Nuove Architetture Politiche: CINFORMI a Trento
di Paolo Gomarasca in Focus
Il punto di forza del Piano Convivenza della Provincia Autonoma di Trento è paradossalmente la sua delicata architettura politica, che sta in piedi solo in misura proporzionale ai fenomeni partecipativi che riesce a generare. Il framework del Piano, a ben vedere, non è poi così originale, sebbene – di questi tempi – anche solo ricordare che ogni persona incorpora un valore potenzialmente condivisibile, o quantomeno convergente, non è affatto una posizione scontata: significa neutralizzare d’emblée il linguaggio sclerotizzato che scatta in maniera ormai automatica quando l’incontro con l’altro evoca lo scenario preconfezionato dello “straniero”. A quel punto, chi riesce a evitare di finire nella trappola del “noi” e “loro”?
Di qui l’attenzione che il Piano Convivenza pone innanzitutto a livello delle parole comunemente usate: è necessario infatti un “lessico rinnovato”, che comporta, ad esempio, “lasciare fuori dalla porta” la parola “straniero”, per sostituirla con quella – francamente rivoluzionaria – di “nuovo trentino”. A essere “nuovi”, qui sta l’aspetto decisivo, non sono solo gli immigrati (fosse così, sarebbe un escamotage linguistico per dire ancora “loro”, forse in un modo politicamente più corretto): “nuovi” sono tutti i trentini che, ogni giorno, si trovano alle prese con un tessuto sociale che cambia e che necessariamente li invita, o talvolta li costringe a cambiare. Del resto, il Piano si chiama “Convivenza” e non – come si tiene a precisare – “Integrazione”: si convive solo se il “noi” è costruito insieme, non se il “noi” è la frontiera di un’appartenenza narcisistica, che gli “altri” devono per forza varcare se vogliono smettere di essere così fastidiosamente “diversi”. Non a caso, Sennett diceva che il “noi” è un pronome pericoloso. Non a caso, il Piano Convivenza scommette sull’“interazione”, cioè sui fenomeni associativi concreti di incontro tra “nuovi trentini”, disarmando in anticipo la pericolosità connessa a forme di autodifesa identitaria.
Eppure, tutto questo lessico rinnovato resterebbe un’operazione intellettuale astratta, perciò inutilizzabile, se non divenisse contemporaneamente chiave di accesso a un nuovo scenario sociale. È chiaro infatti che non basta cambiare qualche parola, se non si riesce a sovvertire la scena paranoica (tipo “scontro di civiltà”) su cui viene abitualmente proiettato il fenomeno migratorio. Ecco perché il Piano Convivenza è strettamente correlato all’unità operativa del Centro informativo per l’immigrazione. E il Cinformi non è solo un ufficio informazioni: è un vero e proprio laboratorio di immaginari, con l’ambizione politica di costruirne di nuovi. Dunque non si tratta solo di facilitare l’accesso ai servizi pubblici da parte degli immigrati (questo è l’obiettivo immediato); si tratta di costruire pazientemente un sapere condiviso sugli “altri” (quanta paura dipende, a volte, dal non saperne niente, o – peggio – dal non volerne sapere niente); ma poi si tratta anche e soprattutto di favorire la comunicazione tra tutti gli attori sociali. Proprio questo è il punto nodale, la forza e insieme la debolezza dell’intero progetto: forza, perché dacché Socrate ha cominciato a interrogarsi sull’umano, non esiste città (e quindi convivenza) senza piazza, dove le persone mettono in comune quel che sanno; e debolezza, perché la comunicazione avviene per una libera decisione di mettere gli altri a parte di quel che si sa.
Per questo il Cinformi ha in sé, come suo propulsore fondamentale, un’“area comunicazione”. Così l’ambizione politica del Piano Convivenza prende la forma concreta di un impegno a comunicare “l’immagine corretta del fenomeno migratorio”: un’immagine che non è quella che, di nuovo, “noi” proiettiamo su di “loro”, magari con un po’ di cortesia in più. L’immagine corretta è quella che emerge dal coinvolgimento operativo degli stessi “nuovi trentini”, nella forma di vere e proprie inchieste giornalistiche dove il fenomeno migratorio diviene – forse per la prima volta – parlante in prima persona. Qui si capisce che “la persona al centro” non è solo uno slogan. Guarda caso, era l’intuizione già espressa in uno dei famosi volantini parigini del maggio ’68, per cui la questione era proprio “A nous de parler!”.
Questa “presa della parola” è il primo passo per la costruzione di un nuovo immaginario che contamini gli immaginari scleoritizzati (di qui l’attenzione dell’area comunicazione a lavorare in sinergia con le altre emittenti locali). L’effetto è una riorganizzazione del tessuto sociale: il fatto che il Cinformi riesca ad allineare le aspettative del privato su quelle del pubblico, e viceversa, non dipende solo da una volontà di ottimizzare i costi. È il principio di un nuovo Trentino, un primo passo per mantenere la promessa della convivenza, anche e soprattutto coinvolgendo le cosiddette “seconde generazioni”, letteralmente prese tra due culture, perciò a rischio di incorporare conflitti ingestibili.
C’è una felice contraddizione che condensa l’architettura politica del Piano: ogni cittadino, dice l’assessore Lia Giovanazzi Beltrami, si deve sentire “al 100% trentino”, ma questo è possibile solo se è anche al “100% quello che si porta dietro”, la sua storia, la sua lingua, i suoi legami famigliari e sociali. È profondamente vero, solo che i conti proprio non tornano. Viene in mente quel che scrive Derrida: «il proprio di una cultura è di non essere identica a se stessa. Non di non avere identità, ma di non potersi identificare. […] Non c’è cultura o identità culturale senza questa differenza con sé […]. Lo stesso vale, inversamente o reciprocamente, per qualunque identità o identificazione: non c’è rapporto con sé, identificazione a sé, senza cultura, ma cultura di sé come cultura dell’altro, cultura del doppio genitivo e della differenza rispetto a sé».
Il che svela il paradosso della condizione umana che il Piano Convivenza indubbiamente, con il suo stile operativo, intercetta: essere veramente se stessi (al 100%) significa avere a che fare (sempre al 100%) con l’altro; cioè significa non essere mai completamente se stessi. Del resto, è solo così che viene voglia di incontrarsi e costruire insieme la città.
Paolo Gomarasca


Design & Web by