24 Aprile Apr 2013 1446 6 years ago

Welfare: paradigma del cambiamento possibile – parte 2

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Di fronte a noi, molte sfide

Per ora sia chiaro che non servono più soldi: serve spendere questi soldi all’interno di un paradigma nuovo. Che consenta nuove alleanze con una pluralità di soggetti, pubblici e privati. Che spinga ad uscire dall’idea di welfare come erogazione: come si trattasse di un rubinetto dal quale sgorgano risorse e come se fare politiche sociali significasse aprire o chiudere quel rubinetto. Occorre piuttosto addentrarsi in un’ipotesi per ora minoritaria e forse eretica (certamente lo è per molti ministri anche attuali) secondo la quale il welfare può diventare uno degli assi di sviluppo del nostro Paese. Una delle cose che possiamo insegnare ai cinesi; la nostra convivenza e la capacità di ingegnerizzare la nostra convivenza.

Una prospettiva che avrebbe conseguenze per tutti. Per il Terzo settore che potrebbe rigenerare valore e senso. Per i decisori politici ai quali spetterebbe di rilanciare il proprio ruolo immaginando un altro circuito economico. Rimanendo a Milano, per l’assessore alle politiche sociali significherebbe pensare un impiego diverso dei 500 e passa milioni. Ad esempio immaginare che quei 250 milioni che oggi escono in assegnazioni in cinque anni quanto meno diventino 50% in assegnazioni e 50% investimenti.

Qui c’è il campo nuovo. Una diversa organizzazione, un metodo che punta a obiettivi più definiti, una consapevolezza che aiuta – o potrebbe – a creare sinergie inedite: sono gli elementi di una scommessa che è tutta da giocare. E in cui ciascuno ha un compito ancora da definire ma al quale non può sottrarsi. Qualcuno dubita che ne valga la pena? C’è da disegnare il futuro di una città che fra l’altro potrebbe essere un laboratorio avanzato di sperimentazione. C’è da ripensare lo stile con il quale organizzeremo il nostro domani e la comunità che verrà.

Qualcuno può davvero dubitare che ne valga la pena?

In questo scenario – nella consapevolezza di aver lasciato un “paradigma” e di non averne ancora creato uno alternativo - l’unica cosa di cui siamo certi è che non si può tornare indietro e che anche se lo facessimo il mondo alle nostre spalle lo troveremmo cambiato.

Allora, oggi, la sfida è quella di utilizzare le “energie liberate”, energie individuali, private, per generare nuovi modelli di con-vivenza, di ben-vivere in una società che – da qui a vent’anni – potrebbe essere ridisegnata molto più profondamente di quanto le statistiche socio-economiche e le proiezioni demografiche ci lascino supporre. La sfida è utilizzare le scarse risorse per trasformare il sistema di protezione sociale (welfare) in un sistema di generazione di ben-essere sociale, che sia sostenibile nel tempo non solo dal punto di vista economico.

Certo per definire nuove politiche di welfare che rispondano adeguatamente al mutamento sociale in atto, occorre provare a cambiare l’immaginario degli ultimi trent’anni nel quale il welfare è stato considerato un’area di costo, come qualcosa che viene dopo la produzione; al welfare, infatti, erano destinate le risorse ottenute attraverso la tassazione che erano poi trasformate in servizi. Il welfare, al contrario, deve diventare quel che già è: una parte significativa e integrante del processo produttivo, e uno strumento generatore di ricchezza, proprio perché interessa tutti gli ambiti della vita sociale.

Leve del cambiamento

Abbiamo bisogno di rimetterci in moto, lo ripetono in molti. Di mettere alle nostre spalle decenni di immobilismo: la sensazione che non c’è nulla da fare, che non si possa che andare altrove, che non ci siano i margini per ripartire. Certo non è semplice – servono consapevolezza e determinazione nuove – eppure è una scelta urgente. Per realizzare la quale servono molte pre-condizioni. Una delle quali è riuscire a individuare una leva del cambiamento. Un grimaldello cioè che consenta di scardinare alcuni assi che è necessario riposizionare, se davvero vogliamo metterci alle spalle il secolo breve che ancora ci ossessiona, quel Novecento che forse per molti aspetti non è ancora concluso.

A distanza di una dozzina d’anni dall’avvio del nuovo millennio, la società italiana sta lasciandosi guidare da quei medesimi fantasmi, da quelle incertezze, da quelle stesse logiche e da quelle contrapposizioni. Si potrebbe arrivare a sostenere che tutti i governi dal 2000 in poi, compreso quello più recente, tecnico o sedicente, hanno alimentato, chissà quanto consapevolmente, l’opposizione fra economia, socialità, democrazia. Né sono stati soli in questa operazione. Anche l’Unione Europea ha mostrato sempre più chiaramente di saper usare questa contrapposizione ad esempio con la Grecia. E ancora prima, quando l’Unione ha forzato il suo ruolo e la sua sfera di competenza per imporre, in numerosi paesi, draconiane iniziative di contenimento della spesa pubblica, dei livelli salariali, delle politiche sociali. Non ponendosi naturalmente – e come avrebbe potuto – il problema della loro trasformazione. Una scelta fatta d’altro canto dai ministri titolari del Welfare nelle diverse nazioni. Dal loro punto di vista, tagliare la spesa è stato più semplice che riqualificarla, ripensarla, ristrutturarla modificando anche alcune dinamiche fondamentali non correggendo le quali ogni taglio è inutile. Semplicemente inutile. Se non si cambiano le logiche, se non si ripensa la strategia, qualunque taglio prima o poi dovrà arrendersi di fronte alle esigenze delle persone. Giacché il problema non è contestare anzitutto il diritto ad esempio alla cura. È semmai precisarlo, garantirlo meglio sperimentando nuove strategie, trovando nuovi strumenti. Le risorse non sono infinite, anche se per troppi anni abbiamo fatto finta di continuare a crederlo.

Dunque, approfittare di un passaggio delicato per trasformare il welfare, ripensandolo anche come potenziale fattore di rinnovamento complessivo. In altri termini, se il welfare cambia possono derivare significativi effetti sull’economia, la società, la democrazia? E se sì, quali?

Per rispondere, partirei da una constatazione: man mano il welfare è stato carico di nodi e questioni (alcuni dei quali hanno un evidente contenuto economico, sociale, politico). Ha svolto la funzione, per dir così, dello sgabuzzino: lì finivano tutti i problemi che non si sapeva dove mettere. Sicché quando oggi parliamo di welfare intendiamo gli aspetti più diversi della vita, dalle pensioni alla sanità, dall’assistenza agli anziani all’integrazione per i disabili, dalla conciliazione tra tempo di vita e tempo del lavoro alla sostenibilità di vita delle giovani coppie, strangolate magari dalla precarietà e dall’eccesso di flessibilità del mondo del lavoro che si trovano a dover affrontare. Un po’ troppo, non vi pare? Un po’ difficile oltretutto da conciliare con lo specialismo che in questi ultimi anni è parso a molti la soluzione di molti mali.

D’altro canto, oltre che sgabuzzino il welfare è diventato anche giubbotto di salvataggio. Se proprio non riuscivamo a infilarli nel calderone, i problemi venivano in qualche modo appesi al giubbotto di salvataggio chiamato welfare. Che ha finito appunto con il gonfiarsi di questioni, problemi, nodi e temi. Un concentrato che man mano ha riguardato una fascia sempre più ampia della popolazione: se oltre alla pensione, nel welfare metti la disoccupazione, la formazione, l’avviamento al lavoro, l’inserimento lavorativo dei disabili e via enumerando, hai praticamente nominato senza dirlo tutte le fasce d’età. Implicitamente mettendo sullo stesso piano questioni che sullo stesso piano non sono e proponendo per tutte una soluzione improntata al medesimo metodo. Al contempo relegando sullo sfondo la prima delle questioni, la sostenibilità, che dovrebbe invece essere vagliata attentamente. È il nostro principio di realtà: dovrebbe fornire il criterio per separare quello che possiamo fare da ciò che non possiamo permetterci. Eppure, al contrario è un discorso che non si fa, fingendo davvero di credere che sia possibile che ogni problema sia egualmente sostenibile in quanto rifletterebbe un diritto. Ci torneremo.

Naturalmente le tantissime cose che abbiamo finito con il mettere nello sgabuzzino che chiamiamo welfare cose, avevano un costo. L’effetto per così dire collaterale ma di sicuro non innocente è che oggi nel welfare si concentra una parte rilevantissima della spesa pubblica della pubblica amministrazione: la previdenza, la spesa sanitaria e i fondi nazionali, le molte azioni di cui si fanno carico le amministrazioni locali (un welfare se volete minuto, abbastanza fuori controllo e al di la di ogni monitoraggio puntuale, molto spezzettato ma anch’esso rilevantissimo: dalla spesa per l’istruzione agli asili, per fare solo due esempi).

2 – CONTINUA