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22 Giugno Giu 2017 1454 5 months ago

Centralità della persona, serve una conversione culturale

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Il lavoro in Italia continua a essere un’emergenza nazionale. Nonostante i segnali di ripresa degli ultimi anni, sono ancora troppe le persone che si trovano in una condizione lavorativa di fragilità. I numeri ci permettono di capire quanto sia ancora diffusa la sofferenza sociale: il tasso di occupazione rimane più basso di 10 punti rispetto alla media europea; e nel periodo 2002-2016, tra i giovani con meno di 29 anni questo indicatore è precipitato dal 42 al 29%. Da qui il record negativo del nostro Paese, con oltre 2 milioni di giovani che non lavorano e non studiano.

E mentre in Europa la disoccupazione complessiva è oggi poco sotto il 6%, in Italia siamo ancora al 12% (pur se in leggera discesa). Con livelli davvero intollerabili al Sud dove solo un giovane su cinque è occupato. Non si tratta di essere né pessimisti né ottimisti. Si tratta piuttosto di guardare in faccia la realtà di questi numeri, domandosi non solo cosa possiamo fare, ma anche perché ci ritroviamo in questa situazione. Veniamo da anni in cui, in tutto il mondo, il lavoro ha perso centralità: la finanza, la rendita immobiliare e fondiaria, il consumo hanno costituito le fragili fondamenta di un sistema economico insostenibile e che, col tempo, ha creato gravi ingiustizie. Dal punto di vista antropologico, il lavoro si è impoverito.

In un contesto culturale di questo tipo – che ha caratterizzato la stagione della cosiddetta 'globalizzazione' – l’Italia si è accontentata di galleggiare inseguendo le illusioni di una espansione finanziaria illimitata che permetteva di scaricare sul debito pubblico i nodi dello sviluppo economico, culturale e sociale del Paese. Per affrontare seriamente la questione del lavoro, va fermato questo lungo declino, i cui costi si scaricano oggi sui più deboli (con oltre 4 milioni di italiani in povertà assoluta) e sulle nuove generazioni (costrette alla scelta tra emigrare o a rinviare ad libitum la piena autonomia economica e professionale).

Occorre dunque un cambio di mentalità. O, per meglio dire, occorre una vera e propria conversione: recuperando la centralità della persona che lavora. Ciò significa una cosa precisa: a differenza di quanto si è predicato per anni, siamo in una fase in cui prima occorre produrre ricchezza, qualità, ricerca, integrazione, valore; e solo poi consumare. Una fase nella quale la finanza va riportata alla sua funzione sociale (e non speculativa): essere uno strumento per costruire il futuro.

Per realizzare questa svolta – che deve coinvolgere i cuori oltre che la testa – è però necessario tornare a pensare che il lavoro non è mai riducibile solo alla dimensione strumentale (che pure ne è componente essenziale). In una società avanzata, il lavoro va piuttosto inteso nella sua ampiezza antropologica, cioè via per una piena espressione delle capacità umane: non è forse questo modo di intendere il lavoro che si traduce nella secolare tradizione artigianale che contraddistingue l’Italia in tutto il mondo? Per realizzare tale conversione, la difficile transizione che stiamo attraversando può esserci d’aiuto. Viviamo infatti come sospesi verso il futuro che ancora ci attende.

E che sorgerà dalla combinazione tra il processo ormai avviato di radicale digitalizzazione e le risposte che sapremo dare alla crisi di sistema prodottasi con l’infarto finanziario del 2008. Per l’Italia si tratta di un’occasione irripetibile per rientrare in gioco. Ecco perché il titolo delle prossime settimane sociali che si svolgeranno a Cagliari tra il 26 e il 29 ottobre 2017 – «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale» – non è solo un auspicio, ma molto concretamente l’indicazione della strada che il Paese deve percorrere se vuole essere capace di futuro. La sfida che ci aspetta è infatti quella di un cambio di paradigma, passando da un modello basato sullo sfruttamento e l’espansione illimitata ad uno centrato sulla persona umana e sullo sviluppo sostenibile e inclusivo. Per far questo, il lavoro – come fonte ultima della produzione di valore, punto di incontro focale tra la vita personale e l’organizzazione sociale circostante – va ripensato come architrave su cui costruire la nostra vita comune. Per un’Italia davvero fondata sul lavoro, come recita la Costituzione.

Un lavoro libero, dove siano finalmente bandite tutte le forme di schiavitù, di illegalità e di sfruttamento e dove ogni persona sia messa nelle condizioni di poter dare il meglio di sé senza essere schiacciata dalla burocrazia o delle procedure. Un lavoro creativo, occasione per permettere a ciascuno di dare il meglio di sé dentro un’idea di innovazione che non è riducibile al solo aspetto tecnologico. Un lavoro partecipativo, nella consapevolezza che non c’è economia che possa prescindere dal contributo della persona umana. Un lavoro solidale, capace cioè di riconoscere che relazioni di reciproco riconoscimento e di alleanza tra soggetti diversi sono alla base di ogni vero sviluppo.

Se, come dicono ormai anche moltissimi economisti, la crescita oggi dipende dalla capacità di produrre valore condiviso, allora la costruzione di un sistema economico e sociale in grado di includere tutti è un obiettivo che occorre darsi per il prossimo futuro. Un tale cambiamento culturale non è fatto solo di parole. Semmai, si tratta di aprire una stagione di riforme audaci e lungimiranti: con modelli contrattuali e soluzioni organizzative innovative; forme istituzionali e strumenti fiscali nuovi; modulazioni originali tra lavoro retribuito e non retribuito, tra scuola e lavoro.

Per questo, nella linea indicata da Papa Francesco, il Comitato Organizzatore delle prossime settimane sociali ha deciso di 'avviare un processo' che vedrà nelle giornate di ottobre un momento importante ma certamente non risolutivo. L’obiettivo è di usare bene questi mesi confrontandosi con la realtà, arrivando così a costruire insieme una proposta concreta che possa davvero parlare al Paese, nella direzione di quella conversione a cui si è fatto prima riferimento. Una proposta che da un lato impegni ciascuno (persona o comunità) a fare ogni sforzo per risolvere il dolore derivante dalla mancanza di lavoro; e che dall’altro arrivi fino al livello istituzionale, con una proposta che possa spingere il Paese a fermare il suo declino e a guardare avanti con speranza e fiducia.

Nella migliore tradizione delle settimane sociali, quelli che ci aspettano sono dunque mesi impegnativi ed entusiasmanti. Come cristiani, uomini e donne di buona volontà, comunità radicate nei territori, movimenti e associazioni, l’occasione del prossimo evento di Cagliari è un modo per attivare le competenze e le risorse necessarie per affrontare insieme la questione più importante per tutti noi. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Non si tratta di questo. Si tratta invece di interrompere il circuito del fatalismo assumendo, tutti insieme, ciascuno nella propria responsabilità, un problema così grave e così urgente.

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