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20 Giugno Giu 2017 1303 2 days ago

Imprese medie per dimensione e organizzazione del lavoro eccellenti in chiave di performance nella competizione globale

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Mai come in questi ultimi tempi l’interesse verso le aziende italiane è cresciuto in maniera significativa. In parte ciò è dovuto alle performance di tutto rispetto delle imprese del Made in Italy nel mondo che hanno proposto soluzioni e formule vincenti sul mercato, diverse e più competitive rispetto ai consolidati concorrenti stranieri. Le aziende italiane sono diventate player globali in maniera più consistente favorendo processi di acquisizione da e verso e ponendosi all’attenzione come una formula originale, per certi versi iconica, di modello di management. Il dibattito sul potenziale di un “modello italiano di management” tuttavia è ancora molto timido, rimane ancorato a categorie molto tradizionali e letto per differenza rispetto a standard e benchmarking ricostruiti sulla copiosa letteratura manageriale, sostanzialmente bari centrata e condizionata dal funzionamento della grande impresa multinazionale.

In molti, a questo proposito, convergono sul fatto che non esista un differenziale italiano in termini di management. Alcuni distinguo sul tratto familiare o sull’elemento dimensionale non sono sufficienti per caratterizzare un modello specifico, distinguo che, tra l’altro, sono considerati fattori da superare piuttosto che da valorizzare. Nella sostanza il successo attuale è solo una coincidenza congiunturale fortunata di un fenomeno che non ha nulla di diverso e di particolare rispetto a meccanismi e logiche ampiamente studiati a livello internazionale.

L’opzione proposta in questo libro - ma sostenuta dagli autori da tempo, anche nelle pagine dell’archivio - è ovviamente diversa: in altre parole si ritiene che esistono alcune condizioni proprie, su cui riannodare le fila di una “rinascita” manifatturiera e che emergono alcuni tratti distintivi che possono contribuire a descrivere un modello italiano di management.

Sullo sfondo restano alcune questioni irrisolte sul dibattito sull’evoluzione del sistema capitalistico italiano.

Una prima riflessione riguarda il tema della crescita.

Il dibattito sul “nanismo” nel nostro sistema produttivo è nella sostanza senza soluzione di continuità. Da una parte permane una prevalenza a ritenere la dimensione piccola-media un limite, un problema da affrontare, una sorta di sfida dei prossimi anni. I dati dicono altro, e le letture presenti in questo volume, ne sono amplificatrici. Il problema non è essere grandi per essere competitivi, ma essere competitivi tout court.

Su questo tema, seppur in maniera differente, tutte le prospettive di analisi presenti nel libro convergono. Gli studi di matrice più spiccatamente manageriale definiscono confini più precisi, la “soglia” dell’impresa media riguarda - più che una dimensione - una consapevolezza precisa del proprio business; dichiara il superamento da una dimensione puramente artigiana e “sdogana” in maniera chiara il profilo di impresa. In altre parole esistono forme diverse per competere sul mercato; se la strategia è quella di adottare una strategia tipica da grande impresa, presidio dei canali, efficienza dei fattori, investimento in risorse, la dimensione diventa critica; se il posizionamento sul mercato è altro e diverso dalla grande, ragionare in chiave di dimensione è fuorviante e sposta l’attenzione e la riflessione dalla questioni reali. Se oggi il tema è quello di essere attore attivo e simmetrico nelle filiere globali, il fattore abilitanti è la competenza, meno la dimensione.

Una seconda riflessione riguarda l’imprenditore.

E’ la figura centrale e il tema di punta di tutti i saggi presenti in questo libro. Sia esso agente del cambiamento, sia esso potenziale “ceto sociale”, sia promotore di una tensione diffusa alla “bellezza”, l’impresa media e l’imprenditore sono un legame indissolubile. Dai saggi emerge un imprenditore regista del tessuto connettivo su cui è costruito il vantaggio competitivo dell’azienda, difensore di un primato tecnico tecnologico, della comunità professionale sul cui sapere si sviluppo e costruisce valore, gestore e/o partecipe di una filiera di relazioni che compete a livello globale e si sposta laddove ci sono le condizioni più favorevoli. Anche in questo caso il tema non è scegliere fra la proprietà e la gestione, è un unicum inestricabile in cui la costruzione del valore è nella tenuta dell’alchimia creata. E’ sempre più diffusa, in caso di vendita di aziende italiane, la prassi della nuova proprietà di chiedere la continuità del presidio di gestione; comprare una impresa piccola-media significa comprare un brand, un sistema di relazioni che genera l’unicità e la bellezza del prodotto, ma soprattutto il capitale umano e sociale che lo sostiene. In questa prospettiva, la “presunta” difesa dell’italianità passa per la valorizzazione del tessuto sociale, non nella regolazione e protezione di fenomeni di acquisto/ vendite, che hanno sempre generato storture e interruzioni ai naturali flussi logici, sia in termini di difesa che di dismissioni. La protezione deve riguardare la competenze, sicuramente meno la proprietà.

Una terza riflessione riguarda il modello organizzativo.

Negli anni il modello “italiano” di management si è sviluppato intorno al ruolo dell’impresa guida che in maniera baricentrica e asimmetrica regolava il flusso di relazione con la restante popolazione di impresa, a cui dare indirizzi e trarre risorse in maniera flessibili.

Le imprese guida sono nate nei distretti. Hanno seguito le loro evoluzioni. Sono state le protagoniste del processo di selezione naturale avuto dal nostro sistema imprenditoriale in questi anni. Sono le reali testimonial del Made in Italy nel mondo. Oggi pressioni competitive, nuovi mercati e tecnologie e consumatori diversi impongono nuove sfide e nuovi modelli organizzativi. Il processo di conoscenza sarà sempre più condivisa, le filiere più aperte e “conosciute”, la elaborazioni di big data e l’affermazione delle tecnologie inserite all’interno del fenomeno Industria 4.0 cambieranno ancora una volta la forma del nostro sistema di relazioni che sarà sempre più simmetrico, condiviso e strategico. Detto altrimenti: l’emergere dell’economia della rete finalmente non come icona per proteggere lo status quo, ma come strumento di strategia e creazione di valore e competitività nel tempo.

Il libro, partendo da prospettiva di analisi metodologiche diverse, converge e descrive un modello italiano di impresa, che presenta caratteristiche di vantaggio competitive proprie e che coniuga in maniera originale e efficace le risorse a sua disposizione, economici e sociali.

I contenuti del volume

Il saggio iniziale, a cura di Luigi Serio, ricostruisce le questioni in chiave di management che affrontano le imprese medie nelle loro dinamiche competitive ed ha anche l’obiettivo di attualizzare il dibattito sulle imprese in Italia e aggiornare priorità e chiavi di lettura rispetto alle pressioni emergenti nell’ambiente competitivo. L’unità di analisi è l’impresa media e lo studio di caso lo strumento prevalente di analisi metodologica.

Il secondo articolo, in continuità metodologica, studia la performance economico finanziaria dell’impresa media, presentano una osservazione costante che il Centro studio di Mediobanca, di cui l’autore, Gabriele Barbaresco, è il Direttore, attua da molti anni, facendo proprio il termine “Quarto capitalismo”. Il saggio aiuta a definire i confini, valutare le dimensioni che ne caratterizzano gli indicatori di performance, le aree di continuità e quelle di miglioramento.

Il legame fra generatività e medie imprese è sviluppato nel terzo saggio, a cura di Patrizia Cappelletti e Luigi Serio. Il modello proposto è definito “generativo” in quanto produttivo di multiforme valore, non solo economico e finanziario, ma sociale, culturale, relazionale, istituzionale, nel quadro di un rapporto transitivo e contributivo (e dunque non strumentale o tanto meno predatorio) nei confronti del contesto. L’intraprendere generativo si contraddistingue per la capacità di promuovere sviluppo diffuso attraverso la mobilitazione di risorse sparse che vengono orientate, accompagnate e motivate al raggiungimenti di fini condivisi, dai benefici multipli e dai multipli stakeholder, presenti e futuri. In questo senso, l’impresa è riconosciuta come generatrice di novità, prosperità e futuro.

Il quarto saggio, a cura di Giovanni Lanzone, riassume gli esiti di una riflessione più ampia sull’Economia delle Bellezza, e sul suo potenziale di valore espresso in Italia, indicando anche in questo caso caratteristiche e potenziali di sviluppo.