26 Settembre Set 2014 1235 4 years ago

Nuovo welfare, nuova libertà

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Voglio iniziare questo mio intervento con una citazione: “ La sapienza è sapida”. Cioè, salata! Il sale preserva dalla corruzione, sostiene la fatica, fa sciogliere la neve, allontana i parassiti e quando viene a contatto con l’acqua, subito si discioglie e scompare: ma l’acqua resta salata.!

La sapienza si trova nelle piccole cose, a differenza della conoscenza che ama la grandezza e l’espansione si trova lontano dai rumori, si trova ovunque, ma non è un oggetto esterno accumulabile, è sempre semplice, e la sua trasparenza dipende dalla trasparenza di chi la cerca: se non la trova (la sapienza), è perché la si cerca non tanto nel luogo sbagliato ma nel modo sbagliato.

Parto da qui perché grafici, previsioni, statistiche quantitative fanno riferimento ad un giustissimo sforzo di analisi e di conoscenza. Ma credo che questa crisi ci richieda anche una memoria di sapienza. Significa che tutte queste analisi sono necessarie ma non sono sufficienti: noi non ne verremo fuori soltanto con le analisi. Questa crisi non è solo italiana ma mondiale; in tanti anni non abbiamo mai avuto così tanti anziani e malgrado questo ci troviamo in una condizione di assenza di sapienza, quando, nel buon senso comune, all’anziano invece viene attribuita una certa saggezza, una certa sapienza. Non abbiamo neppure la sapienza dei bambini, cioè quella evangelica, e così mi sento di dire a voi artigiani queste due cose da cui poi io voglio partire: noi siamo di fronte ad una trasformazione non a una riforma, quelli che dicono che ci sono delle riforme da fare, ci prendono in giro: non è una macchina ammaccata quella che si deve portare dal carrozziere….Dobbiamo proprio cambiare il mezzo di trasporto, forse dovremmo pensare di inventare un altro mezzo di trasporto: c’è bisogno di una trasformazione e non di una riforma!

Senza la sapienza tutti beviamo la storia della riforma, non è un discorso partitico, ma un discorso di dinamica rispetto alle “cose” che siamo chiamati a fare. Perché una trasformazione? Perché devo guardare con gli occhi della sapienza: c’era un passaggio molto bello che diceva “… la sapienza si trova nelle piccole cose..” e quindi ognuno di noi guarda nella sua piccola vita, nella sua quotidianità. Esiste il problema di stare dentro la quotidianità, perché viviamo tutti vite assolutamente tese, accelerate, con una quantità di funzioni da svolgere che rendono impossibile avere il tempo per fare anche solo due chiacchiere con un amico. Ci siamo trovati in mezzo, perché i numeri dicono che gli ultra sessantacinquenni sono il 20% della popolazione e arriveremo tra un po’ di anni al 35% . Ma questo significa tante “cose”, perché non stiamo appunto parlando di cose, ma stiamo parlando di vite, di persone che si trasformano e cambiano radicalmente la percezione di sé e trasformano l’ambiente attorno a loro. Lo si vede nel fenomeno delle badanti piuttosto che nel fenomeno dell’esplosione delle RSA che hanno gonfiato a dismisura le spese sanitarie delle Regioni.

C’è il rischio di tornare sempre nell’analisi…ma se non guardiamo a cosa ci dice “il piccolo”, non capiamo perché dobbiamo trasformarci! Di lì non c’è più strada! Dicendola in maniera più chiara, il nuovo welfare non è aggiungere nuovi servizi o aggiungere nuovi soldi che è stato tutto il paradigma del welfare dal dopo guerra in avanti, portandoci alla situazione di oggi: prestazioni e denaro, con l’aggravante tendenzialmente all’italiana, di agire fregando lo Stato, e quindi tutti a gonfiare il debito pubblico. Dico molto francamente da quindici anni a questa parte, che le badanti si prendono buona parte dell’assegno di accompagnamento e delle pensioni, un Pil che non resta in Italia ma va in Romania, in Ungheria, in Moldavia: si parla di una situazione cha vale tra i 10 e i 12 miliardi l’anno.

A me sembra di essere già in un altro mondo e noi continuiamo rimpiangere il vecchio mondo; vi prego vivamente di non rimpiangere nulla, ma di farvi provocare da questi numeri per una nuova convocazione. Semplificando molto, tutti i riferimenti giusti che si fanno in termini di analisi, sulla regola base più produciamo Pil, più produciamo risorse attraverso la fiscalità, per distribuirle in servizi anche di welfare. Come dire, se non produco Pil non ho risorse da distribuire in servizi, come dire ancora: “paga tutte le tasse perché poi, io governo, ti darò tanti servizi”. E’ una balla gigantesca! Non è più così da almeno venti anni: il welfare era solo una conseguenza di una produzione che avveniva da un’altra parte e, quindi, chi ha in mente la riforma, ha in mente di sistemare alcune percentuali perché questo meccanismo possa continuare. Ora io credo che il meccanismo sia buona cosa che non continui: perché non deve continuare?

Perché quel tipo di meccanismo ha fatto crescere una serie di storture nella nostra società! Non maledico il tempo passato, ma nemmeno lo rimpiango, perché si è fortemente legato a due processi che giudico pesantemente negativi: una società con una idea di libertà priva di ogni responsabilità; l’effetto che ha sugli adolescenti – e lo dico da genitore – è devastante, perché azzera ogni tipo di autorità, perché è come una mega-macchina che costruisce il Pil con qualcuno che poi lo distribuisce in servizi, siano essi centri diurni, vacanze, pensioni, e tutto sempre in modo astratto. Dall’altra parte, con un meccanismo fortemente individualista, quella relazione “prestazioni – denaro” su cui è stato pensato il welfare era legato in realtà ad una affermazione dei diritti collettivi, non individuali, era legato ad una idea di Paese, di comunità, di cultura, che avevano un capitale sociale così forte che necessitava poi di un po’ di servizi e di un po’ di moneta: ma esistevano delle relazioni!

Dico spesso, e mi dispiace, ma la causa maggiore di omicidi in Italia è la famiglia, non è la mafia: abbiamo superato il 30% nello scorso anno, dentro un welfare che spende l’ira di Dio in prestazioni e denaro, pensioni e un po’ di servizi. Come mai? Perché ci ammazziamo in famiglia? Perché le due condizioni libertà e individuo sono state necessarie dentro un percorso che cercava l’individuo come in una fase adolescenziale; però ad un certo punto l’adolescenza deve confrontarsi con la realtà.

La sapienza vuole che guardiamo le storie piccole – che poi sono quelle che aiutano a leggere i numeri – per farci capire che oggi siamo chiamati ad un passaggio antropologico: poi ci sarà bisogno di leadership politiche, di riflessioni religiose, di confronti culturali, ma ha bisogno che ognuno di noi ne prenda coscienza. Altrimenti qualsiasi cosa faremo sarà una cosa sterile, bella ma sterile, senza sapienza. Questo passaggio significa che “un io” senza “un tu” non esiste, non è vero che il mondo gira intorno a me: le relazioni con gli altri diventano un elemento sostanziale anche in economia.

Stanno girando per il mondo i cosiddetti “derivati”, prodotti finanziari pieni di nulla che si stima valgano tra 5 e 10 volte il Pil del mondo! Abbiamo una quantità di roba inutile che ci avvolge e che dovremo smaltire, per cui non pensiamo che dalla crisi si possa uscire prima di 7-0 anni, perché quella “roba” qualcuno la dovrà bere, perché sta dentro dei prodotti finanziari che stanno dentro le istituzioni. Abbiamo saputo da poco che le banche francesi non avevano svalutato ancora nulla dei diversi miliardi di derivati che hanno all’interno. Stiamo parlando di migliaia di miliardi di euro e di dollari, che la cultura della libertà – della serie “mi faccio gli affari miei” e “dell’io che vive su tutti noi” – ha fatto gonfiare ed è tutto legale. Forse tutto questo è finito ma non solo da noi, è finita in America, in Germania, in Francia, in Spagna; dobbiamo solo pregare dio che i Cinesi e gli Indiani non abbiano cominciato, mentre noi stavamo finendo…

Sono molto abrasivo perché stiamo trattando di una cosa veramente importante: io sono convinto che, come effetto di questa crisi, tra dieci anni gli artigiani saranno un’altra cosa, non farete più quello che avete fatto prima, o lo farete quantomeno in modo diverso. Le rappresentanze saranno un’altra cosa, perché la libertà di scegliere sarà strettamente legata alla responsabilità. Non potrà esistere “l’io senza il tu”, possiamo anche non andare per questa strada, fare tutti finta di niente, “farsi tutti di cocaina”e forse, con i soldi messi da parte, per dieci anni reggiamo.

La quantità di poveri che abbiamo prodotto nell’ultimo periodo rende complessa la tenuta sociale, solo perché siamo un po’ vecchietti la violenza nelle piazze da noi è più contenuta, non c’è energia biologica giovanile. La provocazione che viene da questi numeri va trasformata, ma non in una trasformazione esteriore, c’è bisogno di una presa di coscienza per riuscire a vivere meglio, reintegrando pezzi che avevamo connessi all’idea di libertà e dell’io escluso significativi e di grande valore, quelli che hanno profondamente a che fare con la nostra identità.

Sono convinto che questa adolescenza vissuta negli ultimi trenta anni sia stata utile, perché come ogni adolescente un po’ si trasgredisce e qualche cavolata si fa. Ma i nostri figli non vivranno nell’istituzione che abbiamo vissuto noi. In queste nuove istituzioni certamente abbiamo la possibilità di trasformare il welfare e di non perdere ciò che di buono le persone anziane hanno costruito: comunque il welfare è stato una grande conquista della democrazia in Occidente, non è stata una cosa banale, è stato immaginare degli ingranaggi, dei meccanismi che permettessero di mantenere un po’ di coesione sociale e di garantire alle persone in caso di necessità alcune coperture. Il welfare che c’è in Europa non c’è da nessuna parte del mondo, potrebbe essere davvero, dopo l’euro, un punto di approccio, di incamminamento verso un’idea politica più grande.

Perdere il welfare non è solo perdere un po’ di servizi, è perdere un pezzo della nostra identità costruita in questi anni. Però non può più essere fatto così, non può più essere un’idea legata alla fiscalità e a un po’ di servizi.

Partendo dai due punti “adolescenziali”, potremmo riposizionare “questa età” considerandola come il luogo di rigenerazione dei legami: questo conta nelle situazioni di sofferenza, nelle situazioni di difficoltà economiche e monetarie, nelle situazioni di disperazione. Esse nascono infatti sostanzialmente dall’isolamento che ormai le persone hanno raggiunto nei loro contesti di vita, nessun servizio e nessuna moneta è in grado di rispondere al bisogno profondo dell’uomo di sentirsi con gli altri.

Allora, attraverso il welfare, aderendo quindi al vostro e al nostro impegno, si tratta di pensare ai servizi, di pensare alle prestazioni, di pensare o di ripensare ai flussi finanziari, ma sempre dentro un nuovo baricentro, quello della rigenerazione di legami: prima di essere io, sei tu! Senza una presa di coscienza delle “cose” si è solo un pezzo delle “cose”. Questo significa mettere insieme meccanismi mutualistici/solidaristici che contengano almeno queste tre caratteristiche: una idea di domanda che non è solo individualistica ma fa i conti in qualche modo con gli interessi generali; ciò vuol dire scegliere alcuni strumenti piuttosto che altri, richiamare alcuni sponsor a tornare a fare quello che facevano in origine. Traduco: non si tratta di riempirci di assicurazioni individuali, si tratta di elaborare un nuovo pensiero assicurativo e un nuovo pensiero previdenziale mutualistico. Ma non basta, perché questo è lavorare sulla domanda: ci vuole capacità organizzativa, diffusa consapevolezza, decidere se allargare le scelte magari per prendersi carico davvero di un pezzo del Paese.

Il territorio come sarà considerato? Agirà in termini mutualistici ristretti o avrà un pezzo di mutualità aperta? Parola d’ordine: trasformazione! E non perché siamo buoni, ma perché abbiamo bisogno degli altri, perché siamo convocati oggi alla trasformazione. Secondo passaggio: una chiarezza nell’offerta dei servizi che non può essere opaca, con zone d’ombra, ma è trasparente,perché il servizio non è solo un posto dove vado a comprare delle cose, è un posto in cui incontro qualcuno, e quel qualcuno può avere un senso per me, al di là di quello che transita in quel momento tra me e lui. Credo che con alcuni dei vostri clienti questo sia ben successo ed è questo ad avere valore! Non c’è una relazione neutra dove devo semplicemente infilare più servizi possibili, c’è invece “un luogo” in cui anche a pranzo presto un servizio e questa è la modernità, nasce una relazione, uno si fida di me e io mi fido di lui. Stiamo parlando di parole sostanziali nella crisi visto che tutti gli economisti dicono che sia prima di tutto una crisi di fiducia, e la fiducia parte dalle cose piccole non da quelle grandi.

Quindi un’idea di offerta e di montaggio dell’offerta che abbia “in mente” questo valore, il valore della relazione fiduciaria. Parallelamente fate in modo che non vi sfilino denaro senza avere la chiarezza di dove va a finire e a che cosa serve, non fatevi fare offerte di servizi se non avete capito bene che cosa ci stia davvero dentro! Terzo, e qui sono un po’ provocatorio: siccome voi artigiani siete veramente, con tutti i limiti che questo Paese ci pone, un modello di produzione visto il salto in avanti, in libertà ma anche in consapevolezza di sé, nel rapporto tra artigianale e industriale, la trasformazione del welfare ha assolutamente bisogno di trasformazione territoriali, piccole, reticolari. Tale scelta è necessaria non sufficiente, bisogna che si integri sia sull’aspetto della domanda che su quello dell’offerta con dimensioni industriali, in cui però voi non fate i fornitori ma i proprietari.

Il welfare, in questa idea di trasformazione, sarà una parte rilevante del Pil Italiano, ma anche del futuro del Paese: è anche ciò che dovremmo “vendere” ai Cinesi e agli Indiani, cioè la nostra convivenza, la nostra arte di convivere che significa produzione di bellezza, socialità, buona cucina…Dietro questo mondo ci sono tante cose e questo è un pezzo di generazione del valore, non è un pezzo di erogazione.

Johnny Dotti

Il presente articolo è stato presentato nel corso del Focus Group: “Sussidiarietà: scelte e strumenti per una società aperta al futuro” ad Arezzo il 23 settembre 2011