Officina Giotto | Quando il lavoro rende liberi

  • Giotto Società Cooperativa Sociale

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    Padova

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Redazione

Come afferma la nostra Carta costituzionale, la pena carceraria deve tendere alla riabilitazione della persona detenuta. I dati, purtroppo, ci raccontano una realtà ben diversa: oggi i tassi medi di recidiva nel nostro Paese si attestano attorno al 70%. E’ evidente che il periodo detentivo non riesce ad incidere sulle traiettorie di vita delle persone incarcerate finendo per imprigionarle doppiamente e producendo enormi costi umani, sociali e economici per l’intera collettività.

Programmi in grado di invertire queste tragiche rotte – in questi casi le ricerche confermano un crollo della recidiva al 2-3% – però non mancano. Ne è un bell’esempio l’esperienza del Consorzio Giotto di Padova presente dal 1991 nella Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Qui circa 150 degli 800 detenuti sono impegnati in attività lavorative qualificate. Un programma da esportare e diffondere nell’intero sistema carcerario. Così sostiene convinto Thomas J. Dart, sceriffo della Contea di Cook, negli Stati Uniti. La cooperativa Giotto nasce su iniziativa di un gruppo di amici laureati in scienze agrarie e forestali che nel 1990 decidono di partecipare a una gara per il recupero delle aree verdi in carcere. Accanto alla proposta economica, il gruppo invita la direzione del carcere a evitare il classico appalto del servizio e a mettere al lavoro gli stessi detenuti, trasmettendo loro un mestiere.La sfida viene accettata e prende avvio un primo corso di giardinaggio che vede coinvolti 20 detenuti con i quali viene realizzato il “Parco didattico”, una sorta di aula all’aperto dove il lavoro si impara facendo.

La cosiddetta “Legge Smuraglia” del 2000, prevedendo agevolazioni fiscali per le imprese che assumono persone in stato di detenzione sia all’interno, sia all’esterno del carcere, apre la strada a nuove sperimentazioni. In alcuni spazi non utilizzati del carcere, Giotto dà avvio ad una prima produzione di manichini di carta pesta per l’alta moda. Da allora la presenza in carcere della cooperativa non fa che crescere. Oggi le attività proposte sono numerose e coinvolgono settori eterogenei.

Anzitutto la pasticceria – il marchio “Officina Giotto” è famoso in Italia e all’estero soprattutto per la produzione di lievitati (i “Dolci di Giotto” hanno ricevuto alcuni tra i premi più prestigiosi del mondo dell’enogastronomia) – a cui hanno fatto seguito più recentemente la gelateria e la cioccolateria. Poi il call center. Nell’attraversarlo è difficile ricordarsi di essere in carcere: c’è chi prenota esami clinici presso l’ospedale di Padova; chi verifica i dati contrattuali delle forniture di Illumia.

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In un’altra area si montano biciclette. Ogni giorno da aziende dai marchi leggendari arrivano nuovi modelli che con grande perizia i detenuti-lavoratori assemblano. Poco più in là si completano le valigie di Roncato. Nella stanza accanto si producono business keys e si eseguono processi di digitalizzazione per numerosi committenti.

Chi lavora è concentrato su quanto sta facendo: la guarnizione di una Sacher, la spiegazione paziente all’utente degli orari e delle condizioni per effettuare una visita cardiologica… La qualità, del resto, è tutto e l’alta formazione dei detenuti è parte fondamentale del programma. Qui si opera sul mercato, altro che terapia occupazionale. Niente perline da infilare ma lavoro “vero”, professionalizzato, che riesce a stare sul mercato perché sono i risultati e la passione a convincere, come conferma Francesco Bernardi, uno degli imprenditori che ha scommesso sul lavoro di GIOTTO.

Se è possibile che i primi imprenditori coinvolti nel progetto lo abbiano fatto per amicizia o generosità, oggi le commesse si fondano sull’affidabilità che la cooperativa ha saputo conquistarsi nel tempo, nella sua capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati, nel garantire un’elevata qualità dei prodotti. Non si fanno sconti. Giustamente.

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Camminando nei capannoni e osservando i detenuti al lavoro si ha un senso di naturalezza: i gesti sono fluidi, precisi, le attività perfettamente rodate, le mani veloci ed esperte. Dietro, però, c’è un imponente lavoro di accompagnamento messo a punto dalla cooperativa in questi anni. Molte sono le persone incarcerate che chiedono di accedere al programma.

Solo pochi vi riescono. Non tutti, infatti, sono pronti a sostenere un percorso lungo ed esigente, ma che può cambiare una vita. Come ci racconta Andrea Basso, presidente della cooperativa, spesso con i detenuti si parte da zero. Perché il lavoro “vero” molti non l’hanno mai conosciuto. Così ci sorprende Roberto, uno dei detenuti che hanno aderito a comparire nel video, quando ci racconta: “Il lavoro libera!”. Il lavoro libera quello che di bello e buono ognuno si porta dentro e che magari non sa nemmeno di possedere, ma a certe condizioni: quando esso diventa spazio di ricerca, crescita ed espressione del proprio più vero sé. Quando, attraverso il lavoro, è possibile ri-conoscersi, cioè ritrovarsi.

Quando attraverso il lavoro si ritrova un senso, una direzione. Lo spiega bene Nicola Boscoletto: “Qualcuno dice: “Con il lavoro sono rinato, sono una persona nuova!” E’ giusto perché tu non sei più quello di prima. In realtà, però, il lavoro ti fa essere quello che dovresti essere”. Il lavoro libera il vero te stesso.

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Ciò avviene però laddove c’è un’antropologia che rimette al centro la persona e – come ricorda Sandra Boscarato – fa di tutto per “rendere visibile l’invisibile” e per rendere persona chi persona non si sente più da un pezzo. L’ascolto, il confronto, l’accompagnamento, la cura degli operatori di Giotto sono le condizioni-grembo per questa “rigenerazione”. La cooperativa – nell’accompagnare i detenuti a non avere paura del futuro – come racconta il pasticcere-detenuto Pierin nel video – attraverso l’apprendimento di un lavoro di valore – consente alle persone di scoprirsi esse stesse “valore”.

Il lavoro produce dignità e la dignità è la condizione prima per ripartire, con rinnovata fiducia, come sottolinea Luciano Violante nel suo contributo che è anzitutto una testimonianza personale del valore generato da Giotto. Come ha ricordato Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri” nei saluti inviati al recente Convegno “Carcere e lavoro: un dialogo internazionale su un approccio innovativo di riabilitazione” , la validità dell’esperienza di Giotto – la sua generatività, potremmo dire – “non sta solo nel merito, vale a dire nella qualità dimostrata nell’attivare percorsi lavorativi per i detenuti, capaci di incidere in maniera profondamente positiva sul fronte del reinserimento sociale e del contrasto alla recidiva del reato” ma anche nell’essere tessitore di nuove relazioni tra persone, organizzazioni, imprese, comunità.

Quella di Giotto è una bella testimonianza “di come il terzo settore possa risultare fondamentale in una società in cui Stato e attori privati non sempre riescono a conciliare esigenze differenti”.

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