17 Giugno Giu 2013 1108 6 years ago

Sulla generatività, la scuola e BombaCarta: la mia esperienza

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Da anni mi interrogo sulla dimensione “generativa” del mio lavoro di professore di religione dei licei di Roma (e dell’Università Gregoriana e Lateranense), anche perchè da quando svolgo questo “mestiere”, cioè dal 2000, ho ricevuto come una spinta che mi ha permesso di scrivere, quasi ogni anno, un libro, un “prodotto”, cosa che invece prima non riuscivo a fare. In qualche modo interrogarmi sulla generatività del mio stare a scuola è un po’ come restituire alla scuola ciò che essa mi dà quotidianamente. Dico “scuola” ma intendo i giovani, che assorbono tantissime energie ma le restituiscono con gli interessi: da 11 anni è come se avessi una risorsa segreta, una marcia in più, a dimostrazione che dice il vero il vecchio detto polacco (ripetuto da Giovanni Paolo II nella GMG del 2000): “Se vuoi rimanere giovane, stai con i giovani”.

Mi rendo conto che questa mia riflessione sta avventurandosi verso il crinale scivolosissimo della retorica ma per fortuna posso rendere più saldo e asciutto il mio cammino grazie alla lettura di un articolo apparso il 9 aprile sul Foglio a firma di Pierangelo Sequeri che ci mette “in guardia dall’amore”, termine così abusato da essere prosciugato. Osserva il noto teologo italiano che “nella confessione di fede la parola amore non c’è. Ho avuto un moto di esultanza. Ho detto: ma guarda i nostri vecchi saggi. E che cosa c’è in suo luogo? C’è “generato”. Generazione è la parola chiave: non sostanza, non causa sui, non autorealizzazione. Il primo significato di essere è generazione, secondo la confessione cristiana [...] L’amore è un lavoro. Non un sentimento, non un pensiero, non un’azione: un lavoro. Il lavoro dell’affezione che edifica: generare, creare, dare la vita. La maturità dell’amore è il lavoro di dare vita.” La cosa mi ha colpito, dopo undici anni che lavoro nella scuola ho trovato una parola illuminante sulla mia esperienza e, ancora di più, quando ho trovato la seguente affermazione: “Di fatto il sistema della formazione ha accettato di consegnare l’iniziazione umana, dopo la parte famigliare, alla scuola. E il sistema dell’istruzione, con la compartimentazione humboldtiana delle discipline (gli ingegneri, i medici, i filosofi), si è assunto il compito di plasmare l’umano. Questa plasmazione è tipicamente anaffettiva quanto alla sua logica, perchè pensa che la ragione appaia soltanto là dove gli affetti sono esclusi; e selvaggiamente affettiva è inevitabile nella vita privata, nel modo di organizzare il tempo libero. Questo dovrebbe farci paura per i cuccioli che stanno venendo al mondo”.

Ogni settimana incontro 450 cuccioli di uomo. Con essi lavoro e cerco di farlo, non in modo premeditato, coniugando affetti e ragione, senza tagliare via una delle due dimensioni. Non so se ci riesco ma ci provo ogni giorno, rinegoziando ogni giorno confini, limiti e modalità di questa ardua alchimia. Il mio tentativo parte da questo dato di esperienza: i ragazzi non sanno molto di greco e latino, meno ancora di religione, ma sanno molto di affettività, ne sono golosamente avidi e quindi esperti. Sempre Sequeri conclude così: “Non è l’apologetica della religione, il punto. E’ l’apologetica del sapere, del pensare, del lavoro della mente e del convolgimento delle passioni dello spirito che ti cambia la vita. I ragazzi lo sanno, infallibilmente, per istinto. Gli adulti ci credono troppo poco. E al fatto che possa accadere ai ragazzi, non credono per niente”.

All’incirca un anno dopo il mio ingresso nella scuola come docente, mi sono imbattuto nell’associazione culturale BombaCarta, fondata nel 1998 dal padre gesuita Antonio Spadaro e da lui presieduta fino al settembre 2009 e cioè fino alla mia elezione di presidente. La realtà di BombaCarta è difficile da spiegare (può essere molto utile consultare la voce presente in questo Archivio della Generatività) ma da un certo punto di vista è la scuola come dovrebbe essere: un incontro-scontro generazionale di persone accomunate da alcune passioni (la letteratura, la poesia, la scrittura, la lettura, la bellezza…) dove tutti contribuiscono attivamente e creativamente arricchendosi dal semplice fatto di stare insieme, creare reti affettive e collaborazioni creative. Dentro BombaCarta, quando la magia funziona, la diversità e l’unità si fondono in modo fecondo, dinamico. Da dieci anni si sono diffusi in tutta Italia e anche fuori (in Romania) i cosiddetti “Laboratori O’Connor”, una “specialità” della produzione di BombaCarta. Sottolineo i due elementi costitutivi del nome di questi incontri (che poi assomigliano a dei semplici incontri di gruppi di lettura): si tratta di “laboratori”, perchè l’idea che sta sotto è quella di “costruire insieme qualcosa”, un work in progress che non s’arresta mai, un procedere a tentativi come dice dell’arte il filosofo Luigi Pareyson, un andare avanti sapendo che l’incompiutezza e l’imperfezione sono segni di speranza, non di disperazione, alla luce della coincidenza tra amore e lavoro di cui parlava Segneri; si tratta di laboratori ispirati all’opera e al pensiero della scrittrice americana Flannery O’Connor che definiva la scrittura “un lavoraccio”. Stando con un piede dentro la scuola e un altro dentro BombaCarta (e spesso i due piedi si sono incrociati, anche a livello di coinvolgimento degli studenti all’interno della vita dell’associazione) dopo un po’ di anni ho coniato un mio motto personale: per vivere bene bisogna fare tre cose: fare le cose buone, farle bene, farle insieme. E l’esperienza concreta mi ha spesso insegnato che la cosa migliore è partire dal terzo punto e risalire indietro.

Per concludere provo a rispondere: che idea mi sono fatto di questa benedetta “generatività”? Come funziona? Come scatta?Dire “generativo” è come dire “essere umano”. Nessun altro essere “genera”. Nessun altro essere è al tempo stesso creativo ma anche responsabile. Gli altri esseri viventi producono, si riproducono, ma non escono mai fuori dagli schemi fissati dalla natura e solo parzialmente (gli animali) si prendono cura responsabilmente dei loro cuccioli. Come scrive G.K.Chesterton “l’uomo è l’unica creatura ad essere al tempo stessa creatore”. Gli fa eco un altro scrittore inglese, J.R.R.Tolkien che definisce l’uomo “sub-creatore”, che non può non creare, essendo figlio del Dio Creatore. Questo essere “sub”, cioè “creatori in seconda”, ci indica che la vita dell’uomo (lo ha detto di recente con il soluto acume Benedetto XVI) è sempre una risposta; questo vuol dire essere “responsabili”: rispondere ad una chiamata, ad una domanda, ad un appello che poi è la vita stessa. Dall’uomo preistorico che dipinge immortali disegni sulle pareti delle grotte a Picasso, passando per le migliaia di oscuri maestri di scuola elementare (i più generativi di tutti), ogni essere umano è generativo perchè è questa la sua dimensione per eccellenza, la sua cifra. E la sua espressione generativa scaturisce proprio per il senso di responsabilità che gli è proprio, vede l’incompiutezza del mondo che lo circonda e sente la chiamata a collaborare alla creazione infinita di Dio, creando anche lui e curando, conservando, aggiungendo altra bellezza alla bellezza del mondo lavorando con la forza della sua fantasia e immaginazione. Essere genitori, maestri, professori, artisti e artigiani, sono tutte sfaccettature dell’unica essenza dell’uomo, appunto la generatività.

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