Riace: una via di rigenerazione locale attraverso l’attribuzione di valore
di Monica Martinelli in Focus
A Riace, piccolo borgo medievale appoggiato alle pendici delle aspre montagne della Locride, circondato da fichi d’india e terra bruciata, prende forma un po’ per volta una storia corale che va al di là dei suoi stessi confini.
La forza di quello che fuori dall’Italia viene definito il “Modello Riace” sembra essere il valore condiviso attorno alla possibile rigenerazione comunitaria del luogo intesa quale processo partecipato dal basso, legando il destino locale ad una storia più ampia.
Il genius loci ha preso qui la forma dell’agire facendo esistere qualcosa in un contesto contrassegnato dal vuoto cui ci si è abituati poichè “ormai” è assente il futuro: le case sono disabitate per l’emorragia di una lunga e dolorosa storia di emigrazione; la scuola chiusa; il territorio abbandonato alle mani di poteri obliqui; il mare e la costa svuotati della loro bellezza per via della speculazione edilizia e di un’idea di sviluppo appiattita sulla moltiplicazione di ipermercati e centri commerciali.
L’incipit per innescare il processo viene da un altrove, quasi a sigillare una via di rinascita che intreccia il particolare con l’universale: lo sbarco sulla costa, nel 1998, di un veliero con circa 300 migranti in fuga per la persecuzione e la violazione dei diritti umani. A quello sbarco ne seguono altri. E altri migranti arrivano in modo meno sporadico negli anni a venire.
Inizia una grande mobilitazione in vista dell’accoglienza che, dapprima, si caratterizza per l’elevata spontaneità e poi si consolida attraverso la creazione, per opera di Domenico Lucano, dell’Associazione “Città Futura”, nel 2000, e l’impegno politico-istituzionale dello stesso Lucano (consigliere di minoranza dal 1999 e sindaco dal 2004) e con lui, fin da subito, di altre persone, le quali hanno consentito di costruire una storia che non è “stata fatta da soli”.
La presenza dei migranti, da potenziale (nuovo) problema sociale che si assomma a una lunga serie di questioni sociali irrisolte, diviene una risorsa. L’accoglienza si intreccia infatti con il recupero del borgo, l’avvio di vecchie e nuove attività economiche e commerciali, la riapertura della scuola, la creazione di spazi di incontro. Accogliere i migranti non è stata una azione estemporanea, ma il naturale approdo d’una antica cultura – anch’essa ri-valorizzata – dell’ospitalità tipica di questa comunità, custode di una propria identità ma disponibile ad arricchirla con quanto di positivo proviene da altrove.
Gli ingredienti di questa mobilitazione possono essere così sintetizzati: l’osservazione della realtà non dall’alto ma da dentro; la messa in campo di profonde idealità; una passione in relazione alla convivenza nella giustizia sociale e legalità; la memoria storica; la messa a disposizione di tempo e relazioni nonché la socializzazione di informazioni e risorse.
E, su tutto, appunto, il dare valore a un percorso di sviluppo sociale alternativo rispetto alle immobilità consolidatesi nel tempo e alle derive causate sia dalle irresponsabilità istituzionali diffuse che dall’adesione acritica a un modello di sviluppo avulso dalle particolarità locali, nonché dalle lentezze – a livello nazionale – nell’affrontare le nuove sfide sociali. L’operazione si presenta tutt’altro che scontata nei suoi risultati finali. Questo a motivo, in primo luogo, delle resistenze contestuali: il territorio della Locride appare ingessato dall’alto e avvinghiato nella rassegnazione dal basso. In secondo luogo, per via della non completa autonomia del modello stesso: l’intero sistema di accoglienza necessita dei fondi pubblici erogati sulla base dei progetti stilati ad hoc, e sconta pertanto l’incertezza di questo tipo di finanziamenti soprattutto all’interno di un quadro culturale non sufficientemente orientato a valorizzare uno sviluppo condiviso sul modello di Riace così come poco propenso ad affrontare le questioni migratorie in una prospettiva di lungo periodo.
Tuttavia, l’esperienza locale di Riace ha una sua esemplarità. Ad iniziare anche da questo limite: la modalità di spesa dei fondi pubblici presenta elementi innovativi sia per la trasparenza contabile che per l’efficiente impiego: “Allo stato questa operazione costa circa 20 euro giornalieri a persona, contro i 90/100 euro nei Centri di permanenza temporanea. Con i venti euro dobbiamo pensare a tutto: alla casa, alle cure sanitarie, al riscaldamento, luce, scuola, cibo. Ma ci stiamo dentro”, racconta Lucano.
Ma oltre a ciò, proprio nell’epoca della crisi del valore su scala locale-nazionale e globale, crisi emblematicamente ravvisabile nella insostenibilità di una crescita economica puramente espansiva – che ha divorato energie umane, relazionali, sociali, ambientali -, sostenuta dallo slegamento tra economia finanziaria, economia reale e storia dei gruppi umani, dall’innovazione tecnica proiettata alla mera funzionalità indipendentemente dai significati, dalla stimolazione mediatica avulsa dai contesti con le loro particolarità, l’esemplarità di questa piccola storia sta nel suo ricercare le vie per andare oltre quella crisi immaginando e sperimentando una nuova forma di crescita che tenga insieme dimensioni strumentali e significati della convivenza collettiva plurale.
In un tempo, quindi, che fa l’esperienza drammatica dell’impossibilità di far esistere qualcosa che abbia valore, dal momento che – come afferma anche il sindaco di questa storia – “tutto si può dissolvere, si può bruciare…”, tutto può scivolare nell’equivalenza e inconsistenza più assoluta, ecco che decidersi per costruire un valore positivo – a livello politico, istituzionale, economico, etico – apre la possibilità per una crescita che riabilita relazioni, appartenenze, significati condivisi, fino a delineare percorsi alternativi.
Il “riscatto sociale” cui più volte il nostro interlocutore si riferisce va al di là di una illusoria, astratta e generica utopia, ma ha a che fare con l’assunzione della responsabilità di quanto si decide liberamente di far esistere individualmente e collettivamente in risposta alle interpellazioni provenienti dalla storia di una comunità e di un territorio – storia di emigrazione, di dominio latifondiario agricolo, storia di sfilacciamento del tessuto sociale -, nel confronto con qualcosa che al contempo va al di là del proprio spazio di vita immediatamente prossimo – i fenomeni sociali più ampi che interessano anche altre comunità sparse nel mondo e che “riguarda una complessità non solo locale”, come suggerisce ancora Lucano.
Scriveva Georg Simmel all’inizio del secolo scorso: “in ogni azione abbiamo una norma, una misura, una totalità idealmente prefigurata sopra di noi, che proprio mediante questo agire viene tradotta nella forma della realtà”.
L’anelito alla giustizia, la decisa azione di antimafia sociale, di ricostituzione del tessuto sociale e di avanzamento socio-culturale prende forma attraverso azioni partecipate sia a livello sociale che istituzionale, dentro un filo conduttore che dà continuità nel tempo alla vita reale di una comunità e alle forme relazionali e istituzionali che quella vita esige.
Mantenere il filo conduttore apre prospettive all’agire nel suo divenire capace di durare oltre il breve periodo – altro elemento chiave del processo di rigenerazione in atto – al di là dell’ingaggio istantaneo, tanto emergenziale quanto effimero, pur mantenendo il dinamismo proprio “della sperimentazione, del processo” e quindi della permanente messa in discussione del proprio operato alla luce dei significati che abilitano quell’agire e quelle forme e della direzione di senso in ordine a una storia e alla vita di una comunità e dei suoi luoghi (altrove Lucano si definisce come “sindaco pro-tempore” [1]).
Il dinamismo della vita e delle forme – la vita di una comunità, di un luogo, di gruppi umani che arrivano da lontano, di un ambiente, di visioni del mondo; le forme mediante le quali concretizzare quella vita dalla quale, al contempo, lasciarsi continuamente interpellare superando ogni cristallizzazione – tiene alto l’investimento in un bene che merita impegno, passione. Un bene per il quale attivare risorse, interesse da parte di altri, relazioni in grado di lenire ferite antiche e nuove (come si propone di fare l’esperienza dei laboratori all’interno dei quali autoctoni e immigrati sono affiancati gli uni agli altri), nell’ottica del superamento dell’individualismo difensivo o causato dalle logiche del divide et impera di poteri ‘laterali’.
La rigenerazione del borgo e della comunità insieme ai rifugiati si appoggia a reti di relazioni in cui sono molte le soggettività in campo (il mondo associativo, le istituzioni, singoli esperti da fuori, reti di partnership internazionale, i singoli individui, i turisti solidali, ecc.). Anch’esse diventano fonte di valore con le loro risorse e il prendersi cura del benessere di un territorio e dei suoi abitanti, strettamente collegato al valore attribuito alla possibilità di coltivare obiettivi esistenziali significativi, alla realizzazione di condizioni di riproducibilità nel tempo delle risorse in campo. La crescita che ne discende, nella logica di una cooperazione economica decentrata, stabilisce il suo ritmo in relazione al vincolo di sostenibilità umana, sociale e ambientale. Anche la creazione di opportunità lavorative – operazione sempre delicata e fragile in generale, tanto più in un contesto già precario di suo – avviene in un rapporto vivo con la realtà, le sue tradizioni, le esigenze locali, muovendosi contemporaneamente su più fronti tenendo presente gli equilibri di fondo – demografici, economici, umani – del luogo.
Il valore condiviso che anima il “modello Riace” è qualcosa che si genera insieme, l’effetto di una produzione di senso dentro una ben determinata realtà, in cui vincoli e limiti costituiscono lo stimolo innovativo per una crescita che ha uno spirito.
[1] Si vedano i brani di intervista riportati nel testo di C. Sasso, Trasite, favorite, Ed. IntraMoenia, 2009.


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