16 Giugno Giu 2011 1457 7 years ago

Il Welfare del Futuro

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Non potrà essere nessun rilancio del welfare se non in un’ottica di futuro. Concretamente, ciò significa abbandonare l’ottica riparativa in favore di una prospettiva propulsiva che ripensa il welfare all’interno del processo di creazione del valore, nel quadro di una ridefinizione dei termini dello scambio tra il singolo individuo, titolare di diritti e di doveri, e la comunità politica di appartenenza. Il guaio sta nel fatto che trent’anni di welfare state hanno rimosso dalla coscienza sociale l’idea di un tale scambio.

Nella rincorsa tra cultura domandista – che moltiplica le istanze di protezione – e gigantismo statuale – con apparati sempre più affannati al punto da favorire il ricorso alla privatizzazione come via per aumentare l’efficienza – il patto tra individui e comunità politica si è progressivamente dissolto.

A lungo andare, questo tipo di impostazione ha finito col deprimere le risorse di fiducia, responsabilità e solidarietà, producendo una serie di effetti perversi: sia perché ha indebolito, invece di rafforzare, la risorsa personale, senza la la quale nessun risultato positivo è possibile; sia perché ha invertito l’ordine delle cose, assoggettando la stessa vita delle persone all’efficienza dei sistemi che si legittimano solo raggiungendo determinati risultati.Il welfare del futuro nascerà nel momento in cui riuscirà a rompere questo circolo vizioso e ad avviare una stagione di riforme il cui obiettivo sia quello di far tornare il welfare una leva per l’innovazione.

Tale affermazione può suonare astratta nel momento in cui il sociale viene associato a pratiche di conservazione e stabilità. Eppure è proprio nella capacità di realizzare questo passaggio che sono nascoste molte delle speranze che possiamo affidare al futuro. Pensato in questa prospettiva, il welfare costituisce un importante settore in grado di svolgere una triplice funzione:

i) contribuire in misura significativa all’innalzamento dei livelli della qualità della vita, fattore decisivo nelle decisione di spostamento delle persone e delle imprese; ii) valorizzare e qualificare il capitale umano, riducendo il costo assistenzialistico; iii) creare attività economiche e posti di lavoro preziosi per arrivare a costruire nuovi equilibri macroeconomici. L’innovazione di cui parlo non si limita ad ottenere livelli più alti di efficienza.

Risultato necessario, ma non sufficiente. L’intervento deve piuttosto esplicitamente mirare a stimolare, valorizzare e rafforzare le risorse di relazione e di senso presenti nelle comunità sociali. Tale obiettivo può essere perseguito agendo lungo due principali direttrici.

La prima è una decisa riorganizzazione dei flussi finanziari, sia quelli generati dalle famiglie attraverso i risparmi – che, ancora oggi, si disperdono all’interno del mercato finanziario senza lasciare traccia sulla comunità – sia quelli gestiti dalla mano pubblica – riducendone peso e influenza. Un’azione coraggiosa in tal senso può scongelare e rimettere in circolo risorse oggi indisponibili, tornando a “far circolare” un po’ di sangue fresco nelle nostre esangui comunità locali.

La seconda è la valorizzazione delle relazioni e dei legami esistenti, visti non come una risorsa di riserva da spremere per comprimere i costi dei sevizi istituzionalizzati, ma come precondizione per costruire nuove forme istituzionalizzate di aggregazione e ricomposizione della domanda e della offerta. Il dibattito pubblico è ancora lontano da queste sensibilità. Ma la pressione della crisi accelererà tutti i processi. Meglio farsi trovare pronti.