8 Marzo Mar 2013 1034 6 years ago

L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro

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Idee per ri-legare impegno personale e sviluppo collettivo

La mobilità all’epoca della crisi

La riorganizzazione globale cominciata negli anni ’80 e sfociata nella crisi economica e finanziaria di questi anni è stata profonda, in un quadro di rapporti internazionali in rapida trasformazione. Sempre più chiaramente, il baricentro della crescita economica si è spostato verso altri continenti: secondo una recentissima pubblicazione della Banca Mondiale (The Day after Tomorrow. A Handbook on the future of economic policy in developing countries) già oggi quasi la metà della crescita economica globale arriva dai “paesi in via di sviluppo” e, entro il 2015, questi ultimi potrebbero addirittura superare in termini di crescita il mondo sviluppato. Nelle aree più dinamiche del cosiddetto “Sud del mondo”, nel prossimo quinquennio si prevede una crescita superiore al 6% annuo, mentre nei paesi ricchi non si andrà oltre il 2%.

Dunque, l’Italia ha davanti anni nei quali difficilmente i tassi di crescita economica saranno in grado di “dare spazio” alle tante e tutte legittime aspettative individuali. Proprio per questo, si dovrà fare di tutto per ricominciare a crescere. E tuttavia, l’impresa non sarà facile, anche perché la limitata capacità di crescita mostrata dall’Italia (simile alla media europea) negli ultimi anni ha già ridotto le opportunità disponibili e prodotto un effetto depressivo sulle aspettative/aspirazioni individuali: lo dimostra la forte incidenza del sentimento della paura che, già da alcuni anni, caratterizza l’opinione pubblica italiana (così come quella europea).

In una situazione in cui il peso del debito pubblico accumulato è assai gravoso, le prospettive non appaiono facili. Il nodo si ingarbuglia ancora di più se si tiene conto che gli ultimi due decenni lasciano in eredità in Italia peggio che altrove un sensibile aumento delle disuguaglianze e delle povertà. Ad oggi, il nostro indice di Gini un indicatore sintetico della disuguaglianza è il più alto tra i paesi avanzati, secondo solo a quello degli USA. Su 30 paesi censiti dall’OCSE, l’Italia è al sesto posto per il livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri (con una crescita del 33% dalla metà degli anni ’80). In un quadro internazionale che, sotto questo profilo, desta non poche preoccupazioni, la situazione del nostro Paese appare particolarmente seria: ultima tra i paesi OSCE con valori più bassi della media – sia per il reddito mediano che per quello del 10% più povero, l’Italia è prima per quanto riguarda la quota di reddito detenuta dal 10% più ricco della popolazione. La quota di popolazione che cade sotto la soglia di povertà rimane sconsolatamente elevata e già prima della crisi – a fine 2008 toccava il 14%.

Tale considerazione – non certo positiva si aggrava se si tiene conto del fatto che, rispetto agli altri paesi avanzati, l’Italia ha una presenza dello Stato molto rilevante. Tuttavia, tale presenza non risulta sufficientemente efficace nel realizzare le condizioni adatte per un giusto accesso alle opportunità da parte di tutti i cittadini. Secondo i dati OCSE, in Italia l’effetto distributivo dell’intervento dello Stato è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE, ma è sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia che sono i due paesi dove la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni di welfare.

Lo squilibrio sociale è altresì segnato da una sensibile riduzione della quota delle retribuzione del lavoro sul valore aggiunto sceso che in 30anni (1976-2006) dal 67% al 53% (calo superiore alla media OCSE). Secondo l’Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità del potere di acquisto, gli stipendi reali in Italia sono diminuiti del 16% tra il 1988 e il 2006. Tutto ciò significa che, in questo momento storico, un’ampia quota della popolazione italiana fatica a conservare la condizione sociale e il livello di benessere raggiunti nei decenni precedenti, con aspettative tutt’altro che ottimistiche sul futuro.

Il problema che il Paese ha davanti è dunque quello di rompere la spirale negativa che combina rallentamento della crescita economica-aumento delle disuguaglianze-riduzione dell’iniziativa e delle aspettative individuali. Per far questo, è essenziale riattivare le tante energie soggettive e sociali che esistono nel Paese, creando condizioni adatte alla loro piena espressione. Ma come fare se, come abbiamo visto, non è prevedibile per i prossimi anni una crescita economica sufficientemente forte da riuscire a ricreare quel circolo virtuoso che ha invece caratterizzato il secondo dopoguerra?

Costruire lo spazio pubblico: merito e mobilità

Se consideriamo un periodo storico sufficientemente lungo, si può osservare che nella seconda metà del XX secolo l’Itala ha conosciuto una consistente riduzione delle disuguaglianze intercorrenti tra i discendenti delle diverse classi sociali nelle chance di ottenere lauree e diplomi: i vantaggi competitivi delle classi più alte nel raggiungimento di questi due titoli di studio si sono col tempo ridotte. E qualcosa di simile si può dire anche per le posizioni sociali: al 2005, oltre 70 italiani su cento nati tra il 1900 e il 1987 avevano raggiunto, nel corso della loro vita, una classe diversa da quella a cui appartenevano i loro genitori. Da questo punto di vista, l’Italia si rivela una società che, nei decenni passati, ha saputo offrire molte opportunità ai suoi cittadini, indipendentemente dalla classe di origine. Ma il punto da osservare è che questo dinamismo sociale è stato determinato più da spostamenti verso l’alto dell’intera struttura sociale e occupazionale dovuti alla crescita economica e culturale che non dalla applicazione di criteri meritocratici e da un adeguato riconoscimento delle qualità individuali. Ciò è dimostrato dal fatto che la probabilità di acquisire un titolo di studio superiore o di accedere a posizioni sociali più elevate rimane influenzata dalla appartenenza di classe. Insomma, la mobilità che si registra in Italia è per lo più dovuta alla crescita che non al buon funzionamento dei meccanismi di selezione e valorizzazione delle qualità personali.

Per migliorare questo risultato occorre concentrarsi su due infrastrutture istituzionali che, per il tema in esame, sono cruciali.

La prima è la scuola. Dalla scuola primaria che interviene in modo precoce e decisivo sul riconoscimento e sulla valorizzazione delle capacità individuali – fino all’università, la scuola svolge un ruolo fondamentale nel rendere possibili una buona mobilità sociale. Pur senza sottovalutare gli importanti risultati che nel corso degli anni la società italiana ha ottenuto in questo campo, ci sono alcuni aspetti che destano preoccupazione: il numero di drop out rimane molto elevato (nel 2008 sono stati ancora 117mila i ragazzi di età compresa tra 14 e 17 anni fuori dal circuito scolastico), la quota di laureati è la più bassa tra i paesi avanzati, nelle università esiste un diffuso malcontento sui criteri di selezione dei giovani ricercatori. Nelle classifiche internazionali, la scuola italiana continua a essere in una posizione mediana nelle classifiche Timss (per studenti di 9 e 13 anni), superata da paesi come la Serbia o l’ Ungheria; in quelle Pisa (15 anni) siamo nella metà inferiore (superati da Grecia e Portogallo). L’università italiana sta perdendo posizioni invece di guadagnarne, per gli indicatori che contano, in particolare le pubblicazioni internazionali. I dati sui paesi Ocse dimostrano che questi problemi, più che da carenza di finanziamenti pubblici, dipendono da una cattiva organizzazione e dall’assenza di incentivi. Il tema della valutazione della didattica e della ricerca è ormai maturo e costituisce uno strumento utile per arrivare a introdurre trattamenti economici differenziati e finanziamenti premiali in base ai risultati. Da questo punto di vista, si può dire che la scuola italiana è al bivio tra un passato che può vantare importanti risultati e la necessità di ripensarsi per continuare a prestare un servizio ai giovani di questo Paese.

La seconda grande infrastruttura della mobilità è il mercato del lavoro, che presenta alcune peculiarità che incidono sui processi di cui stiamo parlando. In effetti, il mercato del lavoro italiano è molto particolare: sia per l’alta percentuale di lavoro autonomo (quasi doppia rispetto a quella di altri paesi avanzati) sia per il grande peso delle piccole imprese sull’occupazione totale. Una tale configurazione ha come conseguenza che i percorsi professionali e di carriera raramente riflettono i criteri formali e universalistici tipici delle grandi organizzazioni. Spesso sono gli elementi informali e particolaristici a prevalere: dal sapere fare alla appartenenza famigliare, dallo spirito di intrapresa personale alla rete di conoscenza di cui si dispone in un determinato contesto locale. Una tale situazione presenta luci e ombre: le prime sono quelle di un forte riconoscimento dello spirito imprenditoriale e della capacità di iniziativa; le seconde sono quelle legate allo scarso valore attribuito alle credenziali universalistiche (prima fra tutte il titolo di studio; non a caso la percentuale di laureati assunta dalle piccole imprese o che comincia una attività autonoma rimane bassa). D’altra parte, l’inefficacia dei criteri di selezione impiegati nel nostro Paese basti citare i concorsi pubblici è un oggettivo disincentivo ad investire seriamente nella formazione formale. Anche tra i giovani persiste la convinzione che il merito non basta per farsi strada nella vita.

Mobilità e (in)giustizia sociale

Secondo A. Sen, la giustizia ha a che fare con la cura della persona e consiste, in primo luogo, nel creare le condizioni più favorevoli affinché ciascuno possa realizzare il proprio progetto di vita. Più che essere preoccupati della distribuzione delle risorse materiali la visione statica dell’uguaglianza conta l’investimento che si fa sulle persone e sull’ambiente circostante mirante a mettere in grado ciascuno di cogliere le opportunità che la vita gli parerà davanti.

Considerata da questo punto di vista, la situazione italiana è ben lontana dall’essere soddisfacente. I problemi del lavoro non sono equamente distribuiti, ma tendono a concentrarsi su quattro gruppi sociali.

1. La prima componente è quella giovanile. Com’è noto, in questi ultimi mesi i livelli di disoccupazione giovanile hanno raggiunto livelli che non si vedevano più dagli anni ’70. In realtà, la crisi aggrava una situazione che negli anni si era già andata deteriorando: da anni, la probabilità di trovarsi in una condizione di impiego temporaneo o instabile è più che doppia per chi ha meno di 34 anni rispetto alle classi di età superiori, mentre il rischio di disoccupazione dei giovani (fino a 34anni) è due volte maggiore rispetto a chi ha 35-54 anni e cinque volte più elevato rispetto alla fascia di età 55-64. Secondo i dati OCSE, già alla fine del 2008 in Italia l’elasticità dei redditi intergenerazionali una misura della probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri – aveva un valore molto alto il che indica una minore probabilità di miglioramento del reddito nel passaggio da una generazione alla successiva. Negli ultimi anni, l’esperienza di quote rilevanti della popolazione italiana è stata quella di una mobilità discendente piuttosto che ascendente: ceteris paribus, le prospettiva di vita dei nostri figli rischiano di essere peggiori delle nostre! E’ triste dover constatare che, in un Paese in cui si fanno pochi bambini, quasi un minore su quattro si trova in condizione di povertà relativa e che le famiglie con tre o più minori hanno una probabilità doppia di trovarsi in condizione di disagio: tutti segnali che sembrano far pensare ad un’Italia che ha rinunciato ad investire sul su futuro e che non è più in grado di destinare le risorse – non solo monetarie, ma anche umane e affettive – necessarie a questo scopo.

2. La seconda componente è quella femminile. Negli ultimi anni, le donne italiane hanno fatto notevolmente innalzato il loro livello di scolarizzazione che non solo ha raggiunto ma ha ormai anche superato quella maschile. Anche se permangono differenze per i titoli di studio più ambiti (come le lauree in materie scientifiche), le donne italiane delle ultime generazioni hanno titoli di studio e votazioni superiori a quelli dei maschi. Ma forti differenze rimangono nell’accesso al mercato del lavoro, nelle possibilità di carriera, nei livelli retributivi e persino nella maggiore esposizione al rischio di povertà: è come se la componente femminile della popolazione italiana fosse quella che più ha investito sul futuro, ma anche quella che ha minori riconoscimenti in ambito professionale.

3. La terza componente è quella territoriale, con l’aumento della distanza tra Nord e Sud. Su questo punto – che meriterebbe un approfondimento specifico – mi limito ad osservare che, per intere aree del Paese dove lo sviluppo economico risulta inceppato, la questione della mobilità sociale rischia di apparire molto lontana. Non dimentichiamo che, in diverse regioni meridionali, la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà supera il 25% del totale. D’altra parte, un eloquente segnale di difficoltà è la recente ripresa della mobilità interna da parte di giovani laureati che dal Sud si spostano verso il Nord alla ricerca di qualche opportunità dove poter spendere la loro qualificazione (mentre, ovviamente, non si registra alcun movimento inverso).

4. La quarta componente è quella etnica. Tutti sappiamo che negli ultimi 15 anni sono arrivati in Italia alcuni milioni di immigrati, che oggi costituiscono una vastissima popolazione carica di aspettative, di speranze e di progetti per s e per i propri figli. Nonostante la dimensione di tale fenomeno, il nostro Paese non ha ancora maturato una chiara idea del tipo di relazione che vuole stabilire con questi gruppi, a partire dalla discussione sui tempi e le modalità di acquisizione della cittadinanza. La questione fino a oggi è rimasta confinata ai temi dell’emergenza prima e della sicurezza poi, mentre è ancora embrionale una discussione approfondita e soprattutto una decisione condivisa sul modello di integrazione. Tale modello include l’accesso o meno degli immigrati e dei loro figli alle opportunità che la vita in Italia può offrire loro. Le ricerche dicono che l’ingresso di cittadini stranieri nel mondo della scuola e del mercato del lavoro è stato, in questi anni, un fenomeno macroscopico che da un lato ha messo in luce la straordinaria capacità di accoglienza del popolo italiano, ma che, dall’altro, ha segnalato incertezze e inadeguatezze istituzionali e giuridiche, che determinano effetti di ingiustizia e talora di vera e propria discriminazione.

L’esistenza di questi crinali di ingiustizia danneggia profondamente il paese, smorzando il contributo di buona parte della popolazione. L’indicazione di A. Sen è completamente disattesa: e forse questo può contribuire a spiegare la fatica con ui il paese è in grado di crescere in questi anni.

Una Repubblica fondata sul lavoro

La Costituzione definisce l’Italia una repubblica fondata sul lavoro. Con grande lungimiranza, i padri fondatori avevano capito che il destino del nostro Paese dipende, prima di tutto, dalla sua capacità di mobilitare le energie umane migliori di cui dispone. Invece, raggiunto il benessere, la società italiana ha progressivamente spostato il proprio baricentro dal lavoro al consumo: sul piano fiscale, economico, culturale, la primazia del consumo è diventata incontrastata. In questa situazione, gli spazi disponibili nei quali ottenere un pieno riconoscimento del proprio impegno si sono ridotti.

Date le scarse risorse a disposizione, solo un discorso condiviso sull’importanza dello sviluppo con la conseguente riallocazione delle risorse – potrà permettere di ricreare condizioni adatte alla mobilità sociale e alla possibilità di riconoscere e apprezzare l’impegno e le qualità individuali. Lo sviluppo nel nostro Paese potrà riprendere nel momento in cui si invertirà la svalorizzazione del lavoro, in tutte le sue forme. Il punto di partenza è una riflessione sulle nuove matrici di senso che, muovendo l’impegno personale, si possono poi tradurre poi in istanze professionali ed esistenziali, oggi in buona parte sopite, a partire dall’idea regolativa che il lavoro è un processo di vita, e non solo occupazione e competenze. Se si investisse in questa direzione, nel quadro di una ridefinizione della cornice delle relazioni industriali, le imprese diventerebbero più “ad-petitive” - cioè capaci di ospitare persone più felici in quanto meglio valorizzate nei loro progetti umani e, proprio per questo, più com-petitive.

In questi mesi, da più parti si è lanciata l’idea di ridefinire un patto tra capitale e lavoro per sostenere lo sviluppo. Una tale proposta merita di essere esplorata e sviluppata con attenzione, perch solo la riscrittura dei termini di un rapporto di fiducia reciproca, a partire dal riconoscimento della centralità di tutte le forme di lavoro, può permettere al Paese di tornare a coniugare insieme l’impegno personale e lo sviluppo collettivo.