23 Aprile Apr 2013 1445 6 years ago

Welfare: paradigma del cambiamento possibile – parte 1

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Spendiamo poco o male?

Sono mille e più i milioni di euro che in una metropoli come Milano vengono impiegati ogni anno per il welfare. Cioè per tentare di garantire un ben-essere generalizzato e inclusivo. Un fiume di denaro che scorre in parte dalle casse comunali, in parte fluisce dal portafoglio dei cittadini. Per quanto si uniscano però, questi due non riescono a formare che un rivolo. Fatalmente insufficiente e talvolta drammaticamente inefficace. Un paradosso che si svela per quel che è quando si sente dire che lo Stato spende troppo poco per il Welfare. Per capire quanto questa affermazione sia per molti aspetti azzardata, è sufficiente soffermarsi sui dati del Comune di Milano, dove negli ultimi vent’anni le risorse disponibili sono raddoppiate. Peccato che non facciano la differenza, non risolvano i problemi e quindi siano consumate praticamente sotto silenzio.
Nel 2009, per esempio, il comune ha riservato 510 milioni di euro per l’Assessorato alla famiglia, scuole e politiche sociali, il 18% dell’intera spesa. Soldi accanto ai quali andrebbero contabilizzate altre uscite. Parallelamente alla crescita costante della spesa pubblica nel welfare, si è verificata una crescita parallela e vertiginosa della spesa delle famiglie che si stima spendano ormai per le cure domiciliari prestate dalle badanti circa 150 milioni di euro l’anno. A questi importi vanno aggiunte le spese di integrazione delle rette in RSA e case di riposo, circa 1500 euro al mese per ogni anziano, e le spese per gli asili nido e baby sitter, quelle per le ripetizioni degli studenti, per attività di supporto psicoterapico, per consulenze familiari e via di questo passo.
Si arriva ai mille e oltre milioni. Un patrimonio. Che passa inosservato. Che non produce gli effetti auspicati. Che non serve a innescare processi di trasformazione e di miglioramento. In pratica sono mille e passa occasioni sprecate. Soldi che servono a mantenere l’insoddisfacente status quo. Con il benestare, vagamente complice, di tutti: delle imprese, del terzo settore, dei professionisti del welfare, della politica. Persino degli ignari cittadini che non hanno compreso quanto pesi sulle loro spalle già da tempo il non voler affrontare e risolvere le questioni del vivere. Giacché di questo stiamo parlando: di una deriva che nel tempo ha fatto perdere di vista le questioni autentiche e ha privilegiato prospettive deformanti.
Ad esempio quella secondo cui il modello di welfare state si riassume nella dialettica tra “moneta” e “prestazioni”. Fino agli anni ’60, il welfare state italiano era esclusivamente moneta: è il caso delle pensioni e del riconoscimento della maternità. A partire dagli anni ’70 si aggiunge e si diffonde l’idea di un welfare state sostanzialmente prestazionale (erogazione di servizi), che trova nell’uguaglianza bisogno-diritto la sua premessa “culturale”. L’obiettivo è diventato quello di accumulare risorse economiche con cui erogare servizi. Con il risultato di gonfiare enormemente la spesa dei servizi di welfare, che è diventata come si diceva una delle più rilevanti nei bilanci di comuni, province e regioni.
Questo modello era garantito dal rapporto tra Mercato e Stato. Al primo spettava il compito di produrre ricchezza, sotto l’imperativo di crescita e massimizzazione dei risultati. Al secondo, di ridistribuirla nel rispetto di un spesso vaga e sovente mal applicata aspirazione all’equità. Parallelamente è cresciuto fino a istituzionalizzarsi il variegato universo del Terzo Settore a cui è stato affidato il compito di tenere in vita la socialità, mantenendola entro costi sostenibili, canalizzandola per favorire l’inclusione di chi, per un motivo o per un altro, era escluso dalla marcia trionfale del Mercato e dello Stato, le istituzioni portanti del sistema. Le sole in cui si credesse.

Riprendiamoci il senso
Era prevedibile che una ripartizione così rigida fosse alla lunga insostenibile? Certo, anche perché nel frattempo la situazione è andata articolandosi e naturalmente complicandosi. Oggi chi produce determina fortemente le dimensioni della convivenza politica; va da sé che anche la funzione politica influenza quella economica e quella sociale. Allo stesso modo il cosiddetto sociale oggi è chiamato sempre più a diventare soggetto di produzione e generatività e non solo a comportarsi come utilizzatore di risorse. La commistione di identità riguarda specifiche categorie di soggetti appartenenti ai tre grandi comparti. Un esempio: impossibile dire oggi che la cooperazione sociale a Milano e in generale nel Paese non è un soggetto economico.
Ma non era sostenibile per un altro e più strutturale motivo: separa troppo decisamente la spesa dall’investimento, che anzi viene reso di fatto impossibile. Riducendo ogni situazione a una faccenda di stanziamenti. Consentendo la grande rimozione: il binomio moneta e prestazioni ha quasi del tutto eroso un elemento che è sempre stato dato per scontato, ovvero i legami. Nessuna politica di welfare può raggiungere i suoi obiettivi senza legami, senza il senso; perché né la moneta né la prestazione bastano nella modernità a far essere felice l’uomo.
Il tema dei legami è oggi essenziale per ripensare il sociale quale elemento di riconfigurazione complessiva del convivere. Il binomio moneta – prestazioni oggi non basta più.
Le politiche di welfare, montate per promuovere l’inclusione, oggi si mostrano totalmente insufficienti se le si considera solo nell’ottica di un aumento del denaro a disposizione e miglioramento delle prestazioni in favore delle persone. Questo è un passaggio cruciale perché ha a che fare con le relazioni di lavoro, con le relazioni politiche, con tutto ciò che costruisce socialità. Bisogna fare in modo che moneta, prestazioni e legami continuino a riprodurre e a dare disponibilità di senso alle persone, altro valore scarso oggi. Senso che non è semplicemente riproducibile con l’informazione, ma ha bisogno di vicinanza, di prossimità, di dialogo, errore, comprensione, perdono, dono.

Un’esigenza di senso che solo in parte è stata compresa. Persino da quel Terzo settore che pure è stato espressione del desiderio dei corpi intermedi e della società civile di essere protagonista e quindi di contribuire a formare significati comunitari.
Una “missione” che è stata veramente smarrita se è vero che il non profit non si è candidato, come avrebbe potuto e forse dovuto, a supportare le famiglie rispetto a un bisogno così importante e rilevante come quello dell’assistenza domiciliare, un bisogno che ad un certo punto ha trovato una risposta informale ma concreta nell’esercito di badanti. Il Terzo settore non si è proposto perché è rimasto intrappolato nel rapporto con la politica e con chi stabilisce i budget pubblici. Mentre le famiglie si organizzavano da sole, con il fai da te e il passaparola, le associazioni non profit contrattavano due centesimi in più per il costo orario dell’assistenza domiciliare per gli anziani con il comune o le con Asl.
Cadendo con ciò nel grande equivoco. Che collega l’erogazione di sempre più risorse al miglioramento dei servizi. Non è un caso che il Terzo settore sia diventato con il passar degli anni sempre più dipendente dalle risorse pubbliche. Ne riparleremo.