Nestore | Un mondo (e una associazione) in transizione

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    Milano

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“Appare necessario ragionare su questi cambiamenti e le loro implicazioni, se si vuole che l’operato di Nestore rimanga collegato alla realtà”.

Quando, ormai 15 anni fa, fondammo l’Associazione Nestore, il suo sottotitolo – che desiderava esplicitare le finalità della stessa, ovvero il supporto alla transizione dal lavoro al pensionamento – richiamava un modello abbastanza semplice.

La maggior parte delle persone, e in particolare chi svolgeva un lavoro dipendente, scandiva la seconda parte della vita su due tappe normalmente ben individuabili e, per così dire, codificate: concludeva la vita di lavoro remunerato, poi andava in pensione, termine che non a caso designava anche la remunerazione su cui si poteva continuare a contare.

Il passaggio – la transizione – dall’una all’altra tappa poteva rivelarsi problematico per chi non vi si fosse adeguatamente preparato; facilitare quel passaggio, aiutare gli individui, uomini e donne, a ridurre gli eventuali disagi di un cambiamento di vita inevitabile, però in molti casi difficile, era appunto il primo scopo di Nestore.

Il secondo era di evitare lo spreco del patrimonio di esperienze e competenze di chi terminava la vita di lavoro, per valorizzarlo a beneficio del proprio benessere da un lato, dall’altro di quello altrui, e in senso lato a beneficio della società. La combinazione di queste due finalità è sfociata fatalmente nelle connessione tra preparazione al pensionamento e orientamento al volontariato, collegando le tematiche del benessere personale a quelle del benessere collettivo.

Per realizzare ambedue gli scopi occorreva prepararsi, imparare, diventare capaci di costruire un ponte (la nostra metafora più comune) tra i due territori, nella logica della formazione lungo l’intero arco della vita.

L’approccio era dunque prevalentemente pedagogico. E comunque postulava la validità concettuale dei tre elementi portanti del modello. Un territorio di partenza: la vita di lavoro. Un territorio di arrivo: l’età del pensionamento (fino ad allora coincidente con l’inizio della vecchiaia pudicamente definita “terza età”). E il ponte, la formazione per apprendere a superare lo iato tra i due territori.

Il riferimento al modello fondativo, semplice e forte, ha dato i suoi frutti: Nestore – pur tra mille difficoltà – esiste, funziona, continua ad aggregare persone, a svolgere corsi. Costituisce un esempio di volontariato qualificato ed efficace, si arricchisce di attività anche grazie ai suoi soci sempre più capaci di organizzarsi autonomamente.

Nestore è una realtà preziosa per la nostra città, Milano, e non solo.

Intanto il mondo è cambiato e ce ne siamo accorti tutti. Tra i cambiamenti maggiori, e acceleratisi negli ultimi anni, particolarmente rilevanti sono stati quelli che hanno riguardato gli elementi costitutivi del nostro semplice modello di partenza. Cambiamenti che hanno colpito in modo radicale il territorio del lavoro, il territorio del pensionamento e riaperto il problema della transizione tra questi due mondi.

Appare perciò necessario ragionare su questi cambiamenti e le loro implicazioni, se si vuole che l’operato di Nestore rimanga collegato alla realtà.

Già l’UE suggeriva una svolta intitolando “Active ageing” un anno dedicato a quello che in italiano abbiamo chiamato “invecchiamento attivo”: un termine a cavallo tra lavoro e post-lavoro. Si può discutere il termine e il concetto di invecchiamento attivo, e per di più nella logica prevalente del lavoro economicamente produttivo. Ma l’impatto culturale della differenza tra “pensionamento” e “invecchiamento attivo” appare abbastanza chiara e forte. La partecipazione di Nestore nel 2011-2012 a un progetto Grundtvig con quattro partner europei ci ha imposto una riflessione che sicuramente va ripresa: anche se non è ancora attuale oggi in Italia, il tema è ben presente nell’Unione Europea e nei paesi che ne fanno parte. I risultati del progetto europeo a cui Nestore ha partecipato sono pubblicati e consultabili, con grande ricchezza di materiali, in Internet.

Risulta chiaro che lo studio di questa transizione travalica il campo della pedagogia e chiede di essere affrontato in una logica multidisciplinare, coinvolgendo (almeno, e oltre la pedagogia) la sociologia, la demografia, la psicologia sociale e l’antropologia culturale.

E’ anche cambiato profondamente il territorio di partenza del modello Nestore, il lavoro. Senza addentrarci in analisi complesse su cui stanno arrovellandosi tutti gli studiosi, basterà ricordare alcune evidenze che appartengono all’esperienza diretta o indiretta, di tutti. E’ cambiato il suo significato (il lavoro, i lavori, i lavoretti…), si sono moltiplicati le sue tipologie; diverso è oggi il rapporto delle persone, ed in particolare dei più giovani, con il loro lavoro. E’ cambiata, nel lavoro, la sua durata, la sua collocazione e la sua distribuzione nell’arco della vita, la sua centralità sia come fonte di reddito e di benessere, sia come opportunità di apprendimento e di realizzazione personale, sia come presupposto della progettazione del proprio futuro. Sono cambiate le norme che lo regolano in entrata e, soprattutto per quel che ci riguarda, in uscita, rivelando una dialettica generazionale assai complicata per i suoi risvolti demografici, sociali, culturali. Fermiamoci qui.

I cambiamenti della vita di lavoro hanno anche acquistato una risonanza che va al di là di Nestore. E’ recente la pubblicazione del libro di Federico Rampini Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo (Mondadori, 2012) in cui l’Autore ragiona su un testo di Marc Freedman pubblicato l’anno prima negli Stati Uniti con grande successo The big Shift: Navigating the new stage beyond midlife (Il grande cambiamento. Alla scoperta del nuovo periodo – o palcoscenico - oltre la terza età. Il titolo è deliberatamente e doppiamente ambiguo…). Vi si dichiara superata (ma l’aveva già fatta la pedagogia sociale) la tradizionale tripartizione delle fasi di vita tra educazione, lavoro e pensionamento, per l’affermarsi tra le ultime due di una nuova e inedita fase che, per esempio negli Stati uniti, sta producendo un grande cambiamento sociale ed evidenziando nuovi problemi. E anche in Italia, potremmo tranquillamente dire, solo che da noi i cambiamenti vengono spesso esorcizzati.

Non del tutto, però. Una nuova visione dei rapporti tra vita e lavoro viene anche offerta da Enrico Oggioni, nel suo I ragazzi di sessantenni (Mondadori, 2012), a cui Nestore ha collaborato. L’Autore dà conto di molte storie di lavoro reinventato anziché concluso; e gestisce anche un blog, molto frequentato, con lo stesso titolo.

Altro segnale in questo campo è stata l’apertura in Internet di Lifely, che si definisce “il giornale dei nuovi senior, quelli che non sanno cosa vuol dire ‘ormai’”. Da notare anche - piccola e significativa innovazione linguistica – la progressiva introduzione nella pubblicistica del termine (latino, prima che inglese) “senior” anziché anziano o vecchio.

Nel campo più specifico della gestione del personale, poi, tra le pratiche di “gestione delle differenze” è entrata la voce differenze di età: campo rilevante non solo in termini gestionali ma anche formativi (si pensi al problema della trasmissione intergenerazionale delle competenze). Alcune aziende hanno già intrapreso iniziative coraggiose in questo senso.

Se da un lato possiamo considerare questi segnali con soddisfazione (finalmente dopo tanto predicare qualcuno anche in Italia si sta accorgendo dell’importanza del problema), si ci potrebbe dall’altro chiedere come mai queste iniziative non abbiamo sempre coinvolto Nestore che pure va proponendo il tema da molti anni.

Forse si possono citare le parole di Poul-Erik Tindbaek, leader del progetto Grundtvig sopra citato: “Quando il mondo degli affari e quello della cultura si confrontano, vincono gli affari”.

Il terzo cambiamento, quello più rilevante e sotto gli occhi di tutti, riguarda il concetto e la realtà del pensionamento. E’ un aspetto essenziale dell’invecchiamento attivo (o dell’invecchiamento felice, come alcuni di noi preferiscono pensarlo). L’introduzione di nuove leggi dettate dalla demografia e dall’economia stanno avendo conseguenze sociali che stanno sotto gli occhi di tutti. Le prospettive di una seniority garantita dal sistema di sicurezza sociale sta svanendo, e non è ben chiaro da cosa potrà essere sostituita. Il collegamento tra vita di lavoro(a questo punto: quale?) e la fase di vita successiva è ridiventato un problema da risolvere; il suo impatto esistenziale e sociale non riguarda evidentemente solo gli attuali senior, magari esodati, ma anche le attuali generazioni di lavoratori (o di disoccupati) che si domandano come e di che cosa vivranno in futuro. La domanda di fondo diventa: ha ancora senso parlare di pensionamento? Con quale significato? O di cos’altro?

Insomma, ci troviamo di fronte a un accumularsi di nuovi problemi, di cui i primi a rendersi conto sono gli esperti e i docenti che incontrano “i nuovi anziani” nei corsi di Nestore.

Di argomenti da discutere e approfondire ce ne sono molti. Non solo per aggiornare costantemente i contenuti delle iniziative formative che l’associazione propone, ma anche per progettare – come a Nestore piacerebbe – una iniziativa permanente di sensibilizzazione aperta a tutti i soci e alla città. Ma soprattutto agli interlocutori di Nestore nella società, nell’università, nelle aziende e organizzazioni, nelle sedi politiche responsabili della sicurezza sociale e, in definitiva, del benessere dei cittadini.

Anche dei senior, naturalmente, ma soprattutto di quelli destinati, prima o poi, a diventarlo.

Dante Bellamio

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