• Vivaio

    Idee per una nuova politica

    Il popolo europeo a lezione di tedesco: l’economia sociale di mercato chiave anti-crisi



    Il vertice europeo che si sta aprendo al capezzale di un Euro sempre più in difficoltà, non può non apparire come una sorta di spada di Damocle pendente sulla testa di tutti noi. Da lì dipende la sorte della nostra economia, dei risparmi di una vita, della, purtroppo, modesta costruzione della casa comune europea che era nel sogno di molti grandi statisti del passato.
    Un tonfo della moneta unica avrebbe poi ripercussioni su scala mondiale inimmaginabili anche per chi è avvezzo ad osservare in un passato anche lontano scenari similari: forse si produrrebbe un fenomeno drammatico come quello che dopo la prima guerra mondiale vide il crollo dei sistemi monetari basati su oro e argento e tutto quello che seguì.

    Ma come giudicare i punti di vista diversi che Germania, Francia, Italia e altri coprotagonisti di questa ormai troppo lunga vicenda portano avanti con grande decisione? Il rischio può essere quello di rispolverare offensivi e stantii stereotipi che troppe volte dal dileggio sono giunti al disprezzo e a volte alla tragedia.

    D’altra parte è facile per chi analizzi gli avvenimenti di questi giorni dimenticando facilmente il passato più remoto (è molto difficile anche ricordare il passato recente) ricordare gli allentamenti ai rigidi parametri prestabiliti collegialmente dai paesi dell’euro voluto proprio da chi oggi risulta essere il più strenuo difensore di vincoli insostenibili. Può facilmente comparire il dubbio che in modo forse un po’ troppo disinvolto vi sia chi si attardi ai limiti della voragine per trarre da questo gioco il maggior vantaggio possibile pensando, forse, di ritrarsi al momento più opportuno. Senza volere qui evocare tragedie molto più grandi é un dovere però rammentare momenti anche a noi relativamente vicini nei quali scherzi di questo genere generarono una escalation non più controllabile.

    Al di là di tutto ciò, però, vanno tenute ben presenti anche ragioni legittime e piu’ profonde che provengono da una storia oggettivamente più o meno lontana ma sempre prossima, in uno scenario nel quale spazio e tempo si contraggono ogni giorno di più.
    Non si puo’ non ricordare, ad esempio, lo sfacelo dell’iperinflazione che la Germania di Weimar conobbe per l’insipienza di governanti avvezzi a giocare con le manipolazioni monetarie. O, nella stessa contingenza, le pretese forse legittime, ma economicamente e politicamente inopportune, dei vincitori della guerra nei confronti del vinto.

    La Germania non é un paese non solidale. Tutt’altro: in Germania é nata l’impresa solidaristica, in Germania volontariato e cooperativismo hanno avuto maggiore spazio, in Germania il problema della povertà é stato affrontato anche attraverso la straordinaria esperienza educatrice delle Casse di risparmio. E, perché non ricordare anche le politiche (pur autoritarie) di welfare approntate nell’era bismarckiana?

    L’economia sociale di mercato, alla quale guardiamo con crescente interesse, ha casa soprattutto in terra tedesca.
    Ma è proprio da questa riflessione che può venire qualche prtovvisoria risposta ai quesiti che siamo posti in apertura: il mondo tedesco è la risultante di una aggregazione lenta ma caparbiamente perseguita da tribù e popoli differenti trovatisi a condividere una stessa sorte. Una lettura pur veloce dei Discorsi alla nazione tedesca di Johann Gottlieb Fichte lo fa capire magistralmente.
    Un popolo costruitosi da sé, un popolo dotatosi d’una propria lingua peculiare contrapposta alla lingua degli altri, dei dominatori é forse un popolo più attento di altri a salvaguardare le proprie prerogative.

    É capace di grandi autonomie, ma è fortemente legato alla terra ed al sangue. Ed il bene del singolo é anzitutto il bene della collettivita’: questa é la radice dell’economia sociale di mercato.

    Se queste sono le condizioni nelle quali opera da 1000 anni a questa parte questa grande nazione, se queste sono le radici che, pur avendo portato nella storia anche a distorsioni terribili, hanno dato all’Europa un afflato di grande positività, diventa difficile farsi guidare dall’emergenza.

    Una casa comune, della quale l’euro è il tetto ahimè ancora privo di una costruzione di sostegno, ha bisogno di un progetto comune, di un progetto che stabilisca quali siano i confini operativi dello Stato e quali siano le prerogative degli altri attori sociali.
    Occorre stabilire se tutta l’Europa vuole aderire ad un progetto molto simile a quello che gli antichi germani misero in atto in un tempo lontano incontrando e anche sposando le istituzioni latine.

    La lingua del popolo (Deutsch nell’antica lingua significa proprio popolo) si coniugò con la lingua dei dotti, il latino. I Germani usarono anche questa come lingua scritta e dei Romani adottarono anche le istituzioni più prestigiose portando l’Impero e il suo Cesare dentro l’età contemporanea.

    Solo scoprendo i vantaggi della complementarietà si può giungere veramente a parlare (almeno metaforicamente) una lingua comune. Non é più tempo di inutili tattiche e di sfibranti attese: vanno accettati i provvedimenti d’emergenza (che tali devono rimanere), va costruita su basi condivise la nuova Nazione europea.
    Con il suo Stato e con il suo Popolo.

    Pietro Cafaro

    Articolo pubblicato originariamente su Avvenire