12 Aprile Apr 2012 1459 6 years ago

La sussidiarietà feriale e il lavoro

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1. La sussidiarietà è un principio su cui vengono riposte molte speranze di riqualificazione della nostra democrazia e di ristabilimento di un rapporto virtuoso tra sfera delle istituzioni e rapporti sociali. E tuttavia, attorno a questo principio si addensano non pochi equivoci che impediscono di coglierne l’esigente portata.

Alcune idee mi paiono ormai acquisite e mi sembra perfino ozioso volerci indugiare. Anzi tutto, la non riducibilità di pubblico a statale-istituzionale. Il rischio è oggi, piuttosto, quello di non riuscire a recuperare un ruolo significativo per il livello istituzionale o, peggio ancora, di non trovare più la sede idonea ove pensare e incardinare quello stesso livello. Eppure, in assenza di uno sviluppo istituzionale coerente, i fermenti partecipativi rischiano di rimanere fenomeni interstiziali, di resistenza o espressione di mera testimonianza etica. Nella dottrina sociale della Chiesa, la promozione della sussidiarietà non ha mai perso di vista la dimensione istituzionale.

2. Ancora diffuse sono le interpretazioni della sussidiarietà di tipo dicotomico, che la declinano cioè secondo una logica dell’aut-aut (o interviene il pubblico o il privato), mentre il senso di quel principio risiede nel riconoscimento della strutturale, reciproca incompletezza di Stato e società, da cui scaturisce l’esigenza dell’alleanza (logica dell’et-et). Perché questa alleanza si realizzi occorre, dal versante della società, la disponibilità dei cittadini a prendersi cura del bene comune; dal versante delle istituzioni, uno stile di governo coerente, che non pretenda cioè di fare esibizione di prove di forza muscolare (peraltro di una muscolatura assai sfibrata), al fine di neutralizzare o semplificare il pluralismo sociale o di risolverlo entro una volontà singola o maggioritaria, ma che persegua la via di far dialogare e cooperare i diversi livelli di articolazione sociale e istituzionale in cui il popolo si esprime.

Inteso in questo senso, il principio di sussidiarietà può essere uno strumento prezioso di una sovranità popolare rivisitata, non cioè ridotta all’esercizio intermittente della partecipazione elettorale, ma che si sostanzi del contributo alla costruzione della società proveniente dall’esercizio feriale delle libertà e dall’adempimento di atti di solidarietà.

3. A questo riguardo, a mio avviso, chi ha a cuore la sussidiarietà deve scansare un’altra insidia e cioè quella di trasformare un principio a vocazione sistemica in qualcosa di marginale e collaterale. La sussidiarietà presa sul serio implica infatti un ri-orientamento generale dell’esercizio delle libertà verso l’orizzonte del bene comune. Capita invece che sia declinata in un modo che estromette questo principio dai tempi e dai luoghi “normali” della vita e del lavoro, e la confini entro un ambito, spazialmente e temporalmente ben delimitato, di azioni filantropiche. La sussidiarietà non riguarda solo quelle opere di bene, senz’altro meritorie, cui i cittadini si dedicano nel loro tempo libero, a pena altrimenti di mantenere e anzi rafforzare le paratie erette tra la libertà e la solidarietà, tra i tempi dell’una e dell’altra. La sfida portata dalla sussidiarietà è, all’opposto, quella, decisamente più ambiziosa, di riportare la cura dell’interesse generale entro l’orizzonte di un esercizio responsabile delle libertà nelle sfere dell’ordinaria azione sociale ed economica.

La Costituzione italiana, con la previsione del diritto-dovere al lavoro (art. 4), perseguiva proprio un disegno di “ferializzazione” della cura sociale dell’interesse generale e cioè un obiettivo di profonda compenetrazione tra azione libera e solidarietà. è dunque il lavoro l’ambito privilegiato, seppur non esclusivo, della traduzione della sussidiarietà, perché il lavoro è il contributo principale di partecipazione che il cittadino dà, secondo la sua scelta e la sua possibilità, come recita la Costituzione, alla costruzione del benessere materiale e spirituale della comunità. Solo investendo di senso e di responsabilità il lavoro, la sussidiarietà riesce a proiettare nella fitta trama delle libertà la dimensione solidaristica e di cura del bene comune. Il lavoro deve dunque essere recuperato, anzi tutto culturalmente, come l’espressione di una sorta di vocazione sociale della persona che offre alla comunità il contributo delle sue capacità e dei suoi talenti. La generosità del tempo libero difficilmente potrà supplire ai guasti prodotti dalla mancanza di etica professionale.

4. Questa centratura sul lavoro è, mi pare, uno strumento di riqualificazione democratica meno ambiguo di certa, eppur diffusa, retorica meritocratica. La meritocrazia e la spesso accoppiata enfasi sull’eccellenza recano con sé un potenziale di esclusione e rischiano di instillare nel corpo sociale un nuovo principio di divisione, che pretenderebbe di tagliare tra le élites (a cui sentono senz’altro di appartenere i fans della meritocrazia…) e gli altri, i mediocri… Nel fondamento della Repubblica sul lavoro sta invece un’idea cooperativa, che sottende un finalismo del corpo sociale, per il quale le differenti capacità umane trovano il riconoscimento e la garanzia della pari dignità sociale. Nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI scrive che “la sussidiarietà rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri”.