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28 Maggio Mag 2017 1419 6 months ago

Stand up for purpose | Il discorso di Zuckerberg ad Harvard

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Stabilire quanto Zuckerberg sia sincero – vende i dati personali, sostengono i detrattori – non è la cosa più importante. In attesa di vedere se le azioni che intraprenderà sostanzieranno il suo discorso, lo ascoltiamo come portavoce: di una generazione, di un tempo, di una domanda sociale.

Domanda di senso, di contribuzione a qualcosa di più ampio - di purpose dice Zuckerberg – avvertita trasversalmente nei paesi occidentali, dai giovani e non solo, come mostrano le più recenti ricerche in materia. In particolare dall’inizio della crisi, che ha rimesso in discussione il modello di sviluppo, sul piano collettivo, e il modello di realizzazione di sé individualizzata, sul piano soggettivo, che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Ovvero, gli anni dell’espansione a detrimento dei legami, della società del consumerismo a debito a detrimento della contribuzione - e delle generazioni future - della performance e della tecnica a detrimento del senso e dell’umano.

La domanda sociale di cui Zuckerberg è portavoce, rivolta in primo luogo alla politica, suona circa così: permetteteci di contribuire allo sviluppo umano senza dover per questo pagare costi maggiori, lasciateci provare a realizzare sogni collettivi e personali insieme senza la minaccia di essere esclusi in caso di fallimento. La risposta istituzionale a questa domanda può portare una nuova prosperità, in particolare alle economie mature. Può traghettarci fuori dalle sacche della crisi, a condizione che vengano infrastrutturate le condizioni che permettono a chiunque lo voglia di contribuire in modo sostenibile alla costruzione di un futuro che riapre l’orizzonte di senso, collettivo e personale.

Dare inizio a qualcosa, insieme ad altri, fare la differenza, può essere molto concreto, può partire dal locale, da una comunità, dagli altri che vedo – ma ha sempre il mondo intero come riferimento, l’umanità, i cittadini del mondo, dice Zuckerberg. Rispetto alle retoriche sui changemakers, qui la differenza si può fare aprendo al mondo le proprie passioni e non abbandonandole. Zuckerberg propone all’élite studentesca di Harvard di immaginare una realizzazione di sé contestuale, che è sempre un realizzarsi con e non contro.

Rispetto agli anni ’70, il cambiamento nella domanda sociale non potrebbe essere più netto: in quel momento di crisi degli assetti istituzionali, alla domanda di liberazione dell’io si è risposto infrastrutturando una società individualizzata nella produzione e nel consumo. Oggi, alla domanda di liberazione dall’io, la politica saprà rispondere infrastrutturando una società contributiva? Zuckerberg suggerisce alcune misure in questa direzione, dal reddito di cittadinanza all’abilitazione di reti sociali, sovvenzionate dai cittadini più ricchi. Certo molte altre misure potrebbero essere adottate, lo scoglio principale è che alcuni ancora considerano questa nuova frontiera una follia, più ancora che un’utopia a cui tendere. La buona notizia è che pare essere una follia condivisa.