Fare emergere la terra nel mare della tecnica
di Mauro Magatti in Idee
Come riannodare politica ed economia nell’era della “seconda globalizzazione”
Con la crisi del 2008 siamo entrati nella “seconda globalizzazione”: la fase espansiva, avviatasi dopo la caduta del muro di Berlino, è terminata e si avvia una nuova stagione in cui la questione della crescita va profondamente ripensata, a partire dalla ridefinizione del rapporto tra economia e politica. Il dibattito sul ritorno a politiche keynesiane di spesa coglie solo in parte la questione dato la mancanza di una delle condizioni di fondo su cui si reggevano le politiche economiche del periodo post-bellico: un ordine istituzionale internazionale in grado di garantire la relativa chiusura della singola economia nazionale.
Come ad una vasca a cui è stato tolto il tappo, le economie contemporanee, integrate nei mercati e nel sistema tecnico planetario, rischiano di girare a vuoto, bruciando in un batter d’occhio quanto faticosamente riescono a produrre.
È questo il nodo che struttura oggi i rapporti tra economia e politica. Ed è rispetto a questo nodo che i dibattiti di questo mesi – tanto quelli sull’Europa quanto quelli sulla crescita – debbono essere ridefiniti.
Terra, mare e lo scatenamento della tecnica
Nella sua teoria politica, C. Schmitt contrapponeva il mare alla terra: il primo è il regno dell’instabilità, del movimento, della libertà; la seconda indica stabilità, ordine, distinzione. In questa prospettiva, si capisce perché, dal momento in cui l’ordine terraneo europeo collassa a seguito della scoperta dell’America, l’intera vicenda moderna si trova a fare i conti con il tema della tecnica: “il passo verso un’esistenza puramente marittima provoca la creazione della tecnica in quanto forza dotata di leggi proprie. [...] lo scatenamento del progresso tecnico è comprensibile solamente da un’esistenza marittima [...] tutto ciò che si lascia riassumere nell’espressione ‘tecnica scatenata’, si sviluppa solamente… sul terreno di coltura e nel clima di un’esistenza marittima”.
Ora, dopo gli anni rampanti della ”prima globalizzazione”, la crisi apre una nuova fase riportando in auge la questione “politica”, cioè la ridefinizione di confini e rapporti di forza: terminata la fase puramente espansiva, nel nuovo “mare tecnico” che avvolge ormai l’intero pianeta – e definito da quell’insieme di infrastrutture, codici, protocolli, standard in grado di prescindere da qualsiasi connotazione spaziale o culturale - che significato ha la “terra”? Ovvero, com’ê possibile, nelle nuove condizioni, la ricostruzione di comunità di mutuo riconoscimento di natura fondamentalmente politica?
Etimologicamente, il termine “terra” significa secco, non umido, in contrapposizione al mare, ambiente liquido e infido e come tale difficile da dominare. Dante usa l’espressione “gran secca” per dire che la terra, per esistere, deve emergere dal mare – rispetto al quale sta in relazione, senza esserne sommersa. La terra dà dunque il senso di una solidità e di una permanenza, cioè di una storia, di un lavoro, di un futuro. Ma anche di un servizio.
Seguendo ancora Schmitt, si può osservare che la parola greca nomos ha una triplice valenza etimologica: Nehmen rinvia all’idea di presa, di conquista; Teilen alla divisione e alla spartizione; Weiden alla coltivazione e alla valorizzazione. Benché tutti questi significati tendano a riemergere quando si parla di terra, è sopratutto l’ultimo che, nel quadro della contemporaneità, occorre considerare. Nel mare tecnico, la terra “emerge” là dove si rende di nuovo possibile la vita umana associata, mettendo la tecnica al servizio dei suoi abitanti. Ma affinché ciò sia possibile, sono richiesti impegno e investimento: anche oggi, per portare frutto, la terra va lavorata e curata.
Parlare di terra, nell’era tecnica, è, dunque, una scelta eminentemente politica. Lo dimostra la ricerca sulle “global region”: ad affermarsi sono quei territori (città, regioni o stati) che riescono a ricomporre la tecnica con il senso, la mobilità con la vivibilità, l’efficienza con l’affettività, la crescita con il limite. Ma, soprattutto, lo dimostra la crisi europea: senza un’integrazione politica capace di determinare una interruzione, una differenza, la sola infrastrutturazione “tecnica” espone alla forza di un mare imperscrutabile, finendo per provocare la sommersione di un intero continente.
È questo il “nomos della terra” nell’era del mare tecnico: una terra umana esiste solo laddove vengono create le condizioni strutturali e simboliche che la definiscono – facendola emergere – in rapporto a ciò che le sta attorno. Così, quanto più ci perdiamo nel nuovo mare tecnico, tanto più la “terra” – cioè la politica – torna a essere protagonista, anche se in modo ben diverso rispetto al passato. Se, infatti, non si dà “terra” senza emersione, al tempo stesso nessuna terra può vivere indipendentemente dal mare – che, fuor di metafora, è oggi il sistema tecnico planetario, con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi standard.
Terra emersa: alcune proposizioni di ordine politico
Da queste considerazioni derivano diverse proposizioni di ordine politico
La prima ė che, oggi, la terra si ridefinisce come contenitore di un valore che, invece di disperdersi, si sedimenta. Essa, cioè, esiste solo là dove si compie questa capacità di creazione e di deposito. Lo scrivono efficacemente Porter e Kramer: per reggere le sfide della ” seconda globalizzazione” – quella che si delinea con la crisi e le sue conseguenze – occorre produrre – senza limitarsi a consumare – valore condiviso, laddove la nozione di “valore” non é riducibile ad una declinazione meramente economicistica. Valore, infatti, è tutto ciò che viene condiviso dalle parti e, in questo senso, è di comune inter-esse. In un mondo aperto e in movimento, il valore, che fa emergere la terra, è il riconoscimento di un interesse comune – che possiamo chiamare anche bene comune – e che, proprio per questo, si costituisce come differenza rispetto all’ambiente circostante.
Da questo punto di vista, nel mare della tecnica la terra è il luogo politico della cura dell’umano che fa la differenza. E questo non solo perché, in un mondo dove tutto è mobile e interscambiabile, i confini tendono a essere stabiliti più che dal potere di coercizione – incarnato da esercito e polizia – a cui i flussi sfuggono, dalla capacità di una particolare comunità di creare condizioni qualitativamente differenziali, di ordine economico e non solo. Ma anche perché che la crescita a cui le economie mature possono aspirare non può più puntare sulla mera espansione quantitativa, ma deve scommettere sulla loro capacita innovativa e creativa. Prendendosi cura delle persone e dell’ambiente in cui vivono, nella loro integralità.
La terza proposizione è che la terra non si può più pensare, oggi, come separazione, ma solo come relazione. Mai come di fronte alla grave crisi nella quale ci dibattiamo,le sirene della “chiusura forzosa” possono apparire suadenti. Ma la verità è che, persa l’autosufficienza, la terra si costituisce solo in rapporto al mare della tecnica, da un lato, e ad altre terre emerse, dall’altro. Immersi nel mare della tecnica, non basta più rivendicare o peggio pretendere una diversità. Per questo, contrariamente al modo reattivo con cui è ritornata nel dibattito pubblico degli ultimi 20anni, la terra è spinta oggi a perdere il tradizionale riferimento alla separatezza e, con essa, al sangue. Le nuove condizioni costringono ad andare in ben altra direzione. R. Sennet la evoca richiamando la distinzione utilizzata dai biologi tra parete e membrana cellulare : la prima trattiene tutto per quanto può e da via quanto meno possibile; la seconda, invece, porosa e resistente, permette il fluire dei vari materiali senza per questo perdere la propria struttura. In un mondo complesso e in perenne movimento, per continuare a esistere – cioè emergere nel mare tecnico – occorre chiudere quel tanto che ė necessario per essere veramente aperti. Contrariamente alla fase post-bellica – quando le società nazionali costituivano mondi per lo più separati – oggi, nel mare aperto della “seconda globalizzazione”, la chiusura di cui si ha bisogno consiste nella stipulazione di ”nuove alleanze” qualificate sotto il profilo relazionale e cognitivo, in grado di costruire con-fini che non sigillano, ma che mettono in relazione una differenza con il mondo intero.
Ecco l’ultima proposizione: se riconosciamo che il tempo dell’espansione infinita è alle nostre spalle, allora possiamo ammettere che, in futuro, per crescere, qualsiasi terra dovrà reimparare a “fare economia”, cioè a usare al meglio, cioè in modo sostenibile, le risorse disponibili. Senza sprechi, senza privilegi, senza eccessi. Il che non è necessariamente un male.
Come negli anni ’30 la Grande Depressione fu risolta con un grande programma di investimenti collettivi – il New Deal – così la Grande Contrazione nella quale siamo immersi si sarà superata solo con una diversa idea di crescita: non mera espansione quantitativa fondata su consumo e sfruttamento, ma sviluppo qualitativo, eccedenza simbolica, spirito generativo. Al cuore del nuovo modello di crescita deve tornare la questione della “produzione del valore” – abbandonando la strada facile ma perversa della speculazione finanziaria che ha fondato l’espansione senza limiti che ê stata la grande illusione della stagione alle nostre spalle: nella “seconda globalizzazione” si affermeranno quei territori, quelle comunità che sapranno “produrre valore”. Un valore economico e spirituale insieme, lavorando su un mix di apertura e chiusura, di efficienza e di senso, di individualismo e convivialità, di immanenza e trascendenza.
Alla politica il compito strategico di riannodare i fili di una trama sociale che non esiste più nelle forme del XX secolo, costruendo le condizioni adatte a nuove forme di alleanza, flessibili, dinamiche, plurime, tra e con attori sociali che, avendo il problema di entrare in relazione con l’intero pianeta senza perdere se stessi, concordano sulla produzione di valore. In un mondo avanzato, tecnicamente e culturalmente evoluto, la politica stabilizza ciò che è instabile, fa permanere ciò che è contingente, radica ciò che è mobile.
Mauro Magatti
Articolo originariamente pubblicato su Repubblica del 23/05/2012


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