticipato, da considerarsi sia del tutto con-primari nell’effetto di valorizzazione sociale-culturale, sia del tutto fondamentali e peculiari nella storia del nostro particolare patrimonio culturale. </span>
<span style="font-size: 13px;">Con il primo elemento, si intende in particolare l’individuazione della cosiddetta “filiera” dei mestieri d’arte. E cioè di tutti quei lavori e laboratori artigiani che contribuiscono a rendere uniche ed inimitabili le creazioni del cosiddetto </span><em style="font-size: 13px;">made in Italy. </em><span style="font-size: 13px;">Scuole di formazione e programmi di conoscenza e di comunicazione presso i giovani devono assumersi la responsabilità di far emergere questo “tesoro” di esperienza e di creatività applicata che attualmente proprio nel nostro Paese (e cioè nel paese che ne ha dato origine)  è assoggettato a un clima di disaffezione e, per contro, è richiamo d’attrazione per giovani provenenti da tutto il mondo, primi tra tutti i ragazzi dei paesi orientali: si fa riferimento alle scuole di liuteria cremonesi, alle scuole di taglio dei laboratori della Scala, per esempio. Ci si deve chiedere perché “mestieri” il cui connubio con la creatività personale applicata può produrre il massimo grado di realizzazione e di riconoscimento non siano invece se non marginalmente riconosciuti come obiettivi professionali tra e per i nostri giovani. </span>
<span style="font-size: 13px;">Il valore e la ricchezza dell’artigianato artistico del nostro paese sono variabili qualitative riconosciute al pari dello stesso patrimonio culturale nell’ambito del turismo culturale. </span><span style="font-size: 13px;">Se fino al 2011</span><a style="font-size: 13px;" href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn6">[6]</a><span style="font-size: 13px;"> , USA, Germania e Regno Unito, sono stati i primi tre mercati esteri per il turismo culturale italiano</span><a style="font-size: 13px;" href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn7">[7]</a><span style="font-size: 13px;">, gli ultimi due mantenendosi legati alla tradizione del </span><em style="font-size: 13px;">grand tour</em><span style="font-size: 13px;">; negli ultimi anni</span><strong style="font-size: 13px;"> </strong><span style="font-size: 13px;">si affiancano con prepotenza i flussi provenienti dall’est europeo e dai paesi asiatici. </span>
<span style="font-size: 13px;">Di fronte a questi indicatori, il “fenomeno” del turismo culturale, propone  per una “lettura” critica delle cifre esorbitanti (e certamente allettanti) che si palesano concrete anche in vita di una probabile effettiva realizzazione del progetto Expo, una serie di riflessioni in termini di sviluppo gestionale in relazione alla massimizzazione del grado di soddisfazione dello stesso per la valorizzazione del nostro patrimonio e del contemporaneo effetto di proiezione in termini di fidelizzazione del “turista” sia per quanto concerne la diversificazione e la ricchezza del patrimonio offerto e quindi, ad esempio, conoscibile attraverso più viaggi sia per l’offerta continuamente ricca e stimolante derivante dal richiamo dei festival soprattutto di carattere lirico-sinfonico (basti pensare all’afflusso di stranieri alla stagione lirica dell’arena di Verona, al ROF di Pesaro o a quello di Martinafranca). </span>
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<span style="font-size: 13px;">Ne consegue che lo sviluppo del turismo culturale diventa un progetto strategico e parimenti “sensibile” per la tutela nostro patrimonio, la cui efficacia si deve articolare e misurare solo attraverso un sistema integrato a tutti e livelli e fra tutti i soggetti attivi ed interessati, a garanzia della qualità dell’offerta (i festival lo hanno fin qui sempre testimoniato) dei servizi  (collegamenti, alberghi, orari) e del merchandising di riferimento (l’importanza dello sviluppo e della promozione dell’artigianato d’arte contro prodotti spesso contraffatti e di scarsa qualità nonché di produzione non italiana). </span>
<span style="font-size: 13px;">La creazione del sistema del turismo culturale come sistema integrato tra tutti i possibile attori coinvolti, inoltre, consente di eliminare o, per lo meno, ridurre il rischio altrettanto insidioso per un paese così ricco di patrimonio culturale, purtroppo anche in parte non “riconosciuto”, di alimentare una sorta di “sudditanza” al turista – anche non di qualità culturale – ossia, quel rischio di mercificazione o di “svendita” che a volte, colpisce (e ferisce) anche le Istituzioni più prestigiose</span><a style="font-size: 13px;" href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftn8">[8]</a><span style="font-size: 13px;"> e a cui si assiste con un senso di smarrimento e impotenza. </span>
<span style="font-size: 13px;">La creazione di un sistema “consapevole” diventa, nella nostra condizione, dunque di vitale importanza per il mantenimento del nostro patrimonio e proprio a tal fine, quindi, diventa un obiettivo-indicatore fondamentale per lo sviluppo economico-sociale. Ancora di più, secondo l’approccio che si è cercato di sottolineare in queste osservazioni, il compito di individuare le variabili del sistema, di farle dialogare in modo partecipativo e di sviluppare sinergie strategiche dovrebbe essere affidato a progetti presentati e gestiti dalle giovani risorse (come si è sottolineato prima “managerialmente” sensibili) che potrebbero mettere in gioco direttamente le proprie energie per ri-pensare il sistema di valorizzazione culturale, pur in uno slancio non completamente autonomo ma modulato da un controllo (flessibile) rispetto a obiettivi collegialmente individuati. La commistione tra formazione e patrimonio si ripropone, quindi, ancora come un tema focale, che può partire anche nel corso stesso del percorso formativo con forme ibride di incentivazione quali , ad esempio, la possibilità di prolungare l’apertura al pubblico dei musei o dei siti archeologici attraverso convenzioni per </span><em style="font-size: 13px;">stage</em><span style="font-size: 13px;"> con crediti formativi riconosciuti con le istituzioni che si occupano della formazione dei ragazzi. </span>
<span style="font-size: 13px;">Questo indurrebbe un senso di responsabilità negli studenti che imparerebbero a coniugare direttamente i risultati della propria carriera – per i crediti attribuiti dallo </span><em style="font-size: 13px;">stage</em><span style="font-size: 13px;"> – alla stessa valorizzazione dell’Istituzione artistica alla quale sono stati destinati. Auspicando così che una forma di riconoscimento possa diventare una forma di “riconoscenza” per l’arte che ci circonda.</span>
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<span style="font-size: 13px;"> Paola Fandella</span>
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref1">[1]</a> Lo scrittore si riferisce, in questo passaggio, agli anni immediatamente dopo la fine della prima guerra mondiale. Cfr. Stephen Zweig, <em>Il tempo di ieri. Ricordi di un europeo, </em>qui nella traduzione di Silvia Montis, ed. Newton Compton, 2013.
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref2">[2]</a> Cfr. S.Settis, <em>Italia Spa,</em> <em>L’assalto al patrimonio culturale, </em>Einaudi, Torino 2007.
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref3">[3]</a> Cfr. Elaborazione su dati Unesco 2012, Cfr, http://whc.unesco.org/en/list.
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref4">[4]</a> Cfr. Fonte MIBAC, <em>Minicifre della cultura, </em>2012.
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref5">[5]</a> Cfr. Andrea Bajani, <em>Mi riconosci, </em>ed. Feltrinelli, 2013. Il ricordo è di Antonio Tabucchi.
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref6">[6]</a> Cfr. dati MIBAC, <em>minicifre della cultura,</em> 2012<em> </em>
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref7">[7]</a> Per 8.3 mld di euro.
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<a href="file:///C:/Users/Matteo/Dropbox%20Matteo%20Tarantino/Dropbox/Nuova%20Generativit%C3%A0/Officine%20Culturali/Paola%20Fandella%20Mappa%20Valorizzazione%20Beni%20culturali%20aprile%202013.doc#_ftnref8">[8]</a> Ad esempio, turisti che pur di avere “testimonianza” della loro presenza in un determinato “tempio” della nostra cultura non si fanno nessun scrupolo nello scattare flash durante una rappresentazione anche e proprio nel teatro considerato più prestigioso al mondo o di auto-procurarsi qualche “innocuo” souvenir di una “rovina”
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&nbsp;]]></description>
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		<title>Artists are good for urban regeneration</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 13:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arjo Klamer</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="97" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/zedz-urban-regeneration.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="zedz-urban-regeneration" title="zedz-urban-regeneration" /></p><span style="font-size: 13px;">Artists are good for all kinds of things. They are, for example, good for producing art (which is, in turn, good for all kinds of other things). They also turn out to be able to be good for urban generation projects. </span>
<span style="font-size: 13px;"> </span>
We find outstanding examples of the latter in New York. When I came to New York the first time, in 1977, Soho was the place to avoid. It was run down, with lots of abandoned factories and provided perfect hiding places for bums. Already in 1978 things began to change. I then visited students of the New School who had discovered SoHo as a neighbourhood with cheap and large spaces to rent. They were called lofts. They shared those spaces with artists, so I discovered. The entire area radiated a sense of excitement, as if something was brewing right there and then.
A year later I returned to visit an artist friend. He, too, had rented a large space, and was brooding on a plan for a gallery. There were galleries all over then. The bums had mostly moved over to the Greenery, a few streets further. Cafes had opened up as well as some eating places. There were even a few shops.
The area developed into the place to be. The established and prestigious galleries were still to be found on 57th street and thereabouts, but the really interesting, the adventurous galleries had found each other in SoHo. Castelli had his gallery there as had Mary Boon and Peter Blum. Saturday's were especially busy.
In the 80s the area underwent a complete transformation. The newly won reputation of Soho attracted first the well to do, interested in new art and in their slipstream followed investors who saw great business opportunities for up scale stores. SoHo had become the place to be, and to be seen. The result was a rapidly increasing rent; most galleries were forced out. Castelli closed, Mary Boone and Peter Blum moved. SoHo has transformed within 20 years from a run-down nightmare to a posh area, a whet dream for the rich and famous.
The key for this transformation was the take over by artists. They simply saw great opportunities, and were able to bring the area to life. Urban regeneration was not on their mind and was not their objective. Yet, it was the kind of impact they had.
Economic impact? The last decade we have witnessed a keen interest in the economic impact of the arts. Governmental organisations and cultural organisations have commissioned numerous studies to calculate the economic impact of museums, festivals, artist colonies, creative clusters and the like. They undoubtedly have examples like Soho, or the Guggenheim museum in Bilbao in mind. The policy implication seems obvious: move in the artists and the regeneration will follow. But that is not how it works.
The problem is the understanding of economic impact. It shows in the studies into economic impact. Such studies are dubious and problematic in various respects. For starters, their methodology is dubious. Cause and effect are usually hard to distinguish. Did the arts bring about economic growth or was it the other way around and did the arts follow the flow of money? Who knows. (In the SoHo case the causation is clearly from the arts to economic growth and that is why it is so often cited; the Dutch golden age is an example of the reverse causation.)
Be in particular cautious when large multipliers are claimed. They suggest that every dollar or euro put into the arts generates an extra income equal to that multiplier, because that money will be spent on other things like art supplies or restaurants and shops. What is usually not mentioned is a) what the multiplier would be for other activities (they may be larger) and b) where that dollar or euro comes from. If it comes from taxes, it is withdrawn from another sector with a negative multiplier effect as the result.  The end result may be even negative.
The negative effect would be reduced when the dollar or euro comes from outside the local area, by way of visitors. In that case there is no concern with the effects elsewhere. But wait, who is pocketing those extra expenditures that the arts attract? When a large hotel chain is one of the benficiaries, the money may be transferred to the headquarters elsewhere and the effect is lost. And why should artists, or politicians for that matter, be working for the benefit of the commercial sector even if that implies an economic impact?
A similar question arises when artistic activities turn out to increase the value of real estate, as was the case in SoHo.  Landowners will benefit, and there is no guarantee that the local area will benefit from their increased resources.
As it turns out, economic impact studies have served especially the wishes and ideas of policy makers and civil servants, eager for arguments for their support of the arts. If the arts are good for the economy, we should support them. But that argument is backfiring. For if private enterprises stand to benefit from the arts, they have good reasons to support the arts themselves.
In short, placing all their chips on the economic impact is a risky strategy for the cultural sector and its supporters. The advice is to focus on the core of what the arts are all about.
Art has value in and of itself. The artists moved into SoHo because they wanted to their art. The Guggenheim in Bilbao was about realizing exceptional architecture. Great art has apparently the capacity to galvanize other activities, but those are the unintended consequences. Great artists are about realizing great art.
When artists are willing to dedicate themselves to social or economic causes, their profession changes. They become urban regenerators who use their arts as an instrument, or community workers. Their motivation is first to contribute to the improvement of the local environment and then to make art. The effectiveness of such work, however, is not always clear. The impact will certainly be less noticeable than what great artists and architects have been able to realize. We actually do not have the methods yet to determine the effectiveness of artist's involvement. For what we know the advice is not to expect too much of the economic and social impact.
Even so, in the interest of the arts, advocacy of the involvement of the arts in urban regeneration is a good thing, regardless of the outcomes.
&nbsp;
Arjo Klamer
Professor of cultural economics at the Erasmus university
&nbsp;]]></description>
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		<title>Officine Culturali</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 06:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="97" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/Monastero-Benedettino.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Monastero Benedettino" title="Monastero Benedettino" /></p>“<em>Raramente capita ad un architetto di trovarsi così avvolto da una tanto complessa congiura di sentimenti architettonici</em>”. Giancarlo De Carlo
Officine Culturali è una associazione culturale nata nel 2010 in collaborazione con l’Università degli Studi di Catania. La sua mission è la valorizzazione di un complesso architettonico di impressionante bellezza e di inestimabile pregio storico artistico, il monastero dei benedettini di San Nicolò l’Arena, nel pieno centro della città etnea, riconosciuta patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 2002.L’associazione nasce come esperimento didattico che si trasforma presto in una realtà vivace, progettualmente dinamica e generativa di cultura, sofisticate competenze professionali, prima occupazione, legami e reti locali e globali.Intento dell’associazione è quello di far conoscere il Monastero attraverso percorsi guidati condotti da giovani studenti dell’università appositamente formati.
L’ultimo venerdì del mese, il Monastero si apre alla città proponendo attività ludico-ricreative, teatrali, enogastronomiche.Una particolare attenzione viene dedicata alle scuole. Nel tempo è stata costruita una sofisticata proposta per gli studenti differenziati secondo l’età, con numerose e ricchissime attività laboratoriali. La conoscenza della Storia avviene dunque attraverso un fare, un “fare conoscenza” del bene attraverso un suo esperirne, tra visite guidate e giochi.
Da qui il nome “Officine culturali” che vuole richiamare il desiderio di essere uno spazio produttivo di cultura e di pratiche.
La forma associativa è il primo passo di future evoluzioni organizzative in senso cooperativo. Del resto il valore prodotto dall’esperienza è evidente, dimostrando che, davvero, la cultura produce sviluppo.
<a title="Sito Ufficiale Officine Culturali" href="http://www.officineculturali.net/" target="_blank">Sito Ufficiale</a>
Video a cura di Gianluca Atzeni-
&nbsp;]]></description>
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		<title>Officine Culturali: Cultura che Genera Sviluppo</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 06:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Cappelletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[approfondimento-primario_featured]]></category>
		<category><![CDATA[problema002]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="97" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/05/biblioteca_5001.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="biblioteca_500" title="biblioteca_500" /></p>Se la storia del nostro Paese può essere efficacemente raccontata a partire dai suoi monumenti, ciò è particolarmente vero nel caso del complesso architettonico di San Nicolò l’Arena, al centro di Catania: edificio del tardo barocco siciliano e centro benedettino tra i più significativi in Europa, il complesso prende forma nel XVI e si sviluppa nel secoli integrando il segno di eventi naturali – dalla lava al terremoto - nuovi stili – le continue modifiche fino all’unità d’Italia - e funzioni – da centro monastico a sede universitaria.
<span style="font-size: 13px;">La rilevanza del bene viene confermata nel 2002, quando l’Unesco la include nel patrimonio mondiale quale edificio tra i più rappresentativi del tardo barocco siciliano, e, nuovamente, nel 2008, nel momento in cui il monastero viene riconosciuto dalla Regione Sicilia “opera di architettura contemporanea” grazie all’intervento di restauro dell’architetto Giancarlo De Carlo.</span>
<span style="font-size: 13px;">Visitando il complesso si rimane colpiti dalla vitalità che il complesso promana. Questo luogo è ancora, straordinariamente vivo. Saranno gli studenti che sciamano interrottamente tra aule e giardini, riconfermando ogni giorno il legame irrisolvibile tra il passato e il futuro; sarà la passione con cui fino ad oggi alcune figure illuminate hanno dedicato anni della loro vita a studiare, raccogliere, documentare e trasmettere la storia di questo bene; sarà la presenza di alcuni “guardiani”, come il geometra Antonino Leonardi, che ne hanno compreso l’anima profonda e continuamente la rinnovano nell’indirizzare gli interventi; sarà, infine, l’azione dell’associazione Officine Culturali che da qualche anno sta cercando di rendere accessibile e comprensibile il patrimonio culturale qui depositato ad un numero sempre più ampio di persone, italiane e straniere.</span>
<span style="font-size: 13px;">L’azione di Officine Culturali si inserisce dunque, consapevolmente, nell’alveo di una storia illustre che è soprattutto una storia di “cura” - alcuni nomi su tutti: l’architetto De Carlo, il preside della Facoltà di Lettere Giuseppe Giarrizzo, il già citato Antonino Leonardi  - di cui l’associazione ha scelto di prendere, coraggiosamente, il testimone. Cosa non facile in Italia, dove l’eredità storico-artistico-culturale rischia non raramente di essere vista come una voce di costo, più che un capitale da valorizzare. Cosa ancor più complicata in Sicilia. </span>
<span style="font-size: 13px;">Difficile, quasi ovunque, avviare percorsi innovativi. Difficile ricevere credito e attivare circuiti virtuosi di fiducia e di cooperazione. </span><span style="font-size: 13px;">Difficile smarcarsi da modelli obsoleti di pensiero e di pratica, dalla settorializzazione delle competenze, del carico burocratico. Anna Mignosa, una dei fondatori di Officine Culturali, è determinata: “Stiamo dimostrando che si può fare. E che si può fare in un modo diverso.” Dove il concetto  di “diversità” può essere tradotto quale capacità di intrapresa, responsabilità personale e organizzativa, innovazione, sostenibilità, indipendenza dai tradizionali canali di finanziamento che hanno non raramente costituito l’occasione per nuove e poco limpide obbligazioni.</span>
<span style="font-size: 13px;">L’intuizione di Officine Culturali è anzitutto la scelta di valorizzare il bene a partire dalla sua apertura alla città e ai flussi turistici globali che arrivano a Catania, e dal suo inserimento in reti nazionali ed internazionali sempre più ampie, grazie ad una spiccata capacità di coniugare l’articolazione di proposta culturale di qualità supportata da nuovi modelli comunicativi. Oggi, l’associazione si propone come un’interessante esperienza di promozione di un patrimonio storico-artistico a partire dall’ideazione e realizzazione di percorsi didattici e turistici, anche grazie alla raggiunta integrazione della proposta con quella di altri monumenti catanesi, e all’organizzazione di momenti di socialità, eventi culturali e occasioni di aggregazione per la città intera.</span>
<span style="font-size: 13px;">La valorizzazione è, del resto, un inarrestabile processo di contagio: l’avvio di circuiti virtuosi attorno ad un bene tende a non arrestarsi ai confini perimetrali dello stesso. In un movimento assolutamente generativo, l’oggetto della cura si ampia, così da coincidere sempre più – nell’immaginario come nelle pratiche - con l’intero territorio e le sue risorse dormienti che vengono risvegliate, mobilitate e orientate.E’ anche in questi termini che Casavola e Trigilia parlano della valorizzazione delle risorse locali come di una “nuova occasione”, per il Sud (ma anche per l’intero Paese), dove queste ultime  sono il “patrimonio di beni culturali ed ambientali, di conoscenze legate al progresso scientifico e di saper fare diffuso, radicato in specializzazioni produttive, che contribuiscono a definire l’identità di un luogo”. </span>
<span style="font-size: 13px;">La nuova occasione è dunque, anzitutto, un’occasione di riscoperta dei “talenti” locali e della propria identità distintiva – ciò che chiamiamo “cultura” e che, insieme, e solo insieme, può generare sviluppo economico e sociale.Il percorso fatto fino ad oggi da Officine Culturali sembra dirci che la valorizzazione è anzitutto un processo di riconoscimento di un valore – quello di una eredità culturale - da cui si originano e si affermano nuovi valori. Come a dire che valorizzare la cultura produce nuova cultura  e che valorizzare un bene produce nuovi beni. Se collochiamo tutto ciò dentro i processi di emergenza e convergenza globale di nuovi e più sofisticati bisogni culturali (la domanda di conoscenza è particolarmente articolata e proviene da sempre nuove aree a livello mondiale) è facile comprende il vantaggio competitivo di cui potrebbe agevolmente godere il nostro Paese.</span>
<span style="font-size: 13px;"> Non solo, come ha opportunamente ricordato recentemente Leonardo Becchetti, parliamo di beni non delocalizzabili, ma soprattutto di beni non riproducibili.  Ce lo raccontano tanti imprenditori che, nonostante tutto, decidono di restare in Italia grazie alla possibilità di “respirare” quella bellezza, quell’armonia e quel gusto, vero nutrimento per la creatività e l’innovazione.Ma un passaggio va chiarito: è attraverso il riconoscimento del valore del bene che esso viene “rigenerato”, in una nuova alleanza spazio-temporale tra passato, presente e futuro. </span>
<span style="font-size: 13px;">Così oggi, anche grazie a Officine Culturali, complesso monastico e città si appartengono nuovamente: il monastero è aperto ed accogliente e per questo è abitato, frequentato, attraversato, conosciuto, contemplato, conservato, rinnovato, amato. Il monastero è vivo. Ed è per questo che esso riesce ad attirare le nuove generazione e i tanti turisti che ogni anno lo visitano a cui esso consegna una memoria e un germe di futuro.Il riconoscimento di un valore consente dunque di illuminare il rapporto di reciprocità, potremmo dire di reciproca appartenenza tra le persone, Catania, la Sicilia, l’Italia, il mondo e quel particolare bene - che non a caso, dicevamo, è stato simbolicamente inserito tra i siti protetti dall’Unesco – e permette di intravedervi l’incredibile reticolato di legature e responsabilità: il diritto di godere pienamente di questa preziosa eredità, da un lato,  e di conservarla, custodirla, elevarla, trasmetterla, dall’altro.Non da ultimo il riconoscimento porta alla cura, che l’azione che Officine Culturali sta sperimentando, insegnando, testimoniando. </span>
<span style="font-size: 13px;">Solo dentro questa cornice, un bene può diventare occasione di sviluppo, poiché superate le trappole della mera strumentalità e della banalizzazione, ciò che si riscopre è un rapporto rispettoso -  di più: affettuoso! - che passa dalla conoscenza e dalla frequentazione, dall’ascolto e dalla pratica  - il bene si vive – che diventa opportunità di crescita, nel senso più ampio: umano, relazionale, culturale, sociale e anche economico, come l’esperienza catanese sta cercando di dimostrare.In questo avvicinamento progressivo il bene è valorizzato e con esso anche professionalità e competenze, così come – sebbene, oggi, purtroppo ancora solo in misura ridottissima - un intero territorio nel quale il bene è incistato. </span>
<span style="font-size: 13px;">Ciò apre la questione della gestione dei beni comuni e della difficoltà di uno scaling up delle esperienze di innovazione che troppo spesso rimangono vittima della miopia, della frammentazione, della burocrazia, o anche, più semplicemente della diffidenza al nuovo e del cinismo.In questa luce l’iniziativa di Officine culturali appare oggi particolarmente innovativa poiché cerca di avviare almeno tre interessanti movimenti:</span>
<span style="font-size: 13px;">a)	il primo riguarda gli studenti in formazione che, adeguatamente accompagnati e preparati, diventano tour guide del complesso museale: Officine Culturali opera quindi come raccordo funzionale e di senso tra scuola e lavoro, educando alla passione per la cultura e per il proprio lavoro; all’imprenditività cooperativa e all’azione win-win; alla tessitura di reti locali e sovra locali;</span>
<span style="font-size: 13px;">b)	il secondo riguarda la natura dell’esperienza che, se supportata da politiche “friendly”, potrebbe trasformare un’esperienza iniziata come puro volontariato in soggetto economico di natura cooperativa capace di generare nuove opportunità di lavoro;</span>
<span style="font-size: 13px;">c)	il terzo riguarda il posizionamento dell’esperienza come parte di un vero e proprio sistema di coesione e di promozione territoriale culturale e turistica – tutto da costruire - in grado di combinare più settori produttivi (marketing, ricezione alberghiera, turismo marino balneare, enogastronomia, etc) ed intercettare più interessi e sensibilità (turismo nazionale e globale, didattica, accademia, socialità urbana, volontariato culturale, etc).</span>
<span style="font-size: 13px;">Il percorso è ancora lungo e per nulla semplice, soprattutto dentro un quadro  di infinite resistenze all’avvio di un serio lavoro di rete, di sostanziale debolezza sia della sfera istituzionale che della società civile, del prevalere di pattern di intervento oggi non più sostenibili economicamente e socialmente, qual è, purtroppo, la situazione non solo siciliana ma di molta parte del Sud Italia, dall’altro. Ma la strada aperta da Officine Culturali – una provocazione generativa in un panorama che non sempre riesce a riconoscere “la nuova occasione” che anche la crisi (non senza costi) rappresenta - appare un passaggio obbligato per far rinascere il nostro patrimonio culturale e con esso riattivare le comunità e dare ossigeno allo sviluppo. </span>
Patrizia Cappelletti]]></description>
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		<title>Italia ed Europa, fisco e impresa: Trappola da smontare</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 17:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigino Bruni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='center'></td></tr><tr><td valign='top' align='left'><p>Categorie: <a href="http://www.generativita.it/category/focus/idee/" title="Visualizza tutti gli articoli in Idee" rel="category tag">Idee</a></p><p></p>Stiamo precipitando in una vera e propria trappola di povertà. La spirale è ben delineata: (1) lo Stato è indebitato e deve trovare risorse; (2) le risorse non vengono dal [...]</td></tr></table>]]></description>
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		<title>Genius Loci Cambia Volto</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 20:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro Magatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Demofilo]]></category>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='center'></td></tr><tr><td valign='top' align='left'><p>Categorie: <a href="http://www.generativita.it/category/demofilo/" title="Visualizza tutti gli articoli in Demofilo" rel="category tag">Demofilo</a></p><p></p>L&#8217;Archivio della Generatività inizia un nuovo cammino. Fino ad oggi abbiamo raccolto e raccontato più di 80 storie di generatività allo scopo di ricordarci che, in Italia, le energie positive [...]</td></tr></table>]]></description>
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		<title>La Casa della Memoria di Brescia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 10:03:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[caso]]></category>
		<category><![CDATA[problema001]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="187" height="114" src="http://www.generativita.it/wp-content/uploads/2013/03/video.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="video" title="video" /></p>La Casa della Memoria è un’associazione presente sul territorio bresciano e sulla sua provincia sin dal 2000; viene fondata a seguito della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 per la quale è ancora in corso il quinto procedimento penale.
Il lungo e complesso percorso giudiziale di questi ultimi anni, seppur non abbia individuato gli effettivi esecutori della strage, ha identificato la matrice della strage nell’ordinovismo veneto, sottolineata in particolare nell’ultima sentenza dell’ aprile 2012.
Soci fondatori sono il Comune di Brescia, la Provincia di Brescia e l'Associazione tra i familiari dei caduti della strage di Piazza della Loggia – Brescia – del 28 maggio 1974, costituita il 6 luglio 1982, a seguito della prima sentenza di appello del processo sulla strage.
La Casa della Memoria si trova in uno stabile del Comune, da cui, insieme alla provincia, è finanziata.
Nello statuto del 2004 si legge la denominazione precisa: “<strong><em>Casa della Memoria - centro di iniziativa e documentazione sulla strage di Piazza della Loggia, sulla strategia della tensione</em></strong><em>”. </em>
La Casa<em> </em>della Memoria, nonostante sia nata da un grave avvenimento luttuoso, è motore di  molteplici iniziative e attività, orientate all'apertura verso l'esterno, alla collaborazione con la società civile, allo sviluppo del processo democratico e alla diffusione di una memoria condivisa, favorita dalla <em>conoscenza e dalla rielaborazione</em>, come sottolinea il Presidente dell’associazione Manlio Milani.
L’associazione non ha scopo di lucro e si occupa, in collaborazione con altre istituzioni, enti e singoli, non solo di svolgere un approfondimento e una ricerca storica circa gli avvenimenti inerenti la strage, ma anche di diffondere una cultura partecipata e più responsabile organizzando incontri, conferenze e dibattiti per le scuole e la cittadinanza. Esempi sono gli eventi organizzati in concomitanza delle commemorazioni del 27 gennaio ("Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti), 9 maggio (“Giorno della Memoria” dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice, istituito nel giorno della morte di Aldo Moro), 28 maggio (anniversario della strage di Piazza Loggia), 16 dicembre (anniversario della strage di piazzale Arnaldo a Brescia).
Molteplici sono le pubblicazioni curate dall’associazione e il ricco archivio (creato e ampliato in tutti questi anni, che comprende anche la scansione di tutti gli atti processuali)  è fonte e strumento per l’approfondimento storico di molti studiosi e di chiunque voglia avvicinarsi a questi argomenti.
La Casa della Memoria di Brescia è un membro della “Rete degli archivi per non dimenticare”. Tale Rete è nata per rendere più fruibili e potenzialmente accessibili a tutti i vari archivi privati e i centri di documentazione presenti sul territorio italiano che posseggono un patrimonio ampio e variegato di documenti.
Nell’operare della Casa della Memoria appare evidente il desiderio e la necessità di coinvolgere e di sensibilizzare la società e di far conoscere, in particolare ai ragazzi, l'importanza di una riflessione sulla storia e gli avvenimenti passati, affinché diventino strumento per affrontare il tempo presente.
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<em>Claudia Tagliabue</em>
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<span style="text-decoration: underline;">Sede</span>: via Crispi 2, 25121 Brescia
<span style="text-decoration: underline;">Telefono</span>: 0302978253,     <span style="text-decoration: underline;">Fax</span>: 0308379440
<span style="text-decoration: underline;">Sito Web</span>: www.28maggio74.brescia.it
<span style="text-decoration: underline;">Mail</span>: casamemoria@libero.it;
<span style="text-decoration: underline;">Ufficio di presidenza:</span><em> </em>
Paola Vilardi,         Comune di Brescia
Arsistide Peli,        Provincia di Brescia
Manlio Milani,       Presidente dell'Associazione tra i familiari
dei caduti della strage di Piazza della Loggia
<span style="text-decoration: underline;">Comitato scientifico</span>:
S. Fontana,            Università degli Studi di Brescia;
P. P. Poggio,           Direttore Fondazione “Luigi Micheletti” di Brescia
F. Germinario,       Fondazione “Luigi Micheletti” di Brescia
<span style="text-decoration: underline;">Segreteria e coordinamento:</span><em> </em>
Bianca Bardini,     Comune di Brescia
<span style="text-decoration: underline;">Responsabile archivio:</span><em> </em>
Filippo Iannaci,     Provincia di Brescia
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&nbsp;]]></description>
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