• Tre fronti per la cooperazione “generativa”

    Si fa presto a dare del “generativo” alla cooperazione sociale. Bastano i dati normativi – legge e statuti che stabiliscono l’obiettivo di servire “l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini” – e quelli d’impatto – 14mila cooperative sociali, 4,5 milioni di utenti, 317mila addetti – per risolvere la questione e dichiarare che, sì, le cooperative sociali realizzano una delle migliori performance in termini di generatività nel panorama delle istituzioni economiche e sociali del Paese.

    Ma la fretta, si sa, è cattiva consigliera e lascia in disparte questioni irrisolte. Ad esempio: perché ancora oggi la gran parte dell’opinione pubblica non conosce le cooperative sociali, nonostante molti cittadini usufruiscano dei loro servizi sociali, assistenziali, educativi e di inserimento al lavoro? E ancora, come mai la cooperazione sociale gode spesso di cattiva stampa sui media generalisti che non mancano di sottolinearne i caratteri di precarietà del lavoro e di scarsa qualità dei servizi? Per non parlare di importanti interlocutori di queste imprese – le pubbliche amministrazioni ad esempio – che dopo decenni di prove tecniche di partnership ancora le considerano meri fornitori low cost. Evidentemente qualcosa è andato storto nel processo di istituzionalizzazione di questo modello generativo d’impresa.

    E quindi a vent’anni dall’approvazione della norma che ne ha riconosciuto i caratteri costitutivi – legge n. 381/91 – sarebbe davvero utile avviare un percorso sulla generatività della cooperazione sociale con il metodo e lo stile di dell’archivio della generatività, buttando il cuore oltre l’ostacolo delle forme giuridiche e cercando il valore nell’esperienza. L’archivio come la bacchetta biforcuta per un ipotetico rabdomante. Ma a cosa guardare per trovare esperienze autenticamente generative in questo campo?

    Un primo fronte, rilevante più di quel che sembra, riguarda i percorsi di efficientamento intrapresi dalle cooperative sociali. Certificazioni, marchi di qualità, bilanci sociali oltre all’output strumentale hanno consentito di recuperare posizioni importanti sul fronte dell’efficienza di processi produttivi che, fa ribadito, “generano” beni caratterizzati da evidenti attributi di meritorietà e di beneficio collettivo (cura, inclusione, sicurezza, educazione, ecc.).

    Secondo fronte: gli investimenti. Diverse cooperative sociali sono alle prese con “l’investimento della vita”: comprano sedi, brevetti, tecnologie, centri di servizi per gestire “chiavi in mano” le loro attività senza dipendere troppo da risorse e scelte altrui (peraltro in declino soprattutto sul versante pubblico). Sono attività per definizione rischiose, soprattutto in questa fase, e che chiamano in causa non solo la solidità del modello di business ma anche il valore intrinsecamente sociale del progetto imprenditoriale. Gli investimenti, infatti, sono cofinanziati non solo accedendo alle risorse di intermediatori finanziari sempre più specializzati e competenti, ma attraverso la raccolta di risorse di varia natura e provenienza (autofinanziamento, donazioni, contributi in kind, volontariato, ecc.).

    Terzo fronte, questo sì scontato perché ormai di uso comune, l’innovazione. Secondo alcune recenti indagini essa consiste, nella sua forma più estesa (la cosiddetta innovazione “totale”), in un orientamento delle cooperative sociali alle nuove forme di rischio che caratterizzano la società contemporanea. Non solo quindi nuovi servizi per i vecchi utenti e neanche miglioramento dei processi produttivi e di commercializzazione. Piuttosto un rinnovamento profondo tornando alle fonti del finalismo d’impresa. Rispondendo cioè, vent’anni dopo, a ciò che rappresenta, oggi, l’interesse generale di una comunità e l’integrazione sociale dei cittadini.

     

    Flaviano Zandonai (Iris Network)