• La fiducia: antivirale e integratore del corpo sociale

    La nostra vita ci mette continuamente al cospetto di episodi e incontri che chiamano in causa la fiducia: dallo spot pubblicitario alla lettura di una notizia, dall’esperienza di cura alle transazioni economiche, dalla condivisione di un lavoro alla spensieratezza di un gioco, dalle promesse elettorali alla preghiera personale. La fiducia costella l’esistenza di ognuno e i suoi legami – “caldi” e “freddi” –, così come intesse pubblico, privato, interiore e intimo. Ciò, in particolare, carica sulle sue spalle almeno una triplice responsabilità, che ne attesta la portata concettuale, ne evidenzia la fecondità sociale e ne segnala rischi e potenzialità: un nutrito gruppo di paradossi molto stimolanti, che la fiducia deve provare a sciogliere o disinnescare; il ruolo “scomodo” di reagente critico nei confronti di alcuni luoghi tradizionali che oggi sembrano entrare in crisi; la sfida di grimaldello antropologico e politico, sul quale poggiare alcuni necessari cambi di paradigma.

    I paradossi. La fiducia è un prius, un originario, una necessità, ma anche un prodotto, un esercizio, che cresce e si consolida con la pratica sociale; è qualcosa che si trova ovunque, che riguarda ogni nostra azione, che si esplica e si rende pubblico, ma anche intimamente personale, proprio, esclusivamente mio; vige nel “faccia a faccia”, ma è ugualmente richiesta nella distanza anonima; ha a che fare con la speranza, la solidarietà, la gratuità, ma non rinnega l’interesse, fino a costituire persino, in gergo, la linfa dei mercati o generare, nel migliore dei casi, capitale sociale; raggiunge livelli d’incondizionatezza naturali in famiglia, ma si cerca di riprodurla artificiosamente in società. Il paradosso, in buona sostanza, di persone che vivono di fiducia, ma che, nonostante ciò, troppo spesso sono costrette a selezionare e quindi ad affidarsi a uomini di fiducia. Il paradosso affascinante e umano, detto altrimenti, di irrinuncibilità (non possiamo non fidarci) e incertezza (non possiamo fidarci ciecamente), che convivono fino a toccarsi e chiedono di investire in un difficile lavoro ermeneutico, chiamato a mettere in dialogo libertà e necessità.

    La portata critica. La fiducia mette in risalto i limiti di un’epoca, come la nostra, di sospetto, prima ancora che di crisi e delegittimazione. Almeno attorno a tre coordinate. La paura: paura della solitudine e paura delle relazioni, paura di vivere e paura di morire, paura di amare e paura di soffrire; una paura onnipervasiva che domanda una distanza di sicurezza dagli altri, persino tra le mura domestiche, e diffida del futuro, così schiacciato dall’emergenza da produrre solo “passioni tristi” e barriere che proteggono urgenze e necessità. Il consumo: il connubio – oramai simbiotico – tra l’elettore e il consumatore così come tra il politico e il venditore di intimità permette all’interesse di fagocitare la fiducia; economia e politica divengono lo spazio in cui i legami si riducono a sovrabbondanza di promesse e fast food di soddisfazioni individuali. Infine la speranza: la fede che ritorna sulla scena pubblica, travestita da rivendicazione identitaria, ha smarrito la propria dimensione trascendente; ciò l’accredita a fornire una giustificazione alle opzioni individuali, ma la piega a finalità esclusivamente terrene e finisce per cancellare il volto religioso della fiducia, ovvero, appunto, la speranza; l’istante e l’immanenza stanno erodendo dall’interno ogni possibile declinazione della speranza, che sia la personale concezione del futuro o la cristiana trasfigurazione dell’attesa. Alla fiducia l’arduo compito di lanciare l’allarme.

    La proposta. Accettare le sfide della fiducia e non ridurre questo termine ad un false friend, ma coglierne la ricca e feconda portata gnoseologica, antropologica e politica: la fiducia costituisce infatti il terreno attorno al quale ripensare i paradigmi della razionalità, della relazionalità e della convivenza. In che modo? La vera sfida è quella di dare ragione, in modo critico e maturo, della fiducia e provare ad argomentare l’idea secondo la quale antropologicamente la fiducia preceda la paura, fornendo l’appoggio a chiavi di lettura che evitino ogni interpretazione fideistica o ingenua. La fiducia lancia così una sfida alla ragione e costringe le relazioni che costituiscono la persona ad intraprendere una nuova riflessione sulle proprie radici e il proprio statuto: sperimentare un modello di razionalità che sappia convivere con la vulnerabilità, la fragilità e la fallibilità nonché discernere, nelle molteplici forme di legame che caratterizzano la nostra esistenza, le condizioni per parlare di sana o patologica dipendenza ed evitare ogni assolutizzazione dell’io; il punto di contatto e di scontro è costituito da quella che potremmo definire, dall’antichità fino alla modernità, l’aspirazione all’autosufficienza razionale (l’espressione non è mia, ma di Martha Nussbaum), che ha proceduto di pari passo con una sempre più ampia opera di negoziazione del bene: su questo terreno la fiducia ha molto ancora da dire. Come qualcosa da dire lo ha in ambito politico, sia evidenziando i limiti di una fiducia non critica che le possibilità di una sfiducia costruttiva. Distinguere tra fiducia che esercito e fiducia che affido per tornare a segnare il suo perimetro autentico – tra comunità e società, prossimità e distanza, legittimità e credibilità – e il ruolo di controllo della sfiducia – poteri di sorveglianza, sanzione e interdizione, ma anche giudiziarizzazione del politico – come difesa dei diritti dei cittadini e arma di una politica che Rosanvallon definisce esigente e costruttiva.

     

    Luca Alici