• Il difficile equilibrio del welfare generativo


    Il welfare è un luogo strategico per ripensare non solo la relazione tra i cittadini e la comunità politica di appartenenza, ma anche quella tra economia e società. E, per questa via, per ridefinire, nelle società avanzate, i processi di produzione di valore condiviso, nello spirito di un’alleanza tra mercato, stato e società civile.

    Il welfare europeo è un caso, per certi versi, planetario, oltre che una buona eccezione: il suo successo o il suo fallimento sono, infatti, destinati ad avere ripercussioni in tutto il pianeta. Considerato un costo nella fase precedente all’attuale – quando non, indebitamente, la causa del debito delle democrazie occidentali – esso può essere ripensato e vivificato a partire dall’idea di valore contestuale.

    Infatti, una protezione completamente individualizzata è un non-senso, tanto quanto lo è il pensare di costruire sistemi perfettamente funzionanti di protezione che non prevedano il contributo attivo da parte delle persone interessate e il coinvolgimento delle reti sociali. La protezione, per questo, è realizzabile e sostenibile solo nel quadro di una mediazione tra il polo individuale e quello sistemico.

    Da tempo, i sistemi di welfare (europei) affrontano una duplice sfida.

    Da un lato, essi devono gestire un clima sociale difficile, in cui prevalgono sfiducia, cinismo, opportunismo, individualismo. Tutte attitudini che minano la stessa riproducibilità del welfare. Dall’altro, il welfare oggi deve fare i conti con l’indebolimento di quelle reti relazionali e comunitarie che sostenevano la vita individuale e che si opponevano all’estendersi della monetizzazione a tutti gli ambiti della vita.

    In altre parole, nella rincorsa tra cultura domandista - che moltiplica le istanze di protezione accampate da tutto e da tutti senza alcun limite – e  risposta pubblica – sempre più affannata, al punto da favorire il ricorso alla privatizzazione come via per aumentare l’efficienza -, il patto tra individui e comunità politica si è in buona misura dissolto.

    Correttamente inteso, il welfare va oggi ripensato all’interno del processo di creazione del valore, nel suo senso più ampio sopra chiarito, recuperando cioè l’idea di una bidirezionalità, di una reciprocità della transazione individuo-comunità politica. Senza volere trattare approfonditamente tale questione, nei limiti di questo lavoro mi pare importante suggerire due indicazioni. La prima viene dalla nozione di “capacitazione” introdotta da A. Sen e M. Naussbaum[1].

    Lungi dall’essere un generico richiamo alla responsabilità, la capacitazione è un valore e non un costo: un’istruzione o un’assistenza sanitaria migliori sono fondamentali per la libertà goduta dagli esseri umani, permettendo di ottenere risultati migliori in tanti settori, oltre che aumentando le possibilità di benessere economico.

    Lo sviluppo, in questa prospettiva, viene inteso  come espansione della capacitazione goduta dal singolo individuo e avente ripercussioni al di là del singolo stesso. E il welfare state è quell’apparato che, prima di tutto e fondamentalmente, persegue questo obiettivo.

    La seconda indicazione viene, invece, dalla riflessione attorno alla questione dei meccanismi di composizione del risparmio privato e delle forme di assicurazione. La strada innovativa da percorrere va nella direzione della creazione di forme nuove di mutualità che sfruttino le pressioni oggi esistenti verso una riorganizzazione del sistema di protezione nella direzione di un rilancio della capacità di ri-tessitura dei legami sociali diffusi.

    Se ripensato secondo queste due prospettive, al di là dagli schemi ereditati dal passato, e in un’ottica generativa, il welfare può trasformarsi da fattore di conservazione e di freno alla crescita, in una delle leve strategiche per l’innovazione istituzionale, un ambito decisivo per la produzione di nuovo valore, luogo di uno scambio positivo tra l’individuo e il suo contesto sociale, snodo del patto sociale intergenerazionale.

    Una tale prospettiva permette altresì di non limitarsi ad affrontare le questioni del welfare pensando solo ai costi e all’efficienza economica. Se orientato alla capacitazione della persona e al rafforzamento del tessuto sociale diffuso, anche nelle democrazie mature il welfare può tornare a essere un luogo generatore di valore attraverso l’innalzamento della qualità della vita, la valorizzazione del patrimonio umano, la riduzione del costo assistenzialistico e la creazione di nuove attività economiche, nonché di opportunità di lavoro.

    Esso può essere un luogo privilegiato dell’economia della contribuzione che si sta delineando. In questo, il welfare può tradurre in senso pieno l’azione politica ed economica come azione sociale.

     


    [1] Sen, A. (1993) Capability and Well-Being, in M. Nussbaum, A. Sen, (a cura di), The Quality of Life, Oxford Clarendon Press, New York

     

    Laura Gherardi