Cooperativa Sociale Cauto|Le alchimie generative

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    Brescia

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Redazione

CAUTO è una rete che aggrega un consorzio e 5 cooperative sociali nate sul territorio bresciano a partire dagli anni Novanta. L’esperienza prende avvio per iniziativa di un gruppo di giovani che dopo un’intensa esperienza di volontariato desiderano integrare in una nuova filiera produttiva due desideri che sono anche due grandi intuizioni. Da un lato, una profonda sensibilità sociale li spinge a ricercare nuove strade per l’integrazione lavorativa di persone in stato di svantaggio. Dall’altro, l’attenzione agli impatti sull’ambiente li porta a ragionare su come prolungare la vita delle cose e trasformare gli scarti in nuove opportunità di lavoro e di consumo. L’operazione ha pieno successo.

Oggi la rete Cauto è ampia, ben radicata e dimostra di saper durare nel tempo, contribuendo a creare valore sociale ed economico, occupazione ed educazione, relazioni e progettualità innovative. Negli anni, l’intuizione originaria si è tradotta in attività tra loro integrate in un’offerta coerente che delinea una chiara filiera del valore: da rifiuto a opportunità.Cauto si occupa della raccolta, del trasporto e del trattamento differenziato e del riciclo dei rifiuti; della gestione delle isole ecologiche; del trattamento e stoccaggio di rifiuti pericolosi e non pericolosi; di educazione ambientale alla popolazione locale; di formazione e consulenza nel campo dell’ecologia; di edilizia e manutenzione (dagli impianti fotovoltaici al giardinaggio e agli sgomberi); della raccolta e ripristino di apparecchiature mediche e sanitarie e del loro invio nei Paesi con meno risorse; di una ricicleria e della vendita di abiti usati. Le persone che lavorano in Cauto sono oltre 300, di cui oltre 200 sono soci.

Poiché diventare soci non è un passaggio obbligato, i numeri raccontano una chiara convergenza di intenti e di passioni, tra la cooperativa e la sua base. Anche i volontari – circa 170 ad oggi – sono una forza importante.

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Il loro compito è quello di consentire la realizzazione di attività che non risultano sostenibili economicamente per l’attivazione di posti di lavoro, come avviene, ad esempio, con il percorso di valorizzazione del fresco che, raccolto giornalmente presso la GDO, viene conservato in un’apposita area del freddo, controllata e smistata dai volontari, sistemata nelle “cassette della spesa” e infine ritirata da numerose associazioni e organizzazioni di volontariato locale, con una ricaduta positiva su oltre 7.000 persone settimanalmente e oltre 3 tonnellate di cibo all’anno distribuito.

C’è dunque sempre un “di più”, un’eccedenza che circola in Cauto e che consente di far quadrare il cerchio. Come spesso accade il destino è nel nome. CAUTO sta per CAntiere AUTOlimitazione. L’idea di cantiere indica un processo aperto, partecipato, collettivo. Cauto è uno spazio in cui si costruisce insieme. “Auto limitazione” desidera richiamare un’attenzione alla sostenibilità.

Introduzione 2

Oggi questo nome – l’idea si ricollega ad una citazione di Gandhi – forse un poco ci disturba, ma all’avvio dell’esperienza desiderava indicare una chiara scelta a favore della deponenza invece della prevaricazione nello stare al mondo. La deponenza, che è propria della generatività, racconta di un’azione dolce, rotonda, mai spinta all’eccesso, delicata nel suo agire poiché attenta ad altro e altri. Un’azione che è sinonimo di prendersi cura. Questo in Cauto si traduce in mille modi, come nell’accompagnamento delle persone in difficoltà inserite nella forza lavoro della cooperativa.

Attraverso la presenza di educatori si sostiene l’empowerment personale e si attivano relazioni, legami e appartenenze. Per le persone in svantaggio si tratta di una grande conquista, una rigenerazione in termini di fiducia e di prospettive di futuro. Per la collettività, ogni inserimento si traduce in un risparmio di risorse che non vengono più destinate a sostenere persone lasciate inattive, da mettere in un angolo e dimenticare, ma a produrre lavoro, dignità, relazioni, affetti, motivazioni.

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A partire dalla crisi del 2008, sempre più numerose sono le persone che si rivolgono a Cauto per un inserimento lavorativo, anche se non provviste di una certificazione del proprio svantaggio. Questo segnala la necessità di modelli di impresa capace di perseguire obiettivi multipli. E Cauto è, in fondo, fin dall’inizio una forma ibrida, a cavallo tra esigenze di inclusione e di produzione, tra sostenibilità ambientale e sociale, tra servizi e cultura, tra solidarietà e equità.

E’ evidente l’eccedenza, la generosità dell’operazione, che non solo si limita a raccogliere e a gestire gli scarti, ma si adopera per ridisegnare nuovi scenari di possibilità con i bambini, nelle scuole, con l’educazione della cittadinanza, magari con un paziente porta a porta. Ed è ancora la deponenza ciò che attira di questa esperienza che, negli anni, come ci raccontano, ha deciso “di non cambiare”, di restare fedele a sé stessa, con grande concretezza e adesione alla realtà, pur investendo continuamente in nuovi spazi di stoccaggio, innovando impianti per garantirsi autonomia e lavoro, proponendo progetti europei. Il percorso ha quasi dell’alchemico: si tocca il rifiuto per trasformarlo in risorsa, da oggetti sfiniti si aprono nuovi mercati. Sono queste le nuove tendenze, le grandi direzioni di marcia di questo tempo: generare e rigenerare cose e persone nuove. In Cauto lo fanno già da anni.

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