Fondati sul Lavoro. Il Lavoro come bene comune.

Redazione

Uno dei nodi più critici che oggi l’Europa ed in particolare il nostro Paese si trovano ad affrontare a seguito della crisi globale è la questione occupazionale, giunta ormai a livelli drammatici. Aumenta il numero di chi perde il lavoro ma anche quello di coloro che si sono rassegnati e il lavoro ormai non lo cercano nemmeno più. Pezzi di città pian piano scivolano nell’isolamento e nell’invisibilità, salvo poi ritornare platealmente nel cono di luce dello sguardo pubblico al verificarsi di gesti estremi ed irreversibili. Nonostante la centralità del tema da cui dipende la sopravvivenza di intere famiglie e la coesione di interi territori, la questione continua ad essere pensata e affrontata prevalentemente in chiave individuale.

Se così interpretata, la disoccupazione assume i contorni di un problema personale da risolversi – quindi – individualmente.E’ tuttavia lampante – e ce ne rendiamo subito conto quando il lavoro viene a mancare – come quest’ultimo sia ben più di un’attività privata da regolarsi nella ristretta dimensione contrattuale tra datore e prestatore di lavoro.Il lavoro è realmente fondativo della vita sociale, fattore coagulante e motore dei processi di produzione e circolazione del valore. Dalla disponibilità di un’occupazione dipende la possibilità per il lavoratore e/o la lavoratrice di sostenersi e sostenere la famiglia; di continuare ad abitare la propria casa; di mantenere un’identità e di percepirsi parte della vita civile e sociale di una comunità ed esserne riconosciuto; di sentirsi utili alla società e di poter contribuire al suo sviluppo; di lasciare una traccia buona di sé nel mondo.

Potremmo dire che dal lavoro dipende anche la possibilità di agire la nostra libertà, o, più precisamente, la possibilità di coniugare la libertà nei termini di “responsabilità”, cioè come capacità di “rispondere” alla domanda di altra ci cui ci si prende cura. Perdere il lavoro o il restarne esclusi sono eventi drammatici dagli impatti devastanti a livello personale, familiare e collettivo perché impedendo alle persone di essere responsabili, ossia di contribuire a rigenerare i legami di obbligazione che li uniscono agli altri, corrode e sfibra la persona ma, insieme, anche il sociale.Il contributo di Giovanna Fullin, sociologa presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, contribuisce a chiarire i contorni del problema del lavoro soprattutto come occupazione e al contempo ad addentrarsi nella sua complessità a partire da una definizione dei diversi gruppi sociali in gioco e dei diversi bisogni. Ma la questione lavoro tocca almeno anche un’altra sfera, quella dei significati. L’essere senza lavoro costituisce una ferita profonda nella dignità della persona che può generare un senso di perdita. Perdita dell’identità e del posizionamento sociale, ad esempio. Ma anche perdita come fallimento, sconfitta.

E infine perdita come smarrimento e disorientamento poiché legato al lavoro vi il senso stesso dell’esistere. E’ nel lavoro e attorno al lavoro – alla tensione profonda ad un “fare le cose per bene” – che si gioca la possibilità di riconnettere realizzazione – il partecipare alla creazione del mondo – e l’autorealizzazione – il portare a compimento la creazione di sé stessi. Stefano Tomelleri, sociologo presso l’Università degli Studi di Bergamo, ripropone, dentro un quadro di profonde trasformazioni, l’idea stessa di lavoro come luogo di possibile re-integrazione tra funzioni e i significati, pensiero ed azione, conservazione e innovazione. Il lavoro si rivela spazio dell’apprendimento, della custodia e della trasmissione di competenze e conoscenze, ma anche della sperimentazione e della produzione di futuro.

Queste considerazioni ci aiutano a comprendere perché il lavoro non solo sia centrale nella vita delle persone, ma come esso sia un bene comune e come tale vada trattato. Il tema è particolarmente complesso anzitutto a motivo delle tante dimensioni che attorno al lavoro si coagulano – questioni economiche, ovviamente, ma anche politiche, sociali, culturali, istituzionali – intersecando settori e competenze.La situazione attuale è di difficile ed immediata risoluzione anche perché frutto di una congiuntura globale rispetto alla quale pochi osano fare pronostici. Se la direzione da prendere non è né chiara né unanime, è però certa la necessità di azioni significative a livello macroeconomico, che stimolino l’intrapresa, attirino investimenti, sblocchino le inerzie e avviino coraggiose trasformazioni in un traghettamento necessario, sebbene doloroso, senza il quale appare impossibile ridare vitalità e competitività alla nostra economia.

Dunque, come affrontare generativamente la questione? Proprio in ragione dell’idea del lavoro come questione collettiva, è necessario avviare – anche a livello micro e meso – un altro tipo di innovazione: un’innovazione generativa perché capace di rigenerare il sociale stesso. L’esperienza che presentiamo nel video di questo mese è quella di un percorso sperimentale di tessitura di reti e di inedite alleanze, avviato nel 2009 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ha portato alla costituzione di un “fondo di fondi” ma – prodotto ancor più significativo – all’avvio di un processo di infrastratturazione fiduciaria capace di oliare i meccanismi di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Senza alcuna pretesa di poter risolvere una situazione pensatissima, il progetto sta tuttavia generando nuove pratiche e nuove grammatiche nell’intervento a sostegno del lavoro, attraverso un dialogo non semplice ma sempre più necessario tra società civile e istituzioni. Ma – elemento ancora più importante – ciò che si è creato è soprattutto una sensibilità diversa al tema, dove nessuno, oggi, – dal singolo cittadino alle sfere politico amministrative – può chiamarsi fuori. Se la sperimentazione veneta ha provato a lavorare sulla creazione di nuove reti di fiducia in grado di far circolare più efficacemente informazioni, risorse, progetti, a Torino, in un diverso quadro socio-economico, ci si è affrontato il problema da un’altra angolazione.

Se il lavoro non c’è più – ci si è chiesti – è possibile crearlo? Nel capoluogo piemontese, un gruppo di realtà del terzo settore ha così iniziato a ragionare su come coltivare l’intrapresa decidendo di investire su percorsi di ascolto, accompagnamento e capacitazione delle persone, non in chiave individuale ma collettiva, e dunque in qualche modo protetta, e sempre dentro una relazione più ampia intrattenuta con il territorio. E’ quanto ci racconta l’intervista a Tiziana Ciampolini dell’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse di Caritas Diocesana di Torino, Filippo Laurenti dell’associazione Il Mondo di Joele e Deana Panzarino della cooperativa Liberitutti. Le esperienze raccolte sembrano suggerire che l’investimento sulla generazione di relazioni – tra soggetti, organizzazioni e istituzioni – è l’unico percorso possibile. Tempo fa abbiamo raccontato di un’altra alleanza win-win padovana, questa volta tra università, imprese locali e giovani in formazione, il progetto Parimun.

Migliorare le competenze dei giovani per garantire un vantaggio competitivo ad interi territori: è questo l’obiettivo che, sulla scia di molte politiche formative in Europa, anche il progetto patavino si è posto, scommettendo però coraggiosamente sul sapere umanistico, troppo spesso considerato lontano dalle esigenze dell’impresa e difficilmente trasformato in lavoro. I risultati conseguiti da Parimun – in un momento di grande preoccupazione per i dati sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese – confermano che la quasi totalità degli studenti che hanno aderito al progetto ha trovato un’occupazione coerente con il proprio titolo di studio e all’interno del network attivato dalla ricerca. Il lavoro quale elemento fondante la vita delle persone e delle comunità è la logica che ci pare di intravedere anche nella scelta di Michele Alessi, AD della rinomata impresa di Omegna, leader del design italiano nel mondo. Invece di scegliere la strada dell’inattività della cassa integrazione per i propri dipendenti nei momenti di minor impegno produttivo, Alessi ha scelto di far esprimere altrove questo potenziale, cioè di farlo circolare: i dipendenti, infatti, potranno essere impegnati in lavori socialmente utili – dalla sistemazione del verde pubblico al recupero di edifici in disuso – a vantaggio di una comunità locale che sempre più vede ridursi le capacità di spesa e di intervento a tutela dei beni pubblici.

La vicenda, raccontata proprio in questi giorni da molti quotidiani, apre la strada per sempre più coraggiose ed allargate alleanze. Ma quanto si rivela essere una risorsa cruciale per il superamento della crisi – i legami – risultano oggi merce rara. Svilite e deprezzate da una cultura che ha tradotto il concetto di libertà come autonomia – cioè come liberazione da ogni legame inteso solo nel senso di vincolo – le relazioni si rivelano quanto mai fragili e vulnerabili. Da qui l’idea che occorra re-infrastrutturare relazionalmente (per dirla altrimenti: fare più comunità). Questo per almeno tre ordini di ragioni.La prima è chiara: nel nostro Paese lo sappiamo bene, chi dispone di relazioni ha più opportunità di trovare lavoro.La seconda ha a che fare con la fiducia: infrastrutturare relazionalmente significa estendere la catena fiduciaria e aumentare le possibilità di far circolare più risorse a più persone (dove riappare nuovamente cruciale la presenza istituzionale).La terza ragione – che i casi presentati mostrano efficacemente – è che l’azione cooperativa – il mettersi insieme – contribuisce a creare un effetto “moltiplicatore” delle risorse. Se vogliamo tradurre tutto ciò nel lessico della generatività potremmo dire che si origina un “di più di valore” e si mette in circolo “un’eccedenza”.Il contributo di Mauro Magatti, riaffermando la centralità del lavoro quale snodo delicatissimo tra la vita delle persone e il livello sistemico, delinea alcune piste di lavoro generative che vanno nella direzione di riannodare la sfera economica e quella sociale. La sfida che ci attende è grande. Tuttavia alcune premesse appaiono chiare. Se il lavoro è anche figlio dei legami, allestire nuove catene relazionali e di senso significa contribuire a rigenerare fiducia e ad abilitare persone, organizzazioni e territori ad investire nel futuro e, coraggiosamente, ad intraprendere.Redazione

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