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7 Luglio Lug 2017 1555 4 months ago

Le piccole imprese del nuovo millennio: innovare, connettere e cooperare

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Il mio amico Mauro Magatti che, pur essendo sociologo di mestiere, fa parte di questa nuova coorte di economisti cattolici che guardano alle cose della nostra economia con occhi nuovi, dice sempre che in fondo con (condividere, connettere) sta nella radice stessa di economia e come ci ricorda spesso Luigino Bruni è un’idea che viene a noi da lontano, dalla scuola napoletana di Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. È un’attenzione antica, tutta italiana, che ha contato, nella storia delle nostre imprese molto più di quel che sembra. Una passione di queste regioni che affacciano sul mare, o che del mare sentono la voce, per un’economia circolare che s’impegna a considerare la formazione delle risorse umane, la salvaguardia delle risorse territoriali come parte inesorabile del ciclo produttivo e si esercita, al contrario della finanza o dell’economia delle trimestrali, a un profitto garbato e ad un uso paziente del capitale, un capitale che non si fa avido, ma accetta d’essere restituito in forma lenta. L’idea dei nostri economisti, fin dal ‘700, era che il mondo della fabbrica non si ferma ai suoi cancelli ma, come un fiume, tiene a conto i suoi affluenti, che sono le sue competenze, le sue materie prime, la salute e il benessere dei suoi territori. L’idea civile dei napoletani e dei milanesi (Cesare Beccaria, Melchiorre Gioia e, poi, Carlo Cattaneo) era già allora quella di un’economia intesa come un’ecologia, con lo scopo di un incivilimento della nazione e della pubblica felicità. Oikos, che è la parola greca all’origine di economia in questo mare, significa - d’altra parte - famiglia o casa.

Le regole della casa (oikos nomos) è la sua traduzione letterale. Per un lungo tempo ho pensato che avesse a che fare con l’economia domestica e il lavoro segreto delle donne, e questo dicevo ai miei studenti ma è solo una parziale verità. È stato con lo studio del nostro Rinascimento e delle sue corporazioni d’arte e di mestiere che ho capito che per lunghi secoli, tranne i duecento anni dell’economia industriale di fabbrica, la produzione è stata domestica: gli alloggi sopra e la bottega sotto, i magazzini sopra la casa e la forza motrice, gli animali, a fianco di essa. Ora siamo in una particolare congiuntura tecnologica, miniaturizzazione e robotica stanno profondamente trasformando il modo di produrre, tanto che molte attività produttive diventano irriconoscibili e non dico che le fabbriche siano tutte tornate ad essere come case ma somigliano sempre più allo studio di un dentista o a un laboratorio della Nasa che a quelle enormi cavità cigolanti della mia gioventù, quando andavo nei reparti dell’Alfa Romeo o del Lingotto. Diciamo dunque che la connessione è intrinseca all’economia e anche quando essa si fa competizione o commercio sempre mantiene quella radice perché semplicemente è un mestiere che non si può fare senza l’aiuto o il confronto degli altri. Diciamo che durante e dopo la grande contrazione (2008/2015) questo sentimento prende un andamento nuovo di cui voi, con le vostre iniziative, siete i testimoni. Nel tempo della crisi accadono due cose che le ricerche di ARC, il centro ricerche dell’Università Cattolica, con i suoi libri (La nuova borghesia produttiva, 2015 e Medie Eccellenti, 2017), hanno descritto e sottolineato:

• gli imprenditori di successo, di tutti i tipi, non solo quelli che hanno una consolidata base nell’agricoltura o nella tradizione, cominciano a considerare l’impresa come un’attività inserita all’interno di una economia a rete, locale e globale insieme, dove la parte locale ha grande importanza come humus del prodotto, contribuisce a costruirne sia le caratteristiche materiali che quelle immateriali, i beni pensanti – come dite Voi.

• le relazioni industriali cambiano, cambia l’atteggiamento delle proprietà, il padrone perde sul territorio lo ius primae noctis, come mi ha detto una volta con espressione felice il grande Piero Bassetti, e le componenti sociali del territorio smettono di avere quell’atteggiamento antagonista e conflittuale (Agnelli e Pirelli ladri gemelli) che hanno avuto, nel recente passato, nei confronti della fabbrica. Tutto questo sommovimento positivo è aiutato dal fatto che non ci sono più tanti soldi e la crisi aguzza l’ingegno e dal fatto che i più gravi problemi dell’industria nel confronto con i territori (le sue esternalità negative: impatto urbano, inquinamento, sfruttamento), con il passar degli anni si temperano e si riducono. Nomi come Luxottica, Ferrero, Star - solo per citare alcuni dei casi più noti - hanno trovato una strada originale per un’innovazione di prodotto e/o di processo che ha permesso loro di accrescere e consolidare la penetrazione sui mercati internazionali restando fedeli al territorio locale in cui operano. Star e Ferrero lo raccontano anche nelle loro pubblicità: facciamo come voi solo più in grande, siamo una grande famiglia. Tuttavia il cuore e l’anima di questo atteggiamento sono le piccole e medie imprese eccellenti. Siete Voi con i vostri bilanci sociali e le vostre molte attività solidali. Nel gruppo di economisti che ha lavorato per il presidente Obama, dopo la devastante crisi del 2008, la strada di sostenere la crescita di piccole imprese di qualità veniva chiamata “the Italian way”. Come sempre accade in questi passaggi storici, i dati consentono di cogliere i due lati della medesima medaglia: il processo di distruzione creatrice accelerato dalla crisi - ma provocato dalla globalizzazione - produce una nuova selezione evolutiva, alcune imprese si rafforzano, accelerano, e altre che rischiano di soccombere. Purtroppo per noi, al di là della retorica e dei molti articoli di giornale e dei troppi libri, le imprese italiane eccellenti o di qualità, l’ha detto anche il nuovo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, nella sua relazione (Maggio, 2017) sono una esigua minoranza del totale. “Le imprese eccellenti sono ancora una minoranza. Una quota pari al 20%, che non corrisponde all’intero potenziale del nostro Paese, sia nel manifatturiero che nei servizi.” I dati di Confindustria corrispondono esattamente a quelli della ricerca ARC. Sarà solo alla fine di questo lungo ciclo storico che potremo capire se l’aggiustamento in corso avrà un saldo positivo o negativo per il nostro Paese e per le sue imprese, ma è evidente che non possiamo permetterci di stare con le mani in mano ad aspettare il bilancio storico di questi fatti. È vero che la fase che stiamo attraversando sta determinando una nuova e profonda metamorfosi del sistema economico e produttivo italiano e i che i contorni del cambiamento in atto non sono ancora completamente definiti, tuttavia dobbiamo agire con coraggio sulle dinamiche della crisi e cogliere i primi segnali di ripresa dei consumi e degli scambi non come fattori di consolazione ma come leve per investire di più e meglio. Sui dati strutturali delle imprese il nostro lavoro di studiosi ricava i primi, certo perfezionabili, modelli di riflessione. È quel che voglio trasmettervi, quel poco che so e che voi sapete meglio di me, so che parlo ai bravi in disciplina, perché, come nelle classi è molto più facile parlare ai buoni che agli assenti o ai distratti, ma conto su di Voi sulle vostre relazioni e sulle vostre forze per estendere il messaggio. In estrema sintesi, gli esiti di questa crisi per il nostro paese dipenderanno in larga misura da quale ruolo vorranno assumere gli imprenditori: continuare una battaglia che risulta essere solitaria anche per molte eccellenze, oppure diventare un gruppo di protagonisti-innovatori capaci di aprire una nuova fase storica. Una nuova borghesia produttiva in grado di accompagnare il Paese verso una via d’uscita dalle secche di questa lunga, lunghissima transizione. Preliminarmente, occorre denunciare un pregiudizio che ha cronicamente viziato il dibattito sul sistema produttivo italiano e sulle sue potenzialità. Esso riguarda la peculiare configurazione delle imprese italiane, da sempre caratterizzate da una proprietà familiare - che i critici associano spesso a sottocapitalizzazione e bassa managerialità - e da una dimensione ridotta, quando non ridottissima delle imprese. Per quanto riguarda la prima caratteristica, la governante o il governo dell’impresa, occorre qui superare le forme più tradizionali di analisi che portano al confronto tra imprese familiari, da un lato, e multinazionali dall’altro. Il nostro lavoro indaga il dinamismo in ogni dimensione d’impresa, i valori innovativi in tutte le configurazioni possibili, le imprese eccellenti più spesso di quanto si dica sono combinazioni varie tra forme pure d’imprenditorialità e di managerialità. Come dice Woody Allen nel titolo di uno dei suoi film più belli, parla dei rapporti di coppia ma noi non ci formalizziamo: basta che funzioni. Questa è la nostra tesi di fondo: nelle nuove caratteristiche sociali e tecnologiche il modello di gestione non è un problema, basta che sappia, a tempo debito, e questo è lo scoglio più difficile, preparare la successione al fondatore o alla prima generazione di famiglia. Per quanto riguarda la seconda caratteristica, le dimensioni ridotte, i detrattori del modello italiano le considerano un sintomo della nostra arretratezza. Effettivamente la dimensione produce difficoltà nell’affrontare i processi più costosi dell’impresa (ricerca, internazionalizzazione, comunicazione, sviluppo del marchio). Alla fine è la quantità che risolve i problemi e cambia le epoche. In passato abbiamo pensato che la quantità di cose (tante case, tanta scuola) avrebbe sollevato la condizione umana, in anni recenti abbiamo capito che non basta, che occorrono, al pari tempo, qualità e bellezza nelle cose e nelle esperienze. Tuttavia la quantità ha un suo peso che rimane. In questa prospettiva, non è vero che l’unica via di uscita consista nell’intervenire sulla forma e sulla natura dell’impresa italiana, favorendone la progressiva assimilazione ai modelli prevalenti in altri contesti (acquisizioni, fusioni). Abbiamo visto agire queste operazioni di acquisizione e concentrazione ma non sempre hanno dato risultati soddisfacenti, si veda - ad esempio - il tormentoso rapporto tra i gruppi francesi e l’alimentare italiano. Esiste un’altra strada, ed è proprio l’idea che sta nel tema di questo nostro incontro, la capacità di connettere; costruire catene di piccoli e generosi imprenditori con una solida base digitale nelle macchine e nelle piattaforme di commercio. Occorre mettere in comune, con l’aiuto delle università, la ricerca pre-competitiva e occorre sviluppare nuovi canali di vendita in partecipazione tra aziende analoghe o compatibili, sviluppando comunità inedite: le aziende della tavola o quelle del tempo libero. Insieme si possono affrontare meglio i rischi della crescita e gli investimenti necessari. Un atteggiamento cooperativo può e deve riguardare anche i nuovi mercati e i canali di distribuzione, canali che, ormai per la configurazione della domanda, non possono più ignorare il commercio on line e l’attività, sempre on line, di logistica e di assistenza post vendita. Un’economia, glocale, che faccia leva sui territori ma si proietti all’estero e nella rete. In fondo noi italiani abbiamo una grande maestria in questo campo (la cooperazione, le confederazioni artigiane, i distretti e ancor prima, nella storia, le gilde e le arti dei mestieri) e siamo, ormai individuati, come un modello anche per le economie industriali nuove (l’India, la Corea). Tutto questo ci deve portare, con convinzione, a superare una debolezza di fondo del paese, la nostra incapacità di fare massa critica o, almeno, catena e squadra. Da un lato l’originalità è il bagno di coltura da cui prendono vita la nostra creatività e il nostro talento: un profondo individualismo con venature di talentuosa anarchia. Dall’altro è una debolezza del nostro sistema d’impresa, un difetto grave. Oggi, tuttavia, il digitale, guidato da algoritmi sofisticati e con tutte le sue applicazioni, consente di fare “catene individuate”, cioè mettere insieme piattaforme o canali di vendita con la capacità di interpretare gli stessi gusti o gli stessi stili per arrivare a target quasi individuali di prodotto o di consumo. Occorre, dunque, che le economie d’impresa imparino ad usare tutto quel che le tecnologie rendono disponibile (e-commerce, big data, macchine additive) per sormontare questa atavica debolezza. Anch’io penso come Voi che la metafora dell’agricoltura (la saggezza del contadino) sia in questa fase utile all’industria ma non solo come memoria delle origini ma proprio come stile, come vocazione. Quando insegnavo in Domus Academy, la scuola superiore di design, con Andrea Branzi, il grande designer e storico del design, abbiamo sviluppato diversi esercizi con gli studenti sull’agronica. Voi sapete che spesso il design lavora sull’ipotesi del come se, la metafora è il fondamentale esercizio. L’idea, allora, era quella di ingaggiare gli studenti, che venivano da tutto il mondo, sul progetto di come sarebbe stata una fabbrica se la si fosse immaginata come una grande cascina urbana. Oggi questo discorso torna quando si parla di nuovo insediamento urbano delle manifatture. Allora era un tema contro senso, parlo degli anni novanta, ma anche la dimostrazione di come la ricerca debba avere sempre un tratto contro fattuale per essere efficace. Se si va a cercare quel che si sa e lo si riporta non si è altro che dei pappagalli. L’idea di pensare all’agricoltura come pensiero guida per la manifattura era ed è un tema assai importante, non solo per la possibilità di produrre prodotti agricoli in città (gli orti urbani, l’idroponia) ma anche per ragionare di nuovo sulla fabbrica con criteri di maggiore armonia rispetto al contesto edificato e al lavoro ben fatto come unica vera “terapia contro lo smarrimento”. Armonia prima che essere idillio è giunzione, connessione; la spalla, che in latino è armus, è la giunzione tra il tronco e il braccio. Agronica non significava solo una relazione più armonica tra produzione e contesto urbano, significava e significa anche il progetto di costruire forme nuove di comunità, quel che oggi si sta facendo attorno ai giovani makers, ai laboratori creativi e ai fab lab. Voglio chiudere queste riflessioni sul connettere e condividere, con una bella storia che racconto spesso. Quando stavamo preparando il secondo volume sul talento dei nostri imprenditori (L’impresa del Talento), con Francesco Morace, andammo a trovare un imprenditore che abita qui vicino, in Abruzzo, Enrico Marramiero. Allora era il giovane presidente della Confindustria di Pescara e vignaiolo per passione. Facendoci vedere le sue vigne ci disse: “Tutti i nostri amici sono stati qui venendo dai quattro angoli del mondo, hanno partecipato con noi alla gioia del nostro territorio. Qui è nato mio figlio, questa è una quercia all’ingresso della cantina che spero lui continuerà a veder crescere. La quercia è per me un segno di continuità, rappresenta la forza della terra”. In questo, nel mondo agricolo che è durato per millenni, mentre il mondo industriale, così come lo conosciamo, nella sua dimensione fordista, è durato poche decine di anni, esiste una saggezza molto più profonda, da cui tutti si dovrebbe attingere. Dobbiamo essere convinti che l’impresa non sta nel territorio, l’impresa è il territorio. Parlando del produrre e del suo governo risulta evidente che l’impresa non può, proprio per realizzare i suoi scopi, proprio per essere competitiva, essere un modello di arroganza, risulta evidente che il profitto deve essere “garbato” come ripete Brunello Cucinelli, il vostro vicino di Corciano e che il modo migliore di passare nella competizione internazionale è essere “tutti” in un territorio, assorbire in un territorio tutte le sue migliori energie. L’impresa deve tornare a prendere la leadership del paese perché, oggi, è un modello di comunità dove contano le persone, le conoscenze, le architetture, le querce e l’energia vitale che circola tra queste cose. Per l’impresa italiana eccellente qualità è una forma estesa che si allarga dal prodotto al processo, dalla fabbrica all’ambiente, dalla generazione che produce alle generazioni successive. Forse è questo che s’intende nel nostro dibattito pubblico quando si parla di una economia sociale di mercato. Io mi fido di più della qualità e della bellezza, come valori condivisi, a far da guida. Perché so, per certo, che dove ci sono qualità e bellezza c’è responsabilità.