L'arte Di Essere Fragili Alessandro D'avenia @Giulietta Vacis Copia K Ls C U1100171275887x DG 1024X576@La Stampa
8 Settembre Set 2017 1124 17 days ago

D’Avenia: l’uomo è sempre stato fragile. Lo salvano solo le relazioni. Lo scrittore al Tempo delle Donne

Diventa forte non perché non deve chiedere mai, ma quando gli si può chiedere di essere un amico, padre, marito, fidanzato o figlio affidabili

Di

Alessandro D'avenia

L’uomo è sempre stato fragile e lo diventa di più quando finge di non esserlo, come quando ripeteva protetto dal suo insufficiente dopobarba: «non devo chiedere mai». L’uomo (e la donna) sono fragili per costituzione: mentre gli animali si specializzano tirando fuori corazze, zanne, artigli e tutto ciò che serve a vivere, l’uomo non si specializza in nulla perché ciò che lo differenzia dagli animali è l’intelligenza riflessiva, cioè la possibilità di conoscere se stesso e il mondo. Mentre gli animali si adattano all’ambiente, l’uomo adatta l’ambiente a sé rimanendo sanamente fragile. É fragile perché resta comunque mortale e, a differenza degli animali, lo sa. Questo però lo rende più esposto alla morte e inerme. Cerca di eluderla tentando di fingersi immortale, cioè ignorandola o cercando di ingannarla con modi e mode sempre nuovi, ma poi sempre provvisori. È la mancata accettazione della morte che rende gli uomini e le donne fragili, perché diete, fitness, chirurgia, oggetti, non ci danno reale controllo sulla vita, ma servono a tacitare la paura di essere soli, di essere provvisori.

Questa fragilità che tutti ci accomuna ha però un antidoto, i veri artigli umani: l’amore, cioè l’accettazione della nostra e altrui mortalità e debolezza, di fronte alla quale possiamo metterci in ascolto e al servizio, riscattandola, oppure ignorarla con un sempre insoddisfatto individualismo ludico. Il cucciolo d’uomo ha bisogno di un lunghissimo svezzamento, mentre l’animale deve da subito arrangiarsi. Il bambino impara a dire «tu» prima che «io»: conosce sé attraverso la relazione. Noi siamo fragili proprio per imparare a prenderci cura della vita, con l’intelligenza del cuore. A questa fragilità, costitutiva e caratterizzante tutte le epoche, l’uomo di oggi ne ha aggiunta un’altra, tipica della società liquida. È diventato un io-cipolla: non abbiamo più un nucleo di permanenza, non cerchiamo più il senso della nostra storia, ma siamo successive e provvisorie stratificazioni: sono di Milano, faccio l’avvocato... senza un io che unifichi strati più o meno temporanei. Diventa quindi fondamentale che ogni esperienza vitale sia il più adrenalinica possibile, in una tensione acrobatica che cerca di guadagnare tempo e spazio, per immunizzarsi dalla morte e dalla sua sorella minore, la solitudine.

Ci si estende fuori di sé, si rinuncia all’identità appiattendosi sull’energia delle emozioni, perdendo il contatto con il proprio io profondo e usando l’altro per autosoddisfazione e autoaffermazione, come coerente conseguenza del fatto che non si può amare qualcuno se non si è prima qualcuno.

Periodicamente questo prestazionismo da circo genera crisi dolorose, che sono salutari se riconosciute come sintomo di mancanza di unità e senso: il fatto che tutto si consuma ci ricorda ancor più che siamo mortali e, come per la cipolla, tolti gli strati restano solo le lacrime di chi deve ammettere a se stesso di non essere felice. Non essendoci un nucleo da cui guardare e vivere il mondo, pur di essere qualcuno ci si riversa su compiti che di volta in volta il mondo ci affida o ci procuriamo, ma quando i ruoli vanno in crisi per ragioni contingenti, ecco che l’uomo resta sospeso nel vuoto identitario, nella vertigine del nessuno celato dietro i centomila. Ma l’uomo è qualcuno se sono significative le sue relazioni fondamentali (essere), non i suoi ruoli (avere, apparire, fare): l’uomo è forte a partire dalla profondità strutturata grazie alla qualità delle sue relazioni come figlio, fratello, padre, fidanzato, marito, amico... Solo le relazioni portano l’uomo a prendersi la responsabilità del mondo e degli altri e attraverso l’altro a conoscere e definire se stesso. Conosco uomini capaci di sacrifici eroici in palestra, in fuga quando si tratta di sostenere un momento di crisi di coppia, la difficoltà di un figlio... Hanno coltivato muscoli esteriori e la loro identità profonda si è dissolta alla prima responsabilità, anzi si è svelata ciò che era: il vuoto di una statua di cartapesta. Ma questo può salvarci.

Il nostro desiderio di infinito è soddisfatto dalla consistenza dei nostri amori, non da emozioni passeggere: un uomo pesa quanto sa amare non quanto gode, anche perché gode quanto sa amare. Non c’è emozione più grande di diventare padre, di essere un marito fedele, perché le relazioni, con la loro fatica e gioia, portano a una definizione profonda e a una fioritura del proprio sé: il desiderio di felicità si confronta con i limiti, e se ne nutre, anziché fuggirli, come lo scultore con la pietra, sarebbe assurdo si lamentasse della sua durezza. La donna oggi occupa sempre più ruoli tradizionalmente appannaggio dell’uomo e grazie ai quali egli costruiva la sua «pretesa» di identità, ma scoprendo che la donna può fare a meno di lui è costretto a interrogarsi su chi è e quale sia la sua specificità virile, a monte dei ruoli. Se non trova risposta dentro di sé va alla ricerca dell’acrobazia edonistica, si narcisizza, provando a risolvere la propria identità in strati superficiali dell’apparire, dell’avere, del fare... e diventa fragile fino a sgretolarsi come una casa inadeguata ad affrontare i terremoti della vita.

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