Welfare
23 Giugno Giu 2017 1816 one month ago

Welfare, per terzo viene il Know-how

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Sono periodi di grandi ed accelerati cambiamenti strumentali nel welfare. Cambiamenti profondi, dettati da nuova normativa e da nuovi strumenti “tecnici”.

Si pensi per esempio sul versante normativo a tutto ciò che è contenuto nella riforma del terzo settore, nella legge sul “dopo di noi”, nella sempre più estesa applicazione del welfare aziendale nelle nuove contrattazioni nazionali e locali.

Ma anche ai molti progetti di “ conciliazione” lavoro-famiglia, alle sperimentazioni in molte regioni di politiche attive del lavoro. E poi ancora i nuovi bandi sull’innovazione ed il welfare comunitario di molte fondazioni bancarie, la comparsa dei primi fondi di investimento “ sociale”. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Che dire di questo fermento e di questo movimento in corso?

Mi permetto di fare due semplici osservazioni e di sottolineare un esempio tra i tanti.

La prima osservazione riguarda lo strapotere del pensiero “tecnico-strumentale” che da anni ha investito il welfare e che continua inesorabile la sua corsa. Anzi, la crisi sembra aver accelerato questo processo. In tempi di tecnocrazia non può essere che così, con la consapevolezza però che gli strumenti in sé non possono sostituire i fini e che in mancanza di fini espliciti gli strumenti sono governati da fini impliciti. Questa riflessione riguarda entrambi i poli del fenomeno, quando vediamo agire sia pervicaci tecno-burocrazie pubbliche che innovativi strumenti tecno-digitali.

E’ singolare che la conoscenza ormai sia identificata solo con il “ Know-how “ ( il come), per giocare un po’ con le parole si tratterebbe forse di ricordare che politiche ed azioni di welfare hanno bisogno anche del “ Know-why” ( il perché) e del “ Know-what “ ( il cosa).

La seconda osservazione è che si va allargando la platea dei soggetti che fanno della questione welfare una missione specifica del proprio agire. L’allargamento sta avvenendo, guarda caso, sul versante del settore privato. Ho più volte sottolineato come il welfare sia uno dei principali mercati, in occidente, dei prossimi anni. Parallelamente si assiste ad un irrigidimento del settore pubblico. La contrazione di risorse derivate dalla fiscalità generale, tranne lodevoli eccezioni, sta generando un irrigidimento delle procedure ed una sclerotizzazione delle posizioni. Al posto di costruire ponti ed alleanze si costruiscono fossati e fortini. Regna una grande confusione e spesso una fastidiosa retorica in difesa di poteri o privilegi precostituiti, che poco o nulla hanno a che fare con i bisogni delle persone.

L’esempio che sinteticamente vorrei portare è quello del welfare aziendale. Mercato in rapida e significativa espansione. Pratica potenzialmente virtuosa se si muove sul versante dell’allargamento della responsabilità diffusa ( imprenditori e lavoratori)nei confronti del miglioramento delle condizione di vita delle persone , circolo vizioso se rappresenta solo un vantaggio fiscale e l’allargamento dei consumi individuali di presunti servizi di welfare.

Lo stesso strumento può condurre su strade contrapposte. La finalità ed il contenuto fanno la differenza. Coerentemente alla nostra tradizione, con i processi adeguati allo scopo, si tratta di utilizzare lo strumento ( normativo-tecnico) per contribuire positivamente alle trasformazione del welfare nella direzione della giustizia e della solidarietà. Il circuito virtuoso ( con tutte le azioni conseguenti, utilizzando lo strumento) parte dalla deliberazione di andare in questa direzione.