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25 Maggio Mag 2017 1336 2 months ago

Una rete oltre le sbarre

Di

Marco Ferrando

Dal profondo Sud, con il croccante di Ragusa. Al profondo Nord, con il pane e i grissini di Brissogne, alle porte di Aosta. Simbolicamente, la rete di Freedhome abbraccia tutta l'Italia: in mezzo ci sono i taralli di Trani e i formaggi della periferia romana, i cosmetici veneziani della Giudecca e il caffè di Pozzuoli, le t-shirt di Genova e le serigrafie di Torino, i biscotti di Verbania e le paste di mandorla di Siracusa, i dolci della Brianza e la carte di Forlì, fino ai prodotti tipografici di Novara.

Il catalogo virtuale è eterogeneo, ma tutto ciò che è in vendita ha un elemento in comune: è interamente pensato e prodotto in carcere. Frutto delle cooperative che da anni lavorano con i detenuti, per superare l'isolamento del durante ma anche del dopo-pena: "perché un detenuto che lavora, sperimenta relazioni sane, impara, ricostruisce un ponte con il mondo che c'è fuori", spiega Gian Luca Boggia, presidente della torinese Extraliberi.

C'era un altro isolamento, però, da vincere: quello del mercato, dove per una cooperativa sociale - abituata ad altre realtà e altri mestieri - non è facile presentarsi da sola, nella giungla della grande distribuzione o dell'e-commerce. E così, un anno fa, l'idea di provare a mettersi insieme. Ne è nato un contratto di rete, firmato nel luglio 2016, che vede protagoniste 13 cooperative, di tutta Italia. Solo un pezzo dentro al mondo del lavoro in carcere, ma un pezzo significativo: le 13 realtà, infatti, danno lavoro a un centinaio di detenuti sparsi su 13 diverse strutture di detenzione, con un fatturato complessivo di quasi cinque milioni di euro (stando ai soli prodotti realizzati in carcere).

Non si partiva da zero, ma da qualche esperienza di collaborazione nella fase di vendita. In particolare, da un paio d'anni a Torino si era sperimentata l'insegna Freedhome, un negozio riservato ai prodotti realizzati dietro le sbarre: quelli di Extraliberi, cooperativa sociale che danni opera nel capoluogo al Carcere delle Vallette, ma anche di altre realtà sparse per l'Italia, in tutto più di 30 (compresi alcuni istituti minorili). Il marchio ha funzionato, la collaborazione anche, i numeri sono cresciuti. Di qui l'idea di andare oltre: un catalogo unificato, un sito Internet con la piattaforma per l'e-commerce, la promozione congiunta. Il tutto formalizzato nel contratto di rete, che ora ha consentito anche di partire con il reclutamento di alcuni agenti di commercio.

I primi risultati? "Soddisfacenti", dice ancora Gian Luca Boggia. E fa notare che non era affatto scontato: "Abbiamo messo insieme realtà molto eterogene, con storie e modi di fare spesso molto diversi fra di loro. E poi c'è la distanza, che certo non aiuta". Paradossalmente, i riscontri migliori sono quelli arrivati dal mercato. A Torino il negozio Freedhome, grazie alla collaborazione del Comune che ha messo a disposizione all'Amministrazione Penitenziaria (e a sua volta alla coop Extraliberi) uno spazio nel cuore del centro storico, è diventato ormai un punto vendita permanente, ma anche altrove sono partite iniziative analoghe: a Venezia, ad esempio, a due passi dalla Basilica dei Frari ha aperto la bottega della cooperativa Rio Terà dei Pensieri, dove in vetrina ci sono le borse artigianali in pvc riciclato e i prodotti cosmetici naturali realizzati nella Casa circondariale maschile Santa Maria Maggiore e nel carcere femminile della Giudecca. In questo caso a consentire l'apertura del negozio è stato il sostegno di Mark Bradford, responsabile del padiglione degli Stati Uniti: "Sfrutteremo il palcoscenico mondiale della Biennale per mettere in luce e sostenere un modello di cooperazione sociale che interviene nel contesto penitenziario attraverso la creazione di opportunità lavorative per i detenuti e per chi torna in libertà con lo scopo di incrementare le opportunità lavorative e formative in carcere e sul territorio cittadino", ha spiegato Bradford alla rivista Vita.

Sì, perché l'inserimento lavorativo è uno degli obiettivi che dall'inizio hanno mosso le cooperative sociali a produrre in carcere: si formano competenze e si danno opportunità ai detenuti, senza contare che alcune cooperative lavorano anche fuori dalle strutture penitenziarie e dunque talvolta sono in grado di offrire direttamente un'occasione lavorativa ai detenuti quando diventano ex. C'è un altro salto, però, da compiere. Non riguarda chi produce o chi vende, ma chi compra: c'è chi oggi lo fa per scelta politica, per senso di giustizia o di responsabilità. "Tutto bene, anche se noi - confida Boggia - speriamo che chi compra i nostri prodotti lo faccia soprattutto perché sono sono buoni, belli e ben fatti". Superando nei fatti un'altra barriera, culturale, tra ordinario e straordinario, e offrendo uno spiraglio di normalità a chi oggi è in carcere.
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