Cooperativa Di Comunità Formazione
13 Settembre Set 2017 1128 12 days ago

Partecipazione inclusiva

La classe creativa di Florida ha fallito: per lo sviluppo urbano è necessario puntare su progetti coinvolgenti di cittadinanza attiva, che mettano insieme esperti e comunità

Di

Pier Luigi Sacco

Da Nòva Il Sole 24 Ore, 10.09.17

Prima o poi doveva succedere. La “bolla” della teoria della classe creativa di Richard Florida era destinata a scoppiare. La ragione è semplice: malgrado la sua apparente aderenza allo spirito del tempo nel richiamare il ruolo dei creativi (la cui definizione è sempre rimasta empiricamente fumosa e problematica) nell’innescare dinamiche virtuose di sviluppo urbano, la concezione di Florida non poteva in realtà essere più inattuale. Ciò che contraddistingue più di ogni altra cosa l’epoca contemporanea dal punto di vista della produzione di contenuti culturali è la sua ubiquità sociale.

La grande maggioranza delle persone ha oggi a disposizione tecnologie estremamente potenti, economiche e usabili per la produzione semi-professionale di contenuti di qualunque tipo: immagini in movimento, fisse, musica, testi multimediali, e sempre più anche videogiochi, che girano anche su dispositivi non più grandi e ingombranti di un quaderno o persino tascabili e liberano il lavoro creativo da qualunque vincolo spaziale. Con un modesto investimento economico e una sufficiente costanza nello sperimentare e nell’apprendere si può passare a un livello produttivo professionale con una rapidità un tempo impensabile, e naturalmente i contenuti prodotti possono essere distribuiti in modo sia generico che mirato con modalità impensabili prima dello sviluppo dei social media contemporanei.

In ultima analisi, quindi, così come l’avvento delle industrie culturali aveva drammaticamente espanso la dimensione dell’audience, il nuovo scenario sta invece abbattendo proprio la distinzione tra audience e creatori, aprendo la strada a nuove forme dirompenti di co-creazione collettiva che stiamo soltanto iniziando a comprendere. E’ evidente quindi come, in un simile contesto, fondare un modello di sviluppo su un dualismo tra creativi e non creativi vuol dire negare l’essenza stessa del modo in cui oggi la cultura può creare valore sociale, e in prospettiva anche economico. Tra l’altro, parlare di ‘classe creativa’ non ha molto senso nemmeno dal punto di vista sociologico visto che, come abbiamo appena osservato, ciò che evapora nel nuovo scenario è proprio la barriera costituita dall’accesso ai mezzi di produzione. Il problema del conflitto sociale si sposta semmai al livello del controllo delle piattaforme che fungono da aggregatori dei contenuti, ma questo è un altro tema.

Il principale danno del paradigma di Florida è stato quello di convincere tanti amministratori che la chiave del successo delle politiche dello sviluppo locale fosse quella di appiattirsi sulle aspettative e sulle necessità della “classe creativa”, creando di fatto le condizioni ideali per trasformare i produttori culturali in agenti, spesso involontari, di gentrificazione, ed esasperando una spesso già preesistente diffidenza delle fasce sociali più esposte ai rischi di espulsione sociale ed economica e più marginalizzate nei confronti della cultura come fattore di inclusione sociale.

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