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2 Novembre Nov 2017 1532 18 days ago

Curare il lavoro con investimenti coraggiosi

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Quando l’iniziativa economica e sociale si slegano per massimizzare il profitto nel breve termine, finiscono per impoverirsi persone, relazioni e contesti. I danni pesantissimi della crisi iniziata nel 2008 ne sono una conferma.

Riaprire il futuro significa sostenere le strategie di quelle imprese già proiettate verso opzioni di medio-lungo periodo più attente all’impatto sociale e alla rigenerazione delle risorse. Sono organizzazioni che lavorano sulla qualità come elevato grado di cura per quel che si fa e per come lo si fa, sulla centralità del lavoro e sulla relazione di reciprocità con il territorio.

Molte ricerche mostrano l’avanzare di un modello imprenditoriale “generativo”, capace di cerare valore multiforme (economico, sociale, culturale, relazionale, istituzionale). Non più categoria solo quantitativa e materiale, il “valore” si rivela come prodotto composito di processi e di relazioni plurali d’interdipendenza, che coniugano obiettivi economici e finalità sociali in modo creativo e responsabile. Per queste imprese non esiste un prima e un poi: non si tratta di perseguire, prima, massimizzandolo, il profitto, e poi contribuire in qualche misura a finalità di natura sociale. Piuttosto, il raggiungimento del profitto è parametrato così da generare, nel suo stesso prodursi, valore sociale in termini di legami, fiducia, riproduzione delle risorse, rispetto dell’ambiente, qualità del lavoro. Un supposto dilemma tra profitto e sostenibilità, successo e solidarietà si rivela qui inconsistente, poiché questi obiettivi sono interpretati in modo integrativo e non oppositivo. I driver di efficienza ed efficacia vengono bilanciati da coordinate etiche, la cui inosservanza produce la perdita d’identità dell’impresa stessa. Ne consegue un “valore contestuale e condiviso” dove la crescita è di tutte le parti in gioco all’interno dell’impresa e nel territorio in cui essa si innesta.

Si tratta di un cambio di paradigma che necessita di azioni di sostegno. In primo luogo serve raccontare diversamente l’impresa per evidenziarne le potenzialità in termini di generazione di bene condiviso. Ciò comporta attivare un nuovo dialogo tra scuola/territori/pubblica amministrazione e imprese, allestendo spazi d’incontro e reciproco riconoscimento.

Un altro passo è la crescita della consapevolezza del proprio ruolo di co-generatore di sviluppo integrale da parte del mondo imprenditoriale, così che l’azione privata divenga discorso pubblico.

Appare, inoltre, vitale autonomizzarsi da modelli d’impresa “d’importazione” che non corrispondono alle condizioni socio-culturali di un contesto quale quello italiano che, per vocazione, può coniugare in modo originale il globale e il locale.

Del cambio di paradigma fa parte anche il prendersi cura del lavoro con investimenti coraggiosi affinché sia un luogo di realizzazione dell’umano, ambito in cui si coniugano espressione dell’originalità personale e contribuzione al miglioramento del mondo. Di fronte ai dati drammatici di disoccupazione ed emigrazione pensiamo in particolare alla valorizzazione dei giovani.

Infine, per evitare di arenarsi in iniziative solo sporadiche o marginali, prospettando, invece, soluzioni capaci di fare sistema, è chiamata in causa la decisione di premiare chi genera valore. Si apre qui lo spazio delle policy: mettere a punto dei meccanismi premianti (defiscalizzazione, ecc.) di chi produce valore multiforme nelle comunità e nei territori – chi forma e promuove le nuove generazioni, chi opera in modo sostenibile, chi contribuisce a valorizzare la cultura e l’ambiente, chi innova generando nuovo lavoro, chi promuove pratiche solidali e inclusive – può incentivare modelli virtuosi disconoscendo socialmente coloro che optano per strategie predatorie. Si tratta di riconoscere e distinguere pubblicamente chi solo consuma da chi assume una logica contributiva e sostenibile avendo imboccato la strada della generazione di valore.

Una strada che guarda alle future generazioni.