Quarto capitalismo, Vino e Territorio: Ancora su Argiolas
Sono principalmente tre le brevi riflessioni che la vibrante testimonianza di Valentina Argiolas mi porta alla mente e che vorrei condividere.
La prima è che si tratta di un buon esempio di impresa del quarto capitalismo. Tale espressione è stata coniata da Giuseppe Turani (“I sogni del grande Nord”; 1996, Il Mulino), ripresa da Andrea Colli (“Il quarto capitalismo”; 2002, Marsilio), infine da Mediobanca, il cui Ufficio Studi pubblica ogni anno un report sulle medie imprese italiane. Il quarto capitalismo, che segna una discontinuità rispetto al capitalismo italiano delle grandi imprese alle nostre spalle, è costituito da imprese di medie dimensioni, distinte da una presenza internazionale e riconducibili, almeno parzialmente, a sistemi produttivi locali.
Si tratta, quindi, di imprese che sanno coniugare elementi apparentemente opposti: innanzitutto, sono radicate territorialmente – nel caso di Argiolas il riferimento alla terra e alla storia è addirittura imprescindibile, non solo rispetto alla storia della famiglia imprenditoriale, ma anche perché esso è connaturato al prodotto stesso, il vino -, ma hanno un mercato internazionale (e la cantina Argiolas esporta in 54 paesi). Ed è proprio esportando che, nelle parole di Valentina Argiolas, la cantina “fa cultura della Sardegna nel mondo”. In secondo luogo, le imprese del quarto capitalismo esprimono l’apparente ossimoro della “trad-innovazione”; Argiolas combina una forte tradizione nella valorizzazione di vino solo da vitigni autoctoni, con tutela dei biotipi, con l’innovazione che caratterizza tecniche di lavorazione all’avanguardia, sia in termini di conservazione delle qualità organolettiche del prodotto che di salvaguardia della salute del consumatore e dell’ambiente. Le speranze di dinamismo economico trainato dall’innovazione, nel contesto italiano attuale, risiedono secondo i più proprio nelle medie imprese che costellano la penisola. Nel caso di Argiolas, si tratta di innovazioni che incorporano nel business dell’impresa un impegno che va ben al di là del territorio geograficamente prossimo ad essa, e anche questo ne declina la proiezione globale.
Ciò porta ad un terzo elemento su cui richiamerei l’attenzione, ovvero Argiolas è un esempio di impresa la cui utilità è più ampia rispetto alla sua capacità, in sé fondamentale, di creare profitto, perché abbraccia quella che si potrebbe definire “una filosofia del servizio”. Argiolas si pone al servizio, oltre che del cliente, della ricerca sulla sostenibilità ambientale – che conduce unitamente a università italiane e straniere -, del territorio, di cui come detto è ambasciatrice, quanto dei problemi sociali globali – ad esempio, attraverso i progetti di solidarietà che sostiene annualmente. Al servizio, anche, dell’obiettivo comune di fare della Sardegna un riferimento dell’enologia mondiale, attraverso la cooperazione auspicata con altre imprese sul territorio. A dimostrazione del fatto che è possibile, anche in un contesto travagliato come quello Sardo, passare in due generazioni da tre a oltre trecento ettari di vigneti, quando sostenuti da una visione di servizio e da scelte lungimiranti sebbene difficili sul breve termine quali quella, che mi ha molto colpita, della rinuncia alle agevolazioni che l’Unione Europea offriva, negli anni ’70, per l’espianto.
Laura Gherardi


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