8 Aprile Apr 2013 1450 6 years ago

Welfare: paradigma del cambiamento possibile – parte 4

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La socialità è un bene finito

È evidente che così facendo ci si imbatte in una prospettiva comunitaria e latamente sociale. Ma cambiare il paradigma del welfare può rigenerare forme di socialità?

Per rispondere è bene partire da qualche considerazione sulla socialità, che è un bene finito, non un bene infinito. È come l’acqua. Non va sprecata. Va anzi salvaguardata e curata. Che la socialità sia un bene infinito è una grandissima illusione. Quando curi una relazione se non quando percepisci che è anche un tuo bisogno? Solo se te ne fai carico quella relazione può crescere e mantenersi. O addirittura espandersi. Il che proiettato su una prospettiva legata al welfare, potrebbe voler implicare conseguenze notevoli.

Perché non interrogarsi sul concetto di mutualità allargata? Riprendiamo l’esempio dei fondi integrativi. Se gli artigiani ne strutturassero uno potrebbero scegliere di riservare una piccola percentuale a un target non interno alla loro categoria. Risorse che andrebbero a garantire servizi e cura non ad artigiani ma a persone in condizione di disagio. Su scala territoriale si può fare. Abbiamo bisogno di istituire moltissimi processi analoghi. I quali all’interno di una comunità avrebbero un valore simbolico straordinario: rimetterebbero in circolazione l’idea del welfare come bene comune, al quale tutti possono contribuire. Un’idea della quale abbiamo molto bisogno, del resto. Non coincide con il concetto di bene pubblico (comunque inferiore) ed ha una notevole complessità. Ciò nonostante il bene comune con la sua tensione universalistico rappresenta una possibilità autentica e una modalità con cui prendersi cura di quel bene finito che è la socialità, visto che ripropone nella sua concretezza e urgenza la questione della felicità delle persone alla quale è bene mirare anche per il tramite di una collaborazione fra diversi, di una sinergia che attraversi la comunità e la renda solidale. È questo del resto il modo con cui si possono rigenerare costantemente le risorse economiche, relazionali, sociali. Perché innesca una spirale di investimento: ciascuno si sente “investito” del ben essere dell’altro, almeno in parte, e tende a rispondere positivamente. Non per semplice generosità ma per convenienza, perché partecipe dell’interesse in quanto a sua volta portatore di un bisogno. Salta così uno dei meccanismi sociali forse più perversi. Quello nel quale qualcuno va in soccorso di qualche altro, generalmente meno “fortunato”, come si dice. Un modo come un altro per mettersi su un altro piano e ritagliarsi un ruolo a una dimensione. Quello del benefattore o dello specialista. In pratica colui che porta la “risposta” a chi ha un “bisogno”. Rassicurante semplificazione per chi si propone e per chi attende l’aiuto. Nessuno dei due sarà infatti costretto a riconoscersi, e a gestire, quella dimensione propriamente umana che è complessa e molteplice. Ovvero la realtà composita di noi esseri umani, portatori di riposte e insieme di bisogni in ogni caso, capaci di affidarci e di prender in affidamento al tempo stesso. Una caratteristica umana che va presa in considerazione fin da quando ci si interroga sul ben essere: sono gli stessi servizi di cura che devono partire da qui, dal fatto che ciascuno può dare un contributo fattivo. Che ciascuno può essere capacitato, può compiere un percorso che lo renda almeno in parte e per quel che è possibile in grado di affrontare una specifica situazione. E la capacitazione non riguarda soltanto le persone in condizioni di disagio, gli svantaggiati, gli sfortunati come si sarebbe detto nell’Ottocento. Riguarda ciascuno. Chiunque infatti per uno o più aspetti della sua esigenza può necessitare di essere “capacitato”. La vita è piena di sorprese e di discontinuità che richiedono di mettersi in gioco con gli altri. Anche il benestante che si trova a un certo momento della sua esistenza su una sedia a rotelle o che può avere un genitore che “va via” di testa per quel mistero che chiamiamo Alzheimer, ha bisogno di essere capacitato. E anche in questo apprendimento, come in qualsiasi altro, ciascuno è portatore del bisogno e di una risposta, di una esigenza e di una cultura. Una prospettiva che rimane fondamentale. Se io non parto dalle domande che mi riguardano, come potrò dare risposte che soddisfano le esigenze altrui? Se non mi pongo come un soggetto che si ha delle necessità ma pure può contribuire al loro soddisfacimento, non posso che assumere un atteggiamento passivo, di attesa, di resa potremmo anche dire.

A questa impostazione, diciamolo chiaramente, non c’è alternativa se non una dialettica illusoria alla quale pero siamo molto abituati, secondo cui a fronte del versamento delle tasse i cittadini riceveranno i servizi. Un paradigma – più imposte, più cura – che non regge nemmeno in altri paesi europei. E che non reggerebbe nemmeno se l’Italia avesse risorse infinite. Ipotesi che ora ovviamente è del tutto impraticabile e che non lo sarà nemmeno in un prossimo futuro. Abbiamo avuto molto tempo per comprendere come un soggetto astratto e tendenzialmente molto lontano dalla nostra vita quotidiana, difficilmente riesca a dare risposte soddisfacenti. Lo specialismo finisce, forse, con l’occuparsi del singolo sintomo e con il perdere di vista la persona. Non è con le tecnostrutture che si potrà vincere la scommessa di un welfare sostenibile, efficiente e in grado di dare risposte autentiche. Questo non significa naturalmente che non ci sia bisogno di professionalità precise, ma che queste non sono di per se stesse in grado di essere risolutrici. Alla pluralità delle dimensioni umane occorre corrisponda una pluralità di risposte e di convergenze. Oggi, per fare un esempio di lungo periodo, i maggiori responsabili del welfare non sono gli assistenti sociali, cioè gli specialisti delle risposte mirate e puntuali, sono gli architetti. Se in Italia ci fosse un gruppo qualificato di bravi architetti che dicesse «gli spazi pubblici sono importanti quanto quelli privati, cioè gli appartamenti», avremmo una dimostrazione concreta delle convergenze cui stiamo pensando. Perché quel famoso gruppo di architetti inizierebbe a immaginare la città diversamente, a non occuparsi soltanto degli spazi commerciali, ma anche di quelli comuni. Che ad esempio possono essere immaginati nei condomini. Affrontando in modo preventivo un destino che ormai conosciamo da tempo, e cioè l’invecchiamento delle persone, la loro solitudine direttamente proporzionale e spesso dolorosamente proporzionale all’allungamento della speranza di vita. Già oggi in una metropoli come Milano una enorme percentuale di famiglie è composta da nuclei formati da una sola persona. Per l’esattezza il 50% dei nuclei familiari del capoluogo lombardo conta solamente un componente; il 24% due componenti e solo il 14% tre componenti. Già ora su una popolazione residente di 1.306.561 abitanti al 31 dicembre 2009, il 23% è nella fascia over 65, più ampia di quella compresa tra i 19 e 25 anni (solo il 6%).

Domani di queste famiglie “mononucleari” che accadrà? Queste persone invecchieranno, con ogni probabilità saranno sole, avranno sempre più bisogno di servizi anche nel caso in cui continuino ad avere una certa autonomia. Ora è così difficile pensare che le costruzioni della modernità possano tener conto appunto di questo dato di realtà? Impossibile pensare che gli odierni costruttori si interroghino sulle esigenze che queste persone possono avere oggi e potranno avere domani? Un paradosso specie quando chi edifica è un soggetto che degli esseri umani dovrebbe preoccuparsi per definizione: perché persino le cooperative edilizie non si sono poste il problema di un abitare fondato su principi cooperativi? Senza pensare alle Comuni ottocentesche, non si potrebbe immaginare che in un condominio ci possa essere una lavanderia comune, uno spazio comune per gli eventuali bambini, qualche bagna assistito per i momenti di non autosufficienza che possono intervenire anche in modo temporaneo?

Quello degli architetti, del resto è solo un esempio, anche se per certi aspetti è il più rilevante visto che sono i professionisti che, assieme agli urbanisti, sono chiamati a costruire lo spazio dal punto di vista dei soggetti che lo abitano. D’altra parte però la necessità di ampliare competenze e orizzonti nell’ambito di un lavoro sociale riguarda anche gli urbanisti, i medici, i giornalisti, gli insegnanti. Nel loro essere professionisti e uomini nella comunità. Questa è la sfida, ed è di natura politica, cioè attiene al pensiero della polis, ha a che fare con modalità nuove per immaginare forme di convivenza altre.

Attualmente la nostra irrazionalità ci spinge verso una dicotomia intollerabile e non autentica. La più completa indipendenza (che si trasferisce in una forma di autarchia esistenziale, in un individualismo senza remore proiettato essenzialmente sulla dimensione giovanile o pseudo-tale) da una parte; la condizione anziana, i centri diurni, la graduale non autosufficienza. Davvero crediamo non ci sia rapporto di alcun tipo fra queste condizioni umane? Davvero pensiamo non ci si possa preparare sin “da piccoli” a vivere la maturità, imparando a condividere momenti e bisogni anche mediante spazi condominiali? Allo stesso modo, per far fronte a talune forme lievi di disagio non sarebbe sufficiente ripensare il ruolo dell’amministratore di condominio? Non si sta avanzando l’ipotesi di introdurre varianti specialistiche in questo mestiere (che pure sono state proposte, ad esempio a Milano dove si sono sperimentati ad esempio i “custodi sociali”) ma semplicemente di trovare il modo per ampliare la sensibilità e la capacità di reazione nei confronti di simili questioni da parte dell’amministratore tradizionale, arricchendone le competenze.

Va da sé che con queste e altre possibili esperienze la valenza sociale del welfare verrebbe fra l’altro rilanciata e riformulata. In una circolarità che superi gli specialismi. Appunto, gli architetti insieme agli assistenti sociali. Magari sotto lo sguardo attento delle amministrazioni locali. Quelle che oggi fingono di non sapere, come accade sempre nel capoluogo lombardo, che i 5 milioni e 500mila metri cubi che si prevede di costruire (2,9 milioni residenziali e 2,3 milioni terziario-commerciali e produttivi) costituiranno un’offerta in più, chissà quanto urgente, chissà come meditata, in una città nella quale metà della popolazione vive da sola.

È chiaro che attraverso gli oneri di urbanizzazione il comune ottiene un introito del quale spesso non può fare a meno, specie in tempi di contrazione e di risorse scarse. Ma sul lungo periodo il non chiedersi quale sia lo spazio adatto ad una modernità nella quale i legami interpersonali si sono andati sfilacciando e si è per lo più persa la grande complicità familiare, vuol dire senza dubbio creare le condizioni per un futuro oneroso anche dal punto di vista economico. Giacché il rapporto fra welfare ed economia è, come vedremo, per più aspetti evidente ed essenziale. Anzitutto per l’evidenza della spesa: nel bilancio dello Stato l’ammontare delle risorse destinate in capitoli anche diversi a confluire nel grande capitolo del Welfare è particolarmente rilevante. Soldi che potrebbero spesso essere spesi meglio. In questi mesi si fa un gran parlare degli sprechi. Un tema al quale si potrebbe affiancare quello, per molti aspetti più stringente, dell’appropriatezza. Ovvero siamo sicuri che le risorse utilizzate producano gli effetti desiderati e nella misura auspicata?

Un altro punto su cui interrogarsi è la provenienza di queste risorse. Siamo sicuri che non sia possibile immaginare un processo di diversificazione? Deve proprio esserci un solo soggetto che dà i soldi? Se ne discute da molto tempo, a tratti e senza eccessiva convinzione, rilanciando di tanto in tanto il possibile ruolo dei soggetti privati all’interno del Welfare. Tralasciando però di affrontare la vera questione che fino a oggi ha al contrario impedito che i privati avessero un vero ruolo. E cioè la questione dell’indirizzo. Fin qui si è sostanzialmente detto: i privati possono mettere risorse senza però poter dire la loro né contribuire a dare indirizzi alle iniziative. Ma come puoi pensare di generare compartecipazione della spesa, se non ascolti nemmeno l’opinione di chi a quella spesa dovrebbe concorrere?

4- CONTINUA