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21 Agosto Ago 2017 0856 3 months ago

La passione per il lavoro che guida la crescita

Di

Bernahard Scholz

I ranking mondiali delle economie nazionali ci mettono di fronte sempre allo stesso paradosso: da una parte, l’Italia, nelle diverse classifiche, appare tendenzialmente in posizione mediana, se non più in fondo; dall’altra, questa stessa Italia, oltre a essere tuttora il secondo Paese manifatturiero in Europa, è riconosciuta come nessun’altra al mondo per la qualità particolare dei suoi prodotti e la flessibilità risolutiva dei suoi imprenditori.

I dati sull’export lo dimostrano con chiarezza. Com’è possibile allora che queste due condizioni continuino ad andare avanti insieme?

Sicuramente, pesano nelle valutazioni generali quei fattori frenanti che riguardano soprattutto l’inefficienza della pubblica amministrazione, i ritardi della giustizia civile e il mixtum compositum fra elevata spesa pubblica, alta tassazione (a fronte di servizi non all’altezza) e debito sovrano. Ma resta il fatto che, proprio in mezzo a tale mancanza di fattori pubblici abilitanti rispetto ad altri Paesi, le imprese italiane e, in particolare le quattromila imprese di medie dimensioni che potremmo definire trainanti, dimostrano una capacità di innovazione e di competitività che le posiziona in tanti casi ai vertici dei ranking aziendali internazionali. Senza dubbio tale “traino” economico non è in questo momento abbastanza forte per portare a una crescita sufficiente e a un soddisfacente livello di occupazione. Ma, proprio per questo, bisogna riflettere sulle ragioni che permettono a tante imprese di raggiungere, anno per anno, un’eccellenza riconosciuta a livello globale per poter riconoscere e condividere con maggiore forza divulgativa quei fattori che fanno la differenza e agiscono da “driver” per un’auspicata crescita sostenibile e duratura dell’intero Paese.

Si tratta essenzialmente di fattori generati in una storia millenaria e trasmessi lungo le generazioni. In primis c’è il gusto del bello e del buono che caratterizzano la cultura produttiva italiana. È proprio questa cultura che rende diverso, interessante, desiderabile – e in termini economici competitivo – il cibo, il vino, il mobile, il vestito e la macchina utensile che provengono dalla nostra penisola o dalle nostre isole. A questo si aggiunge una cultura del lavoro che non viene vissuto solo come mera attività per sostentarsi, ma come espressione di una passione per realizzare qualcosa che sia “fatto bene”, studiato e curato nel dettaglio. Non ultimo, il nesso fra l’impresa e il territorio in cui opera esprime una radice talmente profonda da permettere a persone, altrimenti ritenute “provinciali”, di presentarsi presso altri Paesi con un’identità certa e al contempo accogliente e comprensiva, che crea una particolare ricchezza nei rapporti con i clienti e facilita la collaborazione laddove altri fanno più fatica per mancanza di capacità relazionali e di flessibilità. Questi fattori sono il proprium dell’Italia, specialmente nella loro combinazione.

La facile e comprensibile obiezione che quelle elencate siano caratteristiche difficili da trasmettere nelle modalità di una semplice applicazione ci invita a cogliere l’invito che si trova in un famoso pensiero che Goethe ci ha lasciato nel suo Faust e che viene ripreso dal Meeting di Rimini come titolo della sua edizione di quest’anno: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Saper riconoscere la bellezza in tutte le sue espressioni e plasmare il lavoro secondo i suoi canoni sempre vecchi e sempre nuovi, saper trasformare i doni della natura valorizzandoli nella loro originalità, saper affrontare con un’intelligenza creativa e appassionata problemi che sembrano irrisolvibili sono capacità così profondamente umane da sfuggire a una trasmissione semplicemente “meccanica” o solo nozionistica. Occorre riguadagnarle attraverso un lavoro che diventa esperienza in una immedesimazione con chi, a sua volta, è riuscito a possedere questa eredità. Il senso del bello, il gusto del buono, la passione per il lavoro non possono essere completamente decifrate in una “istruzione per l’uso”, sono piuttosto affidate, di generazione in generazione, a una comunicazione personale insostituibile e ultimamente gratuita, non strumentalizzabile. Ed è questo l’altro grande paradosso dell’Italia: la sua economia reale dipende da questa gratuità del dare e del ricevere l’eredità di una cultura di relazioni aperte e attente, di una sensibilità particolare per la bellezza, di un uso genuino e rispettoso dei frutti della natura. Riguadagnare ogni giorno la grande eredità di questa cultura che si riflette nei prodotti e nei servizi ma rinasce, cresce e si arricchisce nei rapporti famigliari, educativi e lavorativi non è un nostalgico romanticismo, ma la conditio sine qua non per non perdere quel patrimonio prezioso che permette di portare in un mondo sempre più omologato una diversità che tanti desiderano e cercano.

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