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25 Maggio Mag 2017 1403 4 months ago

Il punto oscuro o piccola apologia dell’incertezza

Di

Martino Doni

Ci sono momenti in cui la scuola sembra un microcosmo. Non ci sono barriere o confini tra la scuola e il resto del mondo, se non di ordine convenzionale; è semplicemente una questione di quantità. Un po’ come nella nosografia freudiana: tra nevrosi e psicosi non c’è un divario qualitativo; ergo: siamo in qualche misura tutti matti. Se può valere l’analogia, potremmo dire che la scuola mostra in piccolo ciò che il mondo rappresenta in scala “1 a 1”. Il che significa che anche a scuola si respira, in modalità difficili da definire, l’aria che si respira fuori; quindi se nella vita di tutti i giorni, nel contesto lavorativo, produttivo ecc., l’incertezza costituisce il sentimento dominante, a maggior ragione a scuola questa dovrebbe essere la regola. Ora, in quanto segue, cercherò di difendere, attraverso un caso esemplare, una tesi un po’ diversa. La tesi è questa: la malattia sociale che stiamo patendo è un eccesso di certezza, o quanto meno della sua pretesa; la certezza schiaccia l’embrione delle possibilità dello sviluppo. Il sintomo effettuale di questo conflitto è che molti giovani, che spesso si mascherano da pigri, bontemponi, bamboccioni, rifiutano la vita.

La storia che voglio raccontare parla di una ragazza che ora ha 19 anni; è di origini thailandesi, la chiameremo Sumalee, e per far prima Sumi, anche se non è per niente il suo vero nome. Sumi ha i capelli dipinti per metà di blu. Il suo aspetto non è affatto trasandato, la si potrebbe dire una bella ragazza, non va in giro con i jeans strappati come se fossero stati dati in pasto a un branco di lupi, a dispetto della sua età e dell’ambiente che frequenta; si veste quasi sempre di scuro, tiene gli occhi bassi, parla con un filo di voce. Conosce perfettamente tre lingue: il thailandese, ovviamente, l’inglese, che ha imparato come lingua madre, e l’italiano, che ha imparato alla scuola primaria e che usa come lingua veicolare. Sumi frequenta il quarto anno di un istituto tecnico per il turismo. Ha sempre ottenuto buoni risultati a scuola, non ha mai dato nessun problema né di comportamento né di rendimento. Alcune voci maligne insinuano dubbi circa il suo orientamento sessuale, ma si tratta per lo più di bieche chiacchiere collegate allo stereotipo della morale disinibita che caratterizzerebbe la cultura thai… altre voci hanno da ridire sulla sua chioma blu, ma anche qui: una volta passato il mormorio, torna il silenzio. Sumi vive nel silenzio: si alza, mangia, va a scuola, torna a casa, mangia, studia, dorme, stop. Nessuno sa che Sumi da due anni medita seriamente di togliersi la vita.

Nella scuola dove lavoro alcuni insegnanti, diversi anni fa, avevano istituito uno sportello di ascolto per alunni che stessero attraversando periodi particolarmente problematici. Da cinque anni sono parte dell’equipe di questo sportello, e un giorno di primavera mi si presenta Sumi, nel corridoio, il capo chino come volesse guardare delle macchie minuscole sulla punta delle scarpe, i capelli blu in bella mostra, le mani conserte come un monaco trappista. Non mi dice niente, mormora solo “Prof…”, e basta. Capisco che si tratta di una richiesta d’aiuto, fissiamo un appuntamento: ora devo andare a lezione, le dico, vediamoci domani alla terza ora, puoi? Prendo il suono appena percettibile che fuoriesce dalla sua ombra per un sì. L’indomani siamo seduti in un’aula vuota, uno di fronte all’altra, lei sempre con la testa china, le braccia conserte, i capelli blu, la felpa nera.

Come può vivere una ragazza che viene dagli antipodi in un mondo che non dà mostra di farla sentire non dico desiderata o attesa, ma anche soltanto tollerata? La scuola ha spesso la forza spiazzante di trasmettere ai propri alunni un senso di totale inutilità. In questo è davvero un microcosmo del mondo: se vieni da una parte sbagliata del pianeta e non hai delle caratteristiche particolari non conti niente, non sei niente, che tu ci sia o no non cambia nulla, anzi meglio se ti fai da parte che c’è una fila intera di gente come te che aspetta il suo turno, sei uno dei tanti, sei un briciolo in una massa indifferenziata… Sumi non parla. Così per rompere il ghiaccio le chiedo dei capelli. Perché blu?

Che domanda idiota! “Perché mi piacciono”, risponde. E che doveva fare? Dischiudermi i segreti della simbologia trico-cromatica junghiana? Le chiedo allora come mai ci troviamo qui, perché ha voluto parlarmi. Non faccio a tempo a finire la domanda che vedo distintamente un lacrimone grosso come un petalo staccarsi dalla palpebra e precipitare spietato sulla felpa nera, si sente anche il suono quando si disintegra lasciando un alone scuro ed eloquente. “Io non ce la faccio più”, mormora Sumi, “mi fa tutto schifo, non ho nessuno…”

Breve inciso: Sumi è in Italia da quando ha sette anni. Il padre è rimasto in Thailandia e non è nemmeno certa che sia davvero suo padre; la madre, molto giovane, conduce una sorta di rinnovata adolescenza, ostenta allegria, giovialità, sensualità, si veste in maniera coloratissima, cambia in continuazione lavoro e partner; Sumi si occupa di tutte le faccende di casa, non ha vita sociale ed è costantemente presa in giro dalla madre per come si veste, si muove ecc.

“Mi fa tutto schifo” è un’espressione forte in bocca a Sumi, che di solito si esprime in toni molto più delicati. Una volta ha inventato un suo modo per dire l’idea della fine: il punto oscuro. Il punto oscuro è il contrario della luce fuori dal tunnel. Significa che tutto è tunnel, che il buio non ha fine, che non c’è speranza. Sumi non vive l’incertezza, ne è l’esito indesiderato, l’effetto collaterale. Chi vive nell’incertezza ha la virtù della possibilità che scaturisce dai vincoli. Sumi no: è certa che sua madre riderà dei suoi sforzi di compiacerla, è certa che i professori storpieranno il suo nome strano, è certa che le sue compagne individueranno un’ombra di cellulite sul suo interno coscia negli spogliatoi, così come è certa che vedranno le sue unghie mangiate fino all’osso e forse qualcuna vedrà, con un misto di orrore e di voyeurismo, quei segni sulle braccia…

Sumi ha tentato davvero di uccidersi qualche mese prima. Si è procurata dei tagli molto profondi sul braccio destro, con l’intento di recidersi le arterie. L’aveva pensata bene: la madre non sarebbe arrivata se non a notte fonda, aveva tutto il giorno davanti a sé… solo che non aveva fatto i conti con l’emotività. La visione del sangue l’ha fatta svenire, il taglio non aveva coinvolto vasi cruciali, il tutto si è risolto con quindici punti, crisi isteriche materne, sguardi bassi, promesse di non farlo più, due ore di psicoterapia presso il consultorio, in agosto, sai che roba.

Il punto oscuro è l’effetto collaterale della scuola che non dà futuro. Che cosa ti piace, Sumi? “Kurt Cobain”, dice. Ahia, penso io. “So tutto di lui”, prosegue, “ho imparato tutte le sue canzoni, ho imparato a suonare la chitarra come lui”. Provo a scorgere uno spiraglio di vita, una cosa bella insomma… “Sì, lui è davvero bello”, concede, ma… “ma… c’è un punto oscuro, anche lì”. Perché, dove lo vedi il punto oscuro? “Io non sarò mai come lui”. Ecco, alla faccia dell’incertezza. Certo, le dico: tu sei tu, lui era lui. “No dico, non sarò mai brava come lui”.

Sumi è davvero brava, forse più di Kurt Cobain. Per lo meno a disegnare. L’ho scoperto qualche giorno più tardi. Non sapendo più che dirle le chiedo di farmi un disegno. Da qualche parte avevo letto qualcosa sul test dell’albero, così le chiedo di disegnare un albero. Lei in un’ora mi regala un disegno terribile e straziante, mi si spezza il cuore a guardarlo. Un tronco scuro, dalle branche principali spuntano come dita affilate e lancinanti una dozzina di rami che sembrano urlare. L’albero non occupa il centro del foglio ma è lievemente spostato a sinistra, poggia con radici-artigli su un piccolo dosso, brullo, come frustato da intemperie continue. L’albero soffre terribilmente ma è vivo, è un moncone di tortura. Qualche tempo dopo il nostro colloquio ho restituito a Sumi il suo albero, e un po’ mi spiace, perché le mie parole non gli rendono giustizia, avrei dovuto farne una copia e mostrarlo a questo punto… ma tant’è.

Guardiamo attentamente l’albero. La prima cosa che mi viene in mente è la lettera di Kafka a Oskar Pollak, 27 gennaio (guarda gli scherzi del destino) 1904: “Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti dai boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi”. Accenno con lei a questo testo, tralasciando la parte sul suicidio per pura e semplice pavidità, lei sembra capire. Infatti chiede: “Kafka si è suicidato?” No, non l’ha fatto; forse perché lui è riuscito a scrivere libri come scuri, un po’ come il tuo albero… Non è vero che finché c’è vita c’è speranza; è vero il contrario: finché possiamo gridare la disperazione, siamo vivi. Non sa che dire, ma questa volta almeno accenna a un piccolo sorriso.

Poi mi viene in mente un’altra cosa. Una poesia di padre David Maria Turoldo, che faceva parte del ciclo Mie notti con Qoelet; me la ricordo bene perché quando la lessi – avevo più o meno l’età che ha ora Sumi – fu come se stessi riconoscendo un mio rovello che a sua volta cercava parole per esprimersi:

Piove e la notte è cupa, Qoelet.

Amico delle verità supreme,

io so perché non ti sei ucciso,

vano era anche morire…

Non glie ne faccio cenno: Sumi ignora il primo e il secondo Testamento; non ho tempo per l’ABC, ho bisogno di andare a meta ora che ha aperto un minimo la difesa. Le dico: Sumi non ci sono parole per consolarti, non ti posso rendere più gradevole la vita, non credo che nessuno possa, non ti racconto bugie. Però ti posso dire che qualcuno te le racconta. Ti raccontano bugie quelli che dicono che è tutto inutile, che non c’è lavoro, che non c’è futuro per te e per quelli come te. Sono bugie davvero. E sai perché lo sono? Perché non provengono da una riflessione seria, da un pensiero onesto, ma dalla paura. Molti adulti sono angosciati dall’incertezza e allora si rivolgono a voi e vogliono tenervi lontani dal posto che ora occupano con tanta fatica e con tanto imbarazzo… per questo non fanno che dirti: non c’è spazio qui, non c’è tempo, non ci sono soldi, non c’è niente…

Un anno dopo il nostro ultimo incontro Sumi ha i capelli tinti di un sobrio castano, cammina spedita e sorride. Mi incrocia e mi chiede un suggerimento sulla tesina per l’esame di Stato, che vuole fare sul rapporto tra arte e follia. Le presto un libro di Jaspers su van Gogh e le faccio i complimenti. Non penso proprio che il suo miglioramento sia da attribuire alla chiacchierata fatta con me. Credo invece di aver capito io qualcosa in più. Quando qualcuno si lamenta dell’incertezza della vita contemporanea, da allora, mi vien da pensare a Sumi e a quelli, molti, che come lei stanno faticando sotto il peso di una generazione che ha fatto saltare ogni legame in nome di una libertà sognata, per poi scoprire che senza vincoli non c’è nessuna possibilità per il sogno. Ogni volta che gli adulti parlano dei giovani, sento una cappa di sfiducia quasi rancorosa che, puntualmente, arriva a inspessire la corazza che, per ragioni fisiologiche, i giovani montano a loro difesa. Quella corazza li schiaccia, li soffoca, impedisce loro di vedere cose nuove, di provare nuove strategie, di rendere migliore il posto che abitiamo. Evviva l’incertezza, se spezza il ghiaccio delle nostre certezze che impedisce di udire le grida del sangue dei nostri fratelli più piccoli, dei nostri figli, del nostro futuro.