Dotti
26 Aprile Apr 2013 1447 6 years ago

Welfare: paradigma del cambiamento possibile – parte 3

Di

Welfare e democrazia

Si capisce perciò che la rilevanza del Welfare va ben oltre la “semplice” cura del ben-essere dei cittadini e come non sia sovrapponibile al duplice obiettivo storicamente dato (assicurare le persone non lasciandole sole davanti all’incertezza ed occuparsi della solidarietà a favore di coloro che non riescono a stare al passo dei “vincenti”). Si comprende come anche cambiare un tassello così importante possa comportare una serie di conseguenze. Anzitutto sul piano della democrazia. Un rapporto di cui non si discute molto, quello fra democrazia e welfare, e che è tuttavia un nesso di primaria importanza. Non foss’altro perché la democrazia è in profondissima crisi e perché toccare il welfare in maniera intelligente, strategica e magari un pochino visionaria, potrebbe cambiare quello che sembra un destino ormai segnato. Un copione già scritto secondo il quale, sempre più stancamente, continuiamo a fare esperienza di democrazia in alcuni, limitati e non troppo gratificanti momenti. Schematizzando: quando si vota, quando si pagano le tasse, quando si incontrano nella propria vita concreta soluzioni messe a punto dalla pubblica amministrazione, quando in altri termini si fa esperienza quotidiana di welfare minuto. È chiaro che se fin dall’inizio è stato molto difficile vivere una identificazione positiva ed efficace attraverso l’espressione di un voto o il versamento di un tributo, questa identificazione positiva, questa possibilità di parteggiare, cioè prendere parte a favore dello Stato, della res publicae, è venuta assottigliandosi via via. Anche a causa di un effetto imprevedibile: diventato universale il voto è stato percepito sempre più come qualcosa di lontano dalla concretezza della vita, come qualcosa che difficilmente serve a cambiare le cose. Ovvio che in parte sia così. Dov’è veramente il potere se gruppi finanziari hanno la facoltà di decidere più degli stati? Se basta un cenno di un’agenzia di rating perché interi esecutivi tremino? Non voglio semplificare cose che sono realmente complesse, ma non vi è dubbio che di fronte a una multinazionale che produce un fatturato più importante del Pil di una nazione, il concetto stesso di sovranità si indebolisce. E con esso, l’identificazione attraverso l’esercizio (democratico) del voto. D’altra parte non vi è dubbio che il sale della democrazia, come si suol dire, dovrebbe essere la partecipazione. Ma anche sotto questo profilo non c’è da essere troppo soddisfatti, almeno analizzando quella sorta di auto-rappresentazione, di auto-messa in scena che sono i dibattiti pubblici, immaginati e costruiti in modo sterile, sì che non paiono nemmeno più toccare la nostra vita. Che non ha se non pochi agganci con la legge elettorale, con la riforma della televisione, con altri tecnicismi dei quali son piene i programmi e i giornali.

Illuminante da questo punto di vista, vedere come è andata con l’acqua. Cioè con un tema percepito come attinente alla nostra vita di tutti i giorni e talmente sentito che non c’è stata censura che abbia sortito qualche effetto. Non si è parlato praticamente del referendum in televisione, eppure i risultati li conosciamo: una mobilitazione di fatto mai vista in un paese oramai assuefatto ai meccanismi della delega e non più abituato a pensare la democrazia come dialogo, come discorso collettivo nel quale ciascuno pronuncia un pezzo, una parola, nella speranza di riuscire a individuare tutti insieme quel che è meglio per tutti. Un risultato che tutti dovremmo desiderare perché, non sottovalutiamolo, è proprio dalla partecipazione che possono nascere forme di innovazione significative. Possibili se i problemi veri sono riportati in primo piano, visti nella loro rilevanza, percepiti come questioni su cui non si può tacere. Perché questo accada, il cittadino – ogni cittadino – deve sentirsi legittimato a dare risposte, sapendo di potersi esprimere perché il suo punto di vista sarà ascoltato. È questa la cifra della cittadinanza, della responsabilità nella democrazia. Non è un’altra. Ed è tanto più possibile oggi, nell’epoca della globalizzazione usata come alibi per annacquare i percorsi democratici, della contrapposizione fra libera circolazione delle merci e quella controllata delle persone impiegata per suggerire quanto più valgano le prime rispetto alle seconde. È proprio perché siamo globalizzati che ci deve essere maggiore attenzione alla vita democratica e alla partecipazione: possono aiutare a esprimere un insostituibile sentimento di appartenenza e di identità, un’attitudine alla fiducia e alla reciproca valorizzazione – tutti elementi importanti anche per una buona economia. Chiedete a chi si occupa di finanza e di banche.

Riprendiamoci il Welfare

La proposta è dunque molto netta: se cambiamo il nostro approccio nei confronti del welfare, e lo facciamo più nostro, e ci diciamo pronti a viverlo come uno strumento che ci appartiene e del quale abbiamo noi stessi, almeno in parte (e in parte significativa), le sorti in mano, ecco se siamo disposti a fare tutto questo, modificheremo significativamente anche il nostro modo di vivere (di percepire e di rappresentare) la democrazia. Sporcarsi le mani trattando il welfare potrà essere come una iniezione di senso, contenuti e responsabilità. È chiaro che ci si deve intendere su cosa voglia dire questo “sporcarsi” le mani e che si deve condividere nel metodo e nel merito alcuni cambiamenti strutturali. Ma è forse bene anticipare subito un esempio concreto. Il dipendente per il quale viene strutturata una mutua integrativa chiamato a partecipare all’assemblea di gestione di quella stessa mutua integrativa è di fatto coinvolto in un percorso di democrazia. Deve imparare a gestire le scelte, a decidere iniziative con gli altri. Di fatto si trova nel corso di un allenamento: si allena a scegliere con gli altri, sapendo che il suo interesse specifico deve inserirsi all’interno di un contesto più ampio, di un quadro più generale. È un grandissimo apprendimento del quale farà tesoro in ogni ambito della sua esistenza.

Questo sporcarsi le mani da parte del maggior numero di persone condurrà fatalmente a smettere di considerare il welfare come una questione da specialisti. E lo specialismo è anche un modo (intenzionale?) perché le persone si allontanino da un tema, lo considerino non alla loro portata. E in fin dei conti lascino che se ne occupino gli esperti. Che così potranno manovrare liberamente…

Va da sé: occorre essere infermieri per effettuare correttamente un’iniezione. Ma non serve esserlo se si vuole contribuire a creare le condizioni entro le quali è possibile effettuare o ricevere un’iniezione correttamente eseguita. Ed è su questo livello che è necessaria e opportuna una condivisione articolata, consapevole, matura. Se non avverrà ci troveremo fra non molto, nel 2050, ad avere più persone inattive che persone al lavoro. Secondo l’Oms una bambina su due, tra quelle nate in Italia dopo il 2012, arriverà a compiere i cento anni: in un futuro non molto lontano i fruitori dei sistemi di welfare saranno potenzialmente più di coloro che dovranno impegnarsi perché questi sistemi possano essere sostenibile. È ovvio che se questa sarà una maggioranza che passivamente indossa i panni dell’utenza, che si mette nell’attesa di soluzioni predisposte da altri, non ci potrà essere sostenibilità di alcun tipo.

Qualcuno potrebbe obiettare che, dopo tutto, saranno possibili esperimenti di partecipazione minuta, dunque poco rilevanti sui grandi numeri. Non è così. Si potrebbe cominciare dalle piccole cose. Anche questo serve. Forse anzi è appunto questo quello che serve. Per ripartire, occorre lasciarsi alle spalle il massimalismo giovanilistico, lo snobismo di chi vede le cose dall’alto, l’ambizione di voler considerare solamente i grandi sistemi, gli unici meritevoli di un impegno, tralasciando le piccole cose, non disperdendosi nel welfare minuto, appunto…

Gli ultimi venti trent’anni però ci hanno dimostrato l’importanza delle cose piccole che vanno sempre ricondotte, per non diventare insignificanti, all’interno di un quadro più ampio, di una cornice universale. È l’insegnamento che ci hanno dato tantissime esperienze di auto-organizzazione: occupandosi di un quartiere, realizzando iniziative per gli anziani o per i giovani, raccogliendo fondi per restaurare un bene artistico, i cittadini hanno verificato che non stavano solo proponendo singole soluzioni per quel quartiere, quegli anziani, quel bene. Stavano costruendo (spesso, troppo spesso implicitamente) un progetto, esprimendo uno stile di vita, reintroducendo la dinamica del desiderio all’interno del welfare. Un desiderio che si fa progetto e responsabilità. Occuparsi, all’interno di una associazione di quartiere, di favorire il benessere delle persone strutturando un servizio significa partecipare alla vita democratica, entrare nella dinamica del desiderio, governa i valori (e le responsabilità) che quel desiderio sottintende. In pratica vuol dire uscire dall’atteggiamento dell’attesa – qualcuno provvederà per me – e assumere un’attitudine propositiva, necessaria per individuare i bisogni, per progettare delle risposte, per provare a metterle in piedi e a portarle avanti. Non c’è solo un côté soggettivo (legato all’impressione liberante e all’esperienza affascinante che è prendere, almeno in parte, in mano il proprio destino).

3 – CONTINUA