• La nostra visione del benessere e del ben-vivere


    All’inizio del terzo millennio l’Italia si trova a fronteggiare una grave crisi di speranza nel futuro. La crescita è ferma da dieci anni, da quando, cioè, é nato l’euro, ad indicare la difficoltà del nostro paese di accedere ai livelli tecnici e qualitativi connessi con la globalizzazione. La capillare presenza dello stato, che copre quasi il 50% della ricchezza prodotta, non incide sui livelli di disuguaglianza che rimangono tra i più alti in tutta la UE, in larga parte per effetto delle disparità territoriali esistenti tra Nord e Sud. Con ampie sacche di popolazione che, con lo scoppio della crisi, sono a rischio di impoverimento. La struttura demografica è fortemente squilibrata verso le generazioni adulte e le scelte politico-economiche che ne sono conseguite hanno costantemente penalizzato il futuro dei giovani, riducendo significativamente le loro possibilità di trovare lavoro e i loro orizzonti di progettualità. Denatalità, crisi degli investimenti, stallo della creazione di valore economico, diffuso senso di smarrimento sono le diverse facce di una medesima crisi di speranza e di senso che si traduce in una afasia progettuale e in una sfiducia nel futuro.

    Dobbiamo guardare in faccia questa realtà senza indulgenze, facendo appello alla ricchezza delle nostre radici e ripartire comprendendo appieno le enormi potenzialità materiali e spirituali del nostro paese.

    La sfida è quella della crescita. Che significa, prima di tutto, riconoscere che l’Italia ha accumulato un ritardo che va colmato. Sul piano della competitività e dell’innovazione.

    Ma si sbaglierebbe a ridurre una tale questione alla sola dimensione tecnica. Per risollevarsi l’Italia deve saper produrre uno sforzo comune, di ordine prima di tutto morale, a cui tutte le forze positive di questo straordinario paese devono dare un contributo. Uno sforzo teso a rendere l’Italia protagonista nella costruzione di quel nuovo modello di sviluppo che tutti, su scala globale, dovremo costruire per uscire dalla crisi. Ci aspettano anni difficili, ma anche entusiasmanti, nei quali più che conservare ciò che non regge più si dovrà avere il coraggio di innovare. Solo una grande stagione di innovazione istituzionale potrà riattivare quelle energie umane e spirituali di cui il paese ha bisogno per superare questo momento critico.

    Noi oggi sappiamo che la multidimensionalità della crisi (economica, ambientale, finanziaria, di senso) va affrontata con un approccio integrato: la competitività economica non va disgiunta dalle relazioni industriali, né la ricerca va separata dall’istruzione di base, o la fiscalità dal welfare

    Uscire dalla crisi, per l’Italia significa aggredire contemporaneamente tre problemi: la competitività, l’equità, lo statalismo. Compito impossibile senza fissare con chiarezza il punto di arrivo.

    Noi oggi sappiamo che, nelle società avanzate, la “ricchezza delle nazioni” non dipende più solo dal flusso di beni e servizi prodotti. Ricerca, integrazione territoriale, apertura culturale, e poi anche famiglia e volontariato sono tutti fattori che costituiscono quel capitale comune che solo può sostenere la crescita. La ricchezza delle nazioni dipende sempre più strettamente dallo stock di ricchezza netta, di infrastrutture istituzionali, di beni ambientali, di patrimonio storico, artistico e culturale e dalla qualità della vita relazionale e spirituale di una comunità.

    Questi “fondamentali”, lungi dall’essere svincolati dalla dimensione più comunemente osservata della produttività e del reddito generato, obiettivi principali delle politiche di sviluppo, ne sono le radici profonde. Le relazioni economiche si svolgono infatti inevitabilmente in un contesto di informazione imperfetta e dunque senza fiducia e meritevolezza di fiducia a venir meno è quel capitale sociale che è il collante stesso della vita economica. Solo la dimensione della gratuità e del dono, che sa andare oltre le regole del do-ut-des nei rapporti tra colleghi e nel funzionamento delle istituzioni, è in grado di generare quelle relazioni di qualità che, oltre a essere un valore in sé, diventano anche vettori di crescita della produttività in un mondo nel quale la capacità di fare squadra per risolvere problemi complessi diventa sempre più importante.

    Avendo riflettuto e studiato esperienze innovative in questo ambito nate spesso da feconde intuizioni di organizzazioni presenti in tutto il territorio nazionale siamo consapevoli che tutto quanto sopra considerato deve inquadrarsi in una nuova terza fase dell’organizzazione delle relazioni nella vita economica e istituzionale.

    Con la crisi, la fase della meta mobilitazione individualistica che ha caratterizzato gli ultimi due decenni è finita. Adesso si tratta di creare le condizioni per imparare a creare valore insieme.

    Facendo bene attenzione ad evitare i rischi degenerativi del familismo amorale o della creazione di organizzazioni che promuovono l’interesse dei loro aderenti a svantaggio dei terzi, questa terza fase – che valorizza l’impresa, i corpi intermedi, i territori – ha già generato risultati preziosi a livello micro e può generarli anche nei rapporti macro, persino quelli tra stati, in un momento in cui l’anomia delle relazioni polverizzate dei mercati richiede forti relazioni fiduciarie sia all’interno sia tra gli stati.

    Con l’obiettivo di stimolare creazione di valore economico che favorisca un aumento e non un depauperamento della ricchezza ambientale, culturale, sociale e spirituale del nostro paese. Nella consapevolezza che sussidiarietà, solidarietà e gratuità non sono solo valori che di per sé rendono una vita degna di essere vissuta, ma anche precondizioni fondamentali per alimentare produttività e creazione di valore economico.