COSTELLAZIONI
21 Luglio Lug 2017 1156 4 months ago

Al castello di Sarzano per una nuova prosperità

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Intervento di Laura Gherardi in occasione della tavola rotonda, tenutasi lo scorso 15 luglio presso il Castello di Sarzano (RE) su iniziativa del Comune di Casina e dell’Associazione Insieme per Pianzo, con il Presidente della CCIA di Reggio Emilia Stefano Landi, il Senatore e Presidente del Parco dell'Appennino Tosco-Emiliano Fausto Giovannelli e il dirigente d'impresa, ex direttore di Confindustria nazionale Giuseppe Domenichini.

"Buongiorno a tutti,
grazie per questo invito, introduco la tavola rotonda a partire dal libro che ho scritto con Mauro Magatti, Una nuova prosperità, che dà il titolo all’incontro di oggi.
Nuova prosperità significa ben-essere sociale ed economico, secondo un’idea di crescita diversa da quella che ci ha portato alla crisi, una crescita che tenga oggi insieme economia e società dopo decenni in cui l’economia è cresciuta anche a scapito del sociale e dell’ambiente.
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Sosterrò che una via per uscire dalla crisi può essere quella della crescita integrale, ovvero la via della valorizzazione congiunta delle risorse economiche, sociali e ambientali. E mostrerò in particolare come alcune imprese stiano già mettendo in pratica questa valorizzazione, portando degli esempi dalle diverse ricerche condotte dal laboratorio Arc, presso l’Università Cattolica di Milano - tra cui una ricerca rappresentativa di una popolazione di 22.000 PMI italiane.
Quindi introdurrò la tavola rotonda procedendo, per così dire, ad imbuto: delineando come primo punto il cambiamento portato dalla crisi, per poi focalizzarmi, nello specifico, sulla traduzione pratica di questo cambiamento da parte dell’avanguardia imprenditoriale del nostro paese.
Certo, parlare di una crescita congiunta del ben-essere economico, sociale e ambientale ci distanzia dall’idea di decrescita e dalle teorie che predicano la necessità di uscire dal capitalismo. Per noi si tratta piuttosto di mostrare che è in atto un cambiamento interno al capitalismo, che a partire dalla crisi emerge un nuovo modo di fare impresa, che suggerisce che una crescita integrale è possibile. Che non vuol dire che questa sia l’unica strada, né che sarà per forza la strada maestra, perché la sua realizzazione compiuta dipende dalle alleanze tra diversi attori, tra cui la politica, le imprese, l’amministrazione e la società civile.
Detto questo, il primo punto è il cambiamento portato dalla crisi del 2008. Consociamo il modello di sviluppo che l’occidente ha seguito nei 30 anni prima della crisi: un modello basato sul consumo a debito, sulla finanziarizzazione dell’economia, sull’idea di una crescita economica illimitata, sullo sfruttamento delle risorse ambientali e sulla crescita delle disuguaglianze sociali.
La crisi ha mostrato l’insostenibilità di questo modello, incarnato ad esempio, dall’impresa che produce valore solo per gli azionisti, non anche per gli azionisti, a dispetto delle esternalità negative che può scaricare sulle altre parti interessate dalla propria attività, a partire dai territori e dalle comunità che vi abitano. Oggi pensare di ricominciare a crescere in questo modo è difficile, per le condizioni in cui ci troviamo: mi riferisco al debito accumulato da paesi e da privati, all’allarme per l’esaurimento delle risorse naturali, ai livelli attuali di impoverimento, in particolare degli ex-ceti medi, oltre che del fondo della scala sociale – dall’ultimo rapporto Istat abbiamo circa 5 milioni di persone in Italia che vivono sotto la soglia della povertà. Per non parlare della questione demografica, particolarmente spinosa in Italia, per i tassi di invecchiamento della popolazione e di scarsa natalità che abbiamo oggi: la disoccupazione e la precarietà professionale fanno poi sì che troppo spesso le famiglie di origine debbano erodere la ricchezza accumulata per sostenere i consumi dei giovani adulti, ovvero proprio di quella fascia che potrebbe consumare di più. In queste condizioni, dicevo, cosa significa ricominciare a crescere? Quale crescita è possibile? Questa è la domanda che tutti si fanno, e che è sottesa alle più recenti teorie e ricerche internazionali di matrice politica, sociologica, economica. Nel libro Una nuova prosperità, Mauro Magatti ed io abbiamo messo a sistema alcune recenti correnti di pensiero che convergono nell’indicare che una nuova prosperità è possibile se si abbraccia un modello di sviluppo umano che tenga insieme economia e società. Oggi abbiamo segnali di questo tipo di crescita, in cui il valore creato non è inteso come mero valore finanziario, ma come valore multiforme: economico, certo, ma anche sociale e ambientale insieme. Per misurare questo valore misto vengono creati strumenti nuovi: nuove misure del ben-essere che si affiancano al PIL, ad esempio, o la contabilità ambientale proposta per i territori, o il bilancio integrato per le imprese – ma prima di focalizzarmi sulle imprese, porto un paio di esempi di casi di crescita integrale a partire dal lato sociale. Non mi riferisco alla sharing economy in generale, ma alle nuove pratiche di collaborazione che sostengono una ritessitura della coesione sociale a livello territoriale. Ad esempio, le social streets come via Fondazza a Bologna e, in particolare, quei beni comuni che vengono rigenerati e valorizzati grazie a partnership che non rientrano né nel puro stato né nel puro mercato: un esempio noto è il castello di Padernello, in provincia di Brescia, che un gruppo di bresciani costituitosi su facebook ha deciso di ristrutturare, finanziando questa ristrutturazione tramite attività culturali in seno allo stesso. Immagino che stiate pensando anche all’Alpe di Succiso – in fondo vengono a studiarcela qui da tutto il mondo – una risposta generativa al rischio dell’abbandono montano. E per rimanere in seno al Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano - di cui abbiamo qui al tavolo Presidente, cito il progetto LIFE - EcoCLUSTER per la riqualificazione di Cerreto Laghi, una riqualificazione integrale perché ambientale, culturale, economica e sociale insieme.
Insomma, il territorio conta anche in epoca di globalizzazione, in modo nuovo: valorizzare le risorse del territorio è un modo per agganciare quelle che vengono dai flussi globali, collaborare anche localmente è una condizione per competere nell’arena globale.
Quanto ne sono consapevoli le nostre imprese reggiane? E qui guardo in particolare il Presidente Landi e il Dottor Domenichini, che immagino risponderanno nel loro intervento, e vengo al lato impresa – dunque al mio secondo punto, che riguarda il cambiamento nei modelli di business nel dopo-crisi.
Se si analizza la letteratura manageriale ed economica internazionale degli ultimi dieci anni, si vede come la nuova eroina di questa letteratura sia un’impresa aperta al contesto in cui opera, orientata al valore per le diverse parti interessate, dai dipendenti ai territori, dai clienti alle generazioni future. L’annessione del valore della sostenibilità sociale e ambientale nel core business dell’impresa riconfigura l’idea di impresa e il modo di fare impresa. Per chiarire, cito questo imprenditore intervistato che riassume benissimo il concetto di sostenibilità non più e non tanto come filantropia, ma come valorizzazione delle diverse risorse: “La sostenibilità è fondamentale. Dico di più: è una necessità per le aziende e per ambiente intendo non solo il verde, ma la cultura, il modo di essere e il disegno del futuro. E’ un investimento a lungo termine. La vera responsabilità sociale dell’impresa non è che ho guadagnato 100 e dò 1 indietro a qualcuno qua in giro, faccio beneficienza… è invece il concetto di azienda allargata”. Potrei citarne tanti altri. Abbiamo raccolto oltre 100 esempi di organizzazioni italiane che incarnano questo modello in un archivio on-line aperto, che chi è interessato trova al sito www.generativita.it. Tra questi casi cito un pool di aziende parmensi che investe congiuntamente in formazione non solo al proprio interno, ma su tutto il territorio perché ha capito che è nel proprio interesse avere personale competente sul territorio, non solo dentro l’azienda oggi. Oppure la Mutti, che non sfrutta il suolo quanto potrebbe per non depauperarlo: ovvero, anziché far crescere pomodoro su pomodoro rispetta i tempi di rigenerazione del terreno, E non per bontà ma per lungimiranza: perché poi dovrebbe cambiare suolo in pochi anni e chi garantisce la materia prima se è prodotta troppo lontano? O ancora la Berbrand di Bergamo, azienda che produce bottoni in madreperla con un marchio esterno, che ha richiesto l’Ecotest della Fondazione Acquario di Genova su tutta la filiera produttiva. Ciò ha significato investire fortemente nel ripopolamento dei fondali e nella formazione delle popolazioni locali, che trattano la materia prima, in Australia e Vietnam. La Berbrand ha raggiunto negli anni lo scarto zero, grazie allo sviluppo parallelo di materiali che le hanno aperto nuovi mercati, come la cantieristica e l’arredamento. Agli esempi storici – come la Loccioni di Ancona – si aggiungono esempi di start-up, cioè di imprese in fase di avviamento, come la D-Orbit di Firenze, che rimuove i satelliti a fine missione dallo spazio, evitandone l’inquinamento e in cui i turni di lavoro sono studiati sulle necessità dei dipendenti. D-orbit è una delle prime benefit corporations italiane, ovvero imprese che hanno ottenuto una nuova certificazione in quattro aree di responsabilità: i propri collaboratori, la comunità in cui operano, l’ambiente, le parti interessate dall’attività dell’impresa. Le benefit corporations formano un movimento globale - nel mondo sono ad oggi più di 1600 - e si connotano per la loro abilità di produrre profitto e, insieme, benefici per la società tutta.
Grazie ad una ricerca svolta in collaborazione con Unioncamere, abbiamo stimato che il modello che ho descritto è incarnato in Italia da circa il 20% di una popolazione di 22.000 pmi nei settori dell’abbigliamento, dell’alimentare, dell’arredo e dell’automazione meccanica. Da questa ricerca emerge un dato interessante: questo 20% è il sottogruppo che ha i risultati finanziari migliori.
Qui sorge la domanda con la quale concludo: com’è che negli ultimi anni le imprese hanno internalizzato il valore della sostenibilità? Gli imprenditori sono per caso diventati tutti ecologisti negli ultimi anni? Non credo questo, credo piuttosto che capitalismo sia un sistema dinamico, che dalla sua nascita ha conosciuto diverse fasi, ciascuna caratterizzata da una specifica organizzazione culturale e materiale. E che tra i fattori che influiscono sull’evoluzione del capitalismo, un posto privilegiato sia occupato dalle domande sociali che caratterizzano ogni epoca, domande a cui la produzione risponde, e nel rispondere si modifica. Alla crisi del 2008 ha fatto seguito una nuova domanda sociale, di sviluppo sostenibile e di possibilità di contribuzione alla valorizzazione delle risorse. E la risposta della produzione è consistita proprio nel promuovere il valore della sostenibilità a cui sono correlate la nuova idea di impresa, di valore e di sviluppo che ho esposto a grandi tratti"