26 Settembre Set 2016 1544 2 years ago

Il welfare che costruiremo insieme : Abitare, Lavorare, Prendersi cura

Di

Si rendono necessarie due premesse per affrontare compiutamente in questo contesto questo tema.

La prima

Credo si debba con una certa forza capire oggi cosa voglia dire affrontare questi temi in una prospettiva cristiana. Sono in corso cambiamenti profondi che richiedono riflessioni altrettanto profonde, che superano di gran lunga le consuetudini, le intenzioni e gli interessi particolari.

Da quale prospettiva cristiana partire?

Per un cristiano non esiste l’individuo, per un cristiano esiste la realtà della persona e la sua parola. Il cristianesimo negli ultimi 40 anni ha assorbito totalmente la parola individuo sostituendola alla parola persona. Come una analogia. Ma la persona non è l’individuo. Questa è proprio teologia classica, tradizione.

Una persona è un nodo di relazioni. Addirittura noi abbiamo un simbolo divino, La Trinità, che è persona. Uno e tre, sia singolare che plurale ( non tre individui). Non posiamo correre il rischio della superficialità e della retorica. Ognuno di noi deve concentrarsi, ed essere consapevole, che siamo persone non monadi individuali che caso mai sono collegate agli altri attraverso meccanismi sociali che le fanno diventare una massa. Queste sono categorie sociologiche che vengono da tutt’altre tradizioni.

Una persona caso mai è un individuo proprio perché è un nodo, ma non si può astrarre questo nodo dalle sue molteplici relazioni. Visibili ed invisibili. Orizzontali e verticali. Un persona esiste sempre come il tu di un altro. Nel cristianesimo la persona non è un io, ognuno di noi è il tu di Dio, non l’io di Dio.

La seconda premessa.

Questo è il tempo dei verbi, non dei sostantivi. Il problema non è la casa, è “ l’abitare”, il problema non è il lavoro, è “ lavorare”. Il problema non è la cura, è “ prendersi cura”. Il problema è educare.

Dobbiamo stare dentro dei verbi che ci fanno stare nel tempo, non nei sostantivi che ci fanno stare dentro lo spazio. Perché in quello spazio noi non abbiamo nessun margine di movimento, il sistema è troppo forte. Tutti noi ci muoviamo in un sistema tecnico-burocratico potentissimo, che sarà sempre più potente ,strettamente fondato sull’idea di individuo e funzione. Mentre noi proveniamo da un idea ed una tradizione fondata su persona, legame e senso.

Se non intraprendiamo attraverso dei verbi, cioè se non entriamo nel flusso del tempo, non attiveremo nessun processo di trasformazione.

Nello spazio tutto è già definito. Nella legge tutto è definito. Siete chiamati ad andare oltre la legge se volete bene alle persone. Liberi e sereni. Questa è la storia del cristianesimo.

Molte cose buone e giuste non sono previste dalla legge e forse non lo devono neanche essere.

Bisogna farlo con purezza e scaltrezza. Non si tratta di essere “ appropriati” alle regole del sistema, non si tratta semplicemente di essere a norma con la legge se si vuole perseguire la propria missione.

Questo è un tempo che chiede di assumere la propria fragilità come valore fondante. Se stiamo sul versante della potenza e della volontà di potenza, non c’è niente da fare, quel versante è tutto saturato dalla tecnica. La tecnica è molto più brava di qualsiasi fede a sollevare la volontà di potenza dell’uomo.

Se immaginate di essere più forti non ce la farete mai.

Se invece immaginate di essere quello che siete, fragili, pieni di dubbi, allora ce la farete. Perché è la fragilità che chiama e genera solidarietà. La potenza chiama solo la competizione. Fino ad immaginare di uccidere il nemico, magari per amore o perché abbiamo una verità più grande. Lo abbiamo ampiamente provato in duemila anni di storia del cristianesimo. Cerchiamo di non ripetere questo errore.

Abbiamo molti padri nobili che ci hanno insegnato che non c’è nessuna crociata da fare, ma c’è un kairos da realizzare ed una pienezza da vivere.

Questo tema della fragilità e dell’assunzione della propria fragilità come un dato ontologico fondamentale sia di natura singolare che plurale è sostanzialmente il richiamo a trovare una vocazione.

Perché l’uomo fragile senza una vocazione si perde, si annichilisce. Sentirsi chiamati a qualcosa, a qualcuno. Sentirsi chiamati alla vita. Se qualcuno sta nel Don Orione per questioni solo professionali è molto meglio che vada via. Per il suo bene e per il bene del don Orione. Se qualcuno sta nel don Orione solo perché immagina gloriose carriere di natura organizzativa è meglio che vada via.

Bisogna che ci diciamo se parole come verità, trasparenza, relazione, solidarietà sono solo retorica .

Se qualcuno di voi invece vuole essere felice è meglio che resti, così come se cerca la gioia. La gioia individuale non esiste nel cristianesimo. La “ gioia individuale” è figlia del capitalismo consumista. E’ un'altra dimensione, con i suoi riti, i suoi simboli.

Partendo da qui e dando per scontato che la pensiamo così e ne siamo consapevoli possiamo, da questo punto di vista, sottolineare due elementi sintetici sul welfare.

Il welfare non è servizi e funzioni. Il welfare è anzitutto legame e senso sociale . Solo in un secondo momento può diventare servizi, prestazioni, funzioni, denaro; capacità organizzativa. Ma il welfare è prima di tutto una forma di convivenza civile.

Storicamente, se ci riferiamo solo al passato secolo, il welfare è stata la modalità in cui le democrazie europee hanno mantenuto una equidistanza dal liberismo e dal comunismo. Una modalità per tenere insieme libertà e giustizia. Questo punto di equilibrio lo si trova sia dove abbiamo avuto governi prevalentemente liberali, sia dove abbiamo avuto una prevalenza socialdemocratica.

Il tema fondamentale è che lungo i passaggi del 900 il welfare si è sempre più spostato verso un apparato tecnico-burocratico. Una grande tecnocrazia. Basterebbe osservare un ospedale oggi. Un vero tempio della tecnica. E questo modello influenza tutto il campo.

Di che welfare stiamo parlando? Se non si è consapevoli il modello del sistema è ormai questo. Un modello tecnico funzionale, con diverse stratificazioni di specializzazione.

Ci sono ormai enormi interessi, lobby che si muovono intorno a questo tecno business. Ma soprattutto questo è un pensiero pervasivo che penetra nelle nostre vite attraverso i sistemi tecnologici. Rendendo insignificanti parole come relazione, cura, reciprocità, solidarietà. Che vengono spinte ad essere semplici funzioni e ruoli.

L’altra parola è “ insieme”.

Oggi questa è una parola incandescente. Veniamo da una difficilissima crisi dell’individualismo. La crisi finanziaria del 2008 è sostanzialmente l’implosione dell’ipotesi dell’ “individuo assoluto”. “ Il mondo gira intorno a te”… “ tutto gira intorno a te”… “ sarai felice se tutto gira intorno a te”…

A forza di girare, accelerare, accumulare cose e esperienze, consumare tutto il consumabile abbiamo avuto un infarto.

Non troverete più nessuna pubblicità che esplicitamente o implicitamente dica che “ tutto gira intorno a te”. Oggi troverete gruppi, persone che stanno “ Insieme”. Rischiamo oggi di passare dalla tirannia di un io onnivoro a quella di un noi artefatto ( sempre pro consumo). Il consumismo ha introiettato una sorta di comunismo preta-portè. Questa è buona parte della shering economy. Insieme per consumare, questo è certo. E per far fare i soldi a quelli che vi danno la piattaforma informatica per consumare. Tutto è mediato dalla tecnologia, in particolare da quella digitale.

Stiamo dentro una grande trasformazione. Cosa vuol dire “insieme”? E’ per quello che le riflessioni preliminari sono importanti. La propria condizione esistenziale, la propria vocazione,sono determinanti. Insieme con chi? Insieme per chi?

Emerge qui la parola comunità ( diffusissima sui social ormai), che amo ma di cui conosco le insidie. Anche la mafia è una comunità, anche le corporazioni esclusiviste sono una comunità. Le comunità in forma italiana, negli ultimi cinquanta anni sono prevalentemente diventate “ Immunità”, gruppi chiusi,: in nome di una ideologia, in nome del “ bene” spesso, in nome di interessi specifici.

Abbiamo dunque “immunità” da una parte ( voi siete una immunità?) e società astratte dall’altra, società che costruiscono grandi sistemi tecnici a cui l’individuo accede per mettere in campo e riuscire a sviluppare la propria libertà.

La comunità non è ne l’uno ne l’altro. E’ una realtà fragilissima la comunità. Vive di un patto e di una alleanza che si riformula e si rigenera costantemente. Sempre messa in discussione dalla vita.

Penso alla mia piccola famiglia, alla piccola comunità di famiglie in cui vivo. Penso al mio paese che è anch’esso una piccola comunità. Tutti i giorni bisogna ridirla la parola comunità. Se la volete dire con gioia dovete pregarci sopra un bel po’. Dovete “ ispirarvi”. Altrimenti la comunità degenera e può fare molto male.

E’ per questo che la coscienza e la consapevolezza dell’uomo come persona è importante. Perché la persona è in sé comunità. Non prevede la realizzazione assoluta di un solo pronome personale. Prevede i sei pronomi. La persona è contemporaneamente singolare e plurale.

Se ci mancano gli ancoraggi le parole scivolano velocemente.

Cosa vuol dire costruire, “costruire insieme”. Questa parte del titolo solleva il tema della corresponsabilità.

Sulla responsabilità faccio due riferimenti partendo dalla nostra radice cristiana.

Un cristiano è radicalmente e ontologicamente responsabile. Felicemente responsabile si potrebbe dire.

Per un cristiano la responsablità non abita semplicemente la sfera etica, non ha a che fare solo con la deontologia. Responsabilità è rispondere. “Ascolta Israele” si legge nelle pagine iniziali della Bibbia. Rispondere ad una domanda che non ci facciamo noi ma che ci fa la realtà. Che il vostro fondatore identificherebbe nei poveri, i piccoli, gli emarginati.

“Quando Ti ho incontrato?” “ Quando mi hai dato da bere, quando mi hai dato da mangiare”. Quando abbiamo ascoltato la domanda.

La parola responsabilità per un cristiano è cosa seria. Non è un accidente, è un habitus si direbbe. Non è la firma sotto il codice etico di una organizzazione, è un modo di stare al mondo. E’ gioiosa, non è triste. Perché è esattamente “ rispondendo” che tu ti realizzi, ti salvi direbbe una parola tradizionale. La salvezza è essere pienamente dentro la realtà Fino ad essere dentro il Corpo Mistico di Cristo.

O queste parole hanno ancora un senso all’inizio del terzo millenio altrimenti è meglio accucciarsi sotto lo strapotere del tecno capitalismo. Ci si fa meno male e si hanno meno problemi.

Per questo ho sostenuto che c’è una certa radicalità ad affrontare oggi questi temi.

Perché il sistema ha avuto una rottura e si sta riformulando. Siamo dentro un passaggio che non ha ancora trovato il suo equilibrio. Ci stiamo ritrovando in un altro mondo e non ci capiamo niente.

Non si torna più al mondo di prima, ed in questo sono anche comprese le forme del welfare.

Si tratta di rigenerare e ricreare quasi tutto. Compresi i nostri legami più prossimi ( figli, mogli e mariti, madri e padri…) Se guardate i dati demografici e ci riflettete con un po’ di consapevolezza o li benedite o li maledite. Da cristiano penso che il buon Dio abbia scelto il tempo più bello per noi. Quando ha pensato al don Orione ha pensato al tempo del vostro “voi”. A cavallo di due millenni. Siamo in un nuovo millennio, non solo in un altro secolo.

Questo costruire insieme, essere corresponsabili,richiede dunque da una parte una risposta ad una domanda che viene dalla realtà. La realtà è quella che incontrate quotidianamente. Cosa vi dicono le esistenze delle persone che incontrate, cosa vi dice la loro vita? Questo viene prima ed è più importante dei protocolli di servizio e della legge che li inquadra. Non gli standard dell’offerta. In termini economici cosa vi chiede la “ domanda”?. Che interpellazione radicale vi fa. Lo ripeto, addirittura noi pensiamo che sia questa domanda che ci salva. Cosa vuo dire che Papa Francesco dica che “ gi immigrati sono una benedizione”?

Questa è la tradizione cristiana, da Abramo in avanti addirittura l’ospite è la Trinità.

Allora non è solo una risposta, ma è una risposta appassionata, amorevole, empatica. Piena d’amore. Perché noi siamo compresi da quella risposta. Perché quella risposta custodisce il nostro Mistero. La nostra persona. Non il nostro onnivoro “io” che ha bisogni e desideri illimitati ( sempre assetato direbbe il Vangelo) che trova sempre un sistema di consumi che apparentemente lo riempie. Consumi di ogni genere o natura, compresi quelli culturali, assistenziali, sanitari. Mentre noi mangiamo Dio, mangiamo la Realtà.

Adesso proviamo ad accostarci ai tre verbi : Abitare, lavorare, prendersi cura.

Abitare.

Voi avete molte case, il tema è se ci si abita. Da tempo propongo marce contro gli appartamenti essendo stato una persona che ha fatto marce in favore di Mandela, contro l’apparthaid. Coerentemente oggi propongo di marciare contro gli appartamenti. Perché apparthaid ed appartamento hanno la stessa radice etimologica : separazione. Le vostre case sono appartamenti o sono case? Le case a volte sono disordinate, a volte si riordinano insieme, A volte nelle case si gioisce, si litiga, qualcuno entra, qualcuno esce. Le case non sono fabbriche. Non sono unità produttive. Nelle case si può piangere e ridere, tutti quanti. Nelle case si nasce e si muore, ci si sposa, si fanno i figli. Insomma, si vive. Vita. Le case non sono RSA o comunità alloggio per minori. Le case non sono centri temporanei di accoglienza. Sono case. Le case non sono definite una volta per sempre. Le case cambiano, perché cambiano le persone. Si trasformano, perché la casa è parte fondamentale dell’ habitus della persona. Se avete coscienza di essere un nodo di relazioni, la vostra casa esprimerà questo nodo di relazioni. Nelle relazioni ci stanno anche quelle intra-psichiche,quelle spirituali, mitiche, mistiche. Ci stanno anche le relazioni con la natura, con il cosmo. Una casa esprime tutto questo, lo cura quotidianamente. A partire dal vostro Charisma, che ha sempre bisogno di essere rigenerato, incarnato.

Potremmo usare l’immagine del pellegrino. Siamo tutti pellegrini. Una casa cristiana prevede dei pellegrini, non dei proprietari. Prevede dei custodi non dei padroni. Prevede una autorità non un potere assoluto. Se vogliamo questi sono tutti profili organizzativi.

Questo modo di abitare è molto interessante rispetto ai dati di realtà che ci stanno di fronte. Come tratteremo la non autosufficienza? Solo con infermiere e letti basculanti? Non è possibile. I numeri non rendono affrontabile questo fenomeno come abbiamo fatto sin ora. Perché la non autosufficienza toccherà quasi tutti, questa è la grande differenza. Semplicemente perché viviamo più a lungo. In varie forme tra l’altro, basta pensare alle diverse degenerazioni neurologiche.

Se immaginiamo di affrontare questa situazione con la sola erogazione di servizi specializzati, non ce la potremo fare. O meglio solo pochi potranno permettersi questo lusso, sempre che di lusso si tratti.

Ma sono proprio le parole “ utente”, “ iper-specializzazione”, il verbo “ erogare”, che bloccano la nostra immaginazione, persino il nostro desiderio di bene. Perché ci mantengono inchiodati a prestazioni e denaro, non ci aprono alla generatività di legami e senso condiviso.

Da dove ripartire dunque per ripensare il nostro abitare? Partiamo da dove stiamo. Non si tratta di fare rivoluzioni, si tratta di fare trasformazioni. Le rivoluzioni tornano sempre al punto di partenza, semplicemente sostituiscono il capo. Le trasformazioni ti fanno entrare in un altro mondo. Ma sei sempre tu, che cambi così radicalmente che diventi un altro. Da bruco a farfalla : trasformazione.

Ognuno parta da dove è. Dalla “casa” in cui è. Comunque consapevoli che questa trasformazione non la possiamo fare da soli. Con chi , cominciare? Con quelli che un tempo chiamavamo utenti o pazienti, che invece sono nostri fratelli. In economia si chiama “ aggregazione della domanda. Si parte dalla domanda , non dall’offerta. Non si tratta di moltiplicare l’offerta, si tratta di tornare alla radice della comunione. So che dobbiamo stare all’interno di protocolli, leggi, profili organizzativi. Per fare ciò si richiede scaltrezza : purezza e scaltrezza. In fondo è la stessa via stretta che il vostro fondatore ha intrapreso nell’altro millennio. Lo Spirito attraversa tutti i millenni, incarnandosi. Possiamo inventare cose molto belle ma prima è necessario ascoltare, inizialmente ci si potrà trovare un po’ nudi e spaesati fuori dalle solite consuetudini ma sono certo che nel nostro sentirci pellegrini sapremo farci intelligentemente ispirare dalla vita.

Lavorare.

Lavorare ha a che fare con il costruire insieme. L’immaginario da cui proveniamo è che da una parte ci sono i lavoratori, operatori, professionisti e dall’altra parte ci sono gli utenti che non fanno nulla. Così non può più funzionare. Tutti sono chiamati a contribuire alla generazione del valore. Succedono cose bellissime se si va su questa strada, con i disabili, i minori, gli anziani. Tutti contribuiscono. Perché siamo un popolo che cammina, non siamo una massa di individui che rispondono ad un sistema tecnico.

Da pedagogista, ad esempio, mi sento di suggerirvi che l’esperienza del lavoro sia reintrodotta dall’età dell’adolescenza. Fate contribuire i ragazzi alla generazione del valore tutto intero, che è anche valore di bilancio. Se ciò che vi ho detto è vero è verosimile che nei prossimi anni il vostro bilancio economico sia costituito da 1/3 di autoproduzione, 1/3 venga dalle famiglie ed 1/3 venga dallo stato.

Traduzione reale della sussidiarietà, che non si fa a partire dai soldi pubblici.

Sarete costretti a cercare alleanze dentro e fuori i vostri confini consolidati.

Non si tratta di negare le differenze ed i ruoli, si tratta però di distinguere e non di separare. Si tratta di interpretare processi dinamici e non rigidi. Questa è la comunità. Nessuna professione è assoluta e si sostiene su sé stessa, nessuna competenza può prescindere dagli altri. Tu sei anche per quello che sei capace di fare, anche perché c’è un altro che rende vivo questo tuo essere.

C’è molto da fare in questo campo.

Prendersi cura.

La cura che ti cura, prendere sé curando un altro. Un atteggiamento ben più profondo della “ presa a carico”. Entrare in relazione, entrare in una relazione significativa.

E’ la questione della fragilità da cui siamo partiti in questa riflessione. Non è confondersi, è rimanere distinti, ma sapere che da quella relazione di cura passa la tu realizzazione. Non sapendo mai se avrete davvero “ aiutato” qualcuno. Forse lo scoprirete solo dopo molto tempo, ma questo non toglie niente al prendersi cura, al giocare il rischio del camminare insieme con gli altri. Non solo portando sulle proprie spalle, ma avendo anche l’umiltà a volte di essere portati da qualcun altro. Se guardiamo la profondità della relazione ,farsi aiutare è spesso più difficile ed arduo dell’apparente aiutare.

In una organizzazione questo è un elemento determinante, perché la rinnova costantemente nel suo essere organismo vivo, non solo una tecnostruttura con ruoli e funzioni. Ne rinnova costantemente il mistero, che è mistero di relazione.

Vi auguro di prender-vi uscendo un po’ da voi stessi. Questa è una missione personale che va vissuta sia a livello singolare che plurale.

Avete un grande santo che veglia su di voi e vi protegge. Non abbiate paura. Buona strada e buona vita.