12 Giugno Giu 2012 1454 7 years ago

Welfare plurale: sfida di comunità

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Io tendo a essere uno che benedice. Credo che l’atteggiamento della benedizione sia assolutamente necessario nei tempi moderni, perché siamo molto portati a maledire. Invece io credo che questi tempi vadano benedetti, e questo lo dico come pre-giudizio.

La seconda premessa: ritengo l’esperienza è molto più importante dell’istituzione. Non c’è istituzione se prima non c’è un’esperienza. L’istituzione è necessaria, ma non è assolutamente sufficiente, se non è costantemente sostenuta da un’esperienza e se non apre costantemente all’esperienza; la gerarchia tra queste due questioni umane non deve andare persa. Lo dico all’istituzione sindacato: apprezzo lo sforzo della CISL di continuare a fare esperienza di sindacato forzando gli elementi istituzionali che in qualche modo bloccano. Pensiamo ad altri mondi: quando l’istituzione si cristallizza e in qualche modo giustifica se stessa, gli uomini hanno dei problemi. Ripeto: l’istituzione è necessaria, ma non è sufficiente.

Quello della benedizione è un suggerimento a un atteggiamento, non affronteremo la sfida se non benedicendo questi tempi. Dobbiamo creare esperienza di welfare di comunità prima di avere delle istituzioni che ci legittimino a farlo. Riflettendo sulla storia degli ultimi trenta anni di cooperazione sociale, notiamo che le cooperative sociali sono nate ben prima della legge: si chiamavano di solidarietà sociale negli anni ’70 e negli anni ’80, e la legge è venuta nel ’91. Tutte le esperienze umane significative hanno prima degli uomini che sono contenti di farle e lo manifestano al mondo. Quanto ho detto fino a qui sono per me pre-giudizi, cose che mi aiutano a vivere.

Vorrei fare tre piccoli passaggi sulle parole del titolo dell’incontro, dato che è un titolo molto forte, probabilmente così forte da essere scontato. Innanzitutto, quando parliamo di welfare oggi, di cosa parliamo? Io credo che già qui siamo in un altro mondo. Quando si strutturò, in Italia, un meccanismo diffuso e istituzionalizzato di welfare si avevano in mente due o tre cose abbastanza chiare. Si avevano in mente alcune attività, un esempio è il percorso delle pensioni, che garantissero le persone in un periodo lavorativo e in un periodo post lavorativo, si aveva in mente un sistema sanitario che curasse le persone nei loro stati di bisogno emergente – siamo tra gli inizi e la fine degli anni ’70 – e un’assistenza sociale che rispondesse ai più bisognosi.

Quelli che hanno costruito il welfare pensavano che le pensioni riguardassero tutti e che sanità e assistenza riguardassero per intensità piccole fasce di popolazione. Ad esempio, nessuno di quelli che ha predisposto le leggi si immaginava un rapporto con la sanità quasi quotidiano come è oggi. Nessuno può dirsi fuori dalla questione salute o dalla questione assistenza. Questo è un cambio radicale. È un cambiamento della nostra percezione del vivere, dello stare al mondo. Penso all’epidemiologia di certe malattie: quando sono state immaginate si pensava ad un periodo di latenza di 2/3 anni; ormai durano 20/30 anni. Lo cito spesso, perché per storia personale è un tema che conosco bene: i disabili negli anni ’70 morivano a quarant’anni. Questo non accade più e ci sono decine di migliaia di disabili adulti. Quindi la domanda è: di cosa parliamo quando parliamo di welfare? Certamente non di quello di cui si parlava negli anni ’70.

Chi resta collegato al quel pensiero, chiaramente maledice l’oggi, dato che quel tipo di sistema non è assolutamente in grado di rispondere a quello che sta accadendo oggi. E che va benedetto, torno a ripeterlo, perché ha a che fare con esperienze della vita che hanno aggiunto molto alla nostra umanità. Per me, quando parliamo di welfare parliamo di come sta il popolo, auspicandoci che il popolo non stia bene e chiedendoci quali sono quelle condizioni tali per cui il popolo possa stare bene. Il welfare è quel correttivo alla democrazia liberare che inserisce elementi di uguaglianza e accessibilità allo stare dentro il mondo, dentro le cose. Io non credo che oggi siano più separabili le questioni del lavoro, della scuola: sono tutte questioni di welfare. Anche perché più le teniamo separate, più vi inseriamo elementi che lì dentro non possono stare.

Penso a quante cose si chiedono alla scuola oggi. Se non si riesce ad avere una visione generale, non si capisce più chi fa che cosa. Stiamo parlando di un pezzo rilevante della nostra convivenza. Stiamo parlando di un pezzo determinante della trasformazione della democrazia. Di più: in Italia in particolare, della trasformazione dell’economia perché, o saremo capaci di trovare una quadra sul tema, o nel mondo non ci staremo. Questo è un tema su cui l’Italia potrebbe avere qualcosa da insegnare al mondo, perché questo ha a che fare con la qualità della vita, con la vita. Noi ne stiamo parlando e ne stiamo parlando cercando di aggiungere una piccola parola al dibattito che fino ad oggi si è perso tra moneta e prestazioni. Cioè è stato tutto un dibattito tra quanti soldi lo Stato ha a disposizione e quante prestazioni è in grado di erogare con questi soldi. Se il dibattito lo teniamo dentro a queste due polarità non ne verremo fuori.

Io non ce l’ho con lo Stato, ma non sono uno statalista. Credendo in Dio, non credo che lo Stato sia Dio. Per me lo Stato è una delle funzioni della democrazia, non so nemmeno se è la più importante, oggi farei certamente fatica a dire che è la più importante. Cerchiamo di aggiungere a moneta e prestazioni, una terza parola: legami. Uso questo termine perché mi ricollega a religio, nel senso laico del termine. Il tema è riuscire a rendere plurali le fonti, le prestazioni, ma soprattutto occorre rendere plurali i legami. In Occidente il welfare è sostanzialmente un’economia di servizi, ma se non iniziamo a ripensare quell’economia di servizi tenendo conto della pluralità di questi tre elementi non ne verremo fuori. La produzione del valore finale, il risultato si raggiunge se ripensiamo contemporaneamente a queste tre cose.

Mi fa piacere che la CISL pensi alla contrattazione, perché la contrattazione è uno dei ragionamenti che vanno inseriti per ripensare alla moneta. Poi, bisogna riuscire a non pensare alla contrattazione come qualcosa separata dal resto, perché il rischio di alcuni sindacati è quello di fare una sorta di moloc separato dal resto che non è capace di legare quella moneta in più in busta paga alle prestazioni e ai legami. Provo a ridirlo in modo più semplice. Prendiamo il caso della non autosufficienza. Si possono avere migliaia di euro al giorno a disposizione e anche una prestazione ospedaliera specializzata, ma l’Alzheimer non è possibile trattarlo solamente con questi due strumenti. Se una famiglia non ha legami, si trova in grandi difficoltà. Se capita una dipendenza, pensiamo a quelle da gioco a cui oggi non pensa nessuno ma sono devastanti – in particolare per gli anziani – vuol dire che uno è solo, è un modo di scaricare l’ansia.

Faccio un altro esempio. Quando è scoppiata la crisi, molti di quelli che andavano all’opera san Francesco erano dirigenti di banca. Questo negli anni ’70 non era stato previsto, cioè non era stato previsto che uno potesse arrivare in cima alla piramide sociale e sprofondare improvvisamente il giorno dopo. Questo è accaduto perché banalmente non hanno mai risparmiato. Questo è il mondo da benedire. Se non aggiungiamo la questione dei legami, alle questioni della moneta e delle prestazioni non ne verremo fuori. I legami devono essere legami plurali. Se uno crede veramente nell’impresa sociale e nella capacità trasformativa di alcuni elementi, intuisce che quella esperienza non può più essere fatta esclusivamente all’interno di determinati mondi, come ad esempio quello della cooperazione. Quell’esperienza va fatta con il sindacato, con gli imprenditori, con la Chiesa.

Insomma, deve divenire un’esperienza pubblica. Io penso che “pubblico” non è monopolio dello Stato. Il pubblico è una dimensione antropologica dell’uomo, è la parte plurale dell’uomo. L’uomo è un nodo di relazioni, l’uomo è contemporaneamente singolare e plurale, è individuo e comunità. Se si separano queste dimensioni, non è più uomo. Quindi la questione dei legami è una questione di legami a più livelli. I servizi, ad esempio, devono generare legami, strutturalmente sono generativi di legami. Altrimenti quella persona in difficoltà, non se ne fa quasi nulla di una dato servizio, se è semplicemente un acquistare prestazioni. La prestazione non basta. Questo è stato l’avvitamento della burocrazia statale, ma il non profit non è fuori da questo pericolo. Tutte le istituzioni vi possono incorrere, anche quelle migliori. Nelle fasi di crisi esistono forti regressioni. Se non ci sono i legami, il benessere non è raggiungibile. Per questo non do per scontata la battaglia politica su questo versante. Pluralismo vuol dire anche riconoscimento della propria autorità. Una volta stabilito che istituzionalmente ci sono delle responsabilità, ognuno si assume diritti, doveri, responsabilità. Io non mi sento investito di una responsabilità minore di quella di Formigoni. Copriamo temporalmente dei ruoli che ti mettono in un quadro istituzionale di un certo tipo, ma rispetto al bene comune io non mi sento meno responsabile. Lo dico con felicità, perché se mi togliessero questo pezzo, mi toglierebbero un pezzo di me. Io ho la sensazione che siamo in una fase dove si rischia nuovamente di respingere, dove le persone credono che da qualche parte ci sia un super potere che deciderà. Ma cosa deciderà?

È un’illusione pensare di risolvere i problemi giocando solo su moneta e prestazioni. Se c’è un patto che si può fare a questo tavolo, si può fare a partire dalla centralità dei legami. Sono patti di fede, comprendono il sacrificio. Non è un semplice spartirsi delle cose. Vuol dire andare in una terra nuova, vuol dire uscire dall’Egitto, per usare una metafora. In Lombardia ci sono tutte le premesse positive per poterlo fare. Nonostante le critiche che io posso fare, riconosco un grande sforzo che in questi vent’anni è stato fatto per provare a rompere dinamiche molto cristallizzate. Adesso, occorrerebbe passare ad una fase due del tema della libertà. La libertà c’è, ma mai senza l’altro. La libertà parte sempre dalla consapevolezza del proprio limite. Ed è questa consapevolezza che ti mette alla ricerca, che ti libera. È quanto detto fin qui che porta a riscoprire il valore del mutualismo. Io sostengo da tempo che la solidarietà oggi è il mutualismo tra diversi. Non è che c’è un buono e un assistito, perché domani capiterà a chiunque di essere assistito. Occorre che l’impresa sociale sia un circuito di produzione di valore costante, in cui ci può essere posto per lo Stato, per le persone ricche, ma non è quello il cuore.

Un’altra parola del titolo: comunità. È una parola pericolosissima, molto bella ma pericolosa, perché la comunità è anche chiusura. Anche qui lo direi al plurale: le comunità. Innanzitutto la comunità o le comunità non sono per forza i territori. Oggi c’è un pluralismo della comunità nella sua forma, anche questo non è scontato. È chiaro che soprattutto nella storia italiana, la dimensione territoriale è una dimensione non solo geografica ma di senso, la questione territoriale non è saltabile. È strutturale, ma non è esclusiva. Penso a due elementi: i fondi sanitari integrativi e i fondi aziendali. Questi devono trovare nel territorio e nella comunità un punto di produzione di valore perché se non lo trovano – su un versante si avrà un grande rischio di finanziarizzazione e di corporativismo – dall’altra parte si rischierà di tornare ad un’idea esclusiva, dove solo le medie grandi aziende possono fare una determinata cosa. Queste due dinamiche che stanno venendo avanti così fortemente – oggi ci sono 340 fondi, 600 strutture di contrattazione di secondo livello di welfare aziendale -, con un sindacato intelligente e un’alleanza che riguarda i legami, possono essere ricondotte al territorio. Non stiamo parlando di pochi soldi; non stiamo nemmeno parlando della sostituzione dei soldi dello Stato. Questo è un punto di grandissima espansione dell’impresa sociale, perché l’aggregazione della domanda o prende vie da impresa sociale – non dentro la legge, ma dentro un’idea di un’impresa, di una storia che produce socialità – o prende una brutta via, rischiando di diventare forma egoistica che frantuma ulteriormente il sistema.

Questi soldi non produrranno valore, produrranno spaccatura. Se ci sono leader, organizzazioni, persone intelligenti che hanno a cuore la loro parte plurale, elementi come la domanda aggregata sono grandi occasioni per ritrovare punti che riguardano la comunità. È doveroso discutere con la Regione Lombardia di questo, nella misura in cui l’istituzione classica sia in grado di valorizzare la produzione di valore, dentro un riconoscimento reciproco. Questi sono passaggi non scontati, tutto questo per recuperare un’idea moderna di mutualismo. Il mutualismo appartiene alla storia di questo Paese, al di là della forma corporativa di fine ’800. Erano mutualistici i sistemi francescani, sono stati mutualistiche tutte le attività nate nell’800 da don Bosco. Il mutualismo è il riconoscimento reciproco del proprio valore. È una forma di economia. Un passaggio ulteriore. Tutto questo per riuscire a costruire quelle esperienze di comunità che forse ci porteranno a nuove forme di istituzioni di comunità.

Il grande dramma italiano è che si è sfaldato l’elemento di riferimento svolto dalle istituzioni di comunità, (comune, parroco, farmacista, maestro). I risolutori di problemi nella storia del welfare italiano non sono state le assistenti sociali, da cui andavi quando eri piatto. Con chi ti confrontavi quando dovevi scegliere la scuola dei tuoi figli? Come si trovava lavoro? Quando avevi un problema con tua moglie con chi ti confrontavi? Sto parlando di vita normale. Oggi servono esperienze di soggetti collettivi nuovi, vanno create nuove istituzioni di comunità che tengano conto anche della loro produzione di valore economico. L’economia non possiamo più saltarla. La sperimentazione può essere molto pericolosa in alcuni campi: ma se è una ricerca sana di esperienze comuni è assolutamente impossibile non fare quel passaggio li. Vedo con preoccupazione pensare prima alle istituzioni, del fare un’esperienza. C’è un’esperienza di comunanza che deve essere fatta per arrivare alle istituzioni.