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5 Febbraio Feb 2018 1158 2 months ago

Quando la politica è anti-generativa

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Da la Repubblica GENOVA, 5 febbraio 2018

Siamo usciti o meno dalla crisi economica e sociale degli ultimi 10 anni? E’ iniziata o meno la ripresa? Si ascoltano tante risposte diverse a queste domande; nessuna appare davvero universalmente convincente. C’è chi argomenta positivamente a partire dalla crescita del PIL e da altri indicatori economici, ma è sempre più difficile credere ai numeri astratti della finanza e della macroeconomia per chi ha vissuto e vive le lacerazioni, le precarizzazioni, l’insicurezza ed il sostanziale impoverimento che la stagione speculativa del capitalismo finanziario ha disseminato alle nostre spalle. C’è anche chi, più concretamente, guarda al superamento della crisi a partire da esperienze e buone pratiche positive di impresa e di comunità delle quali pure l’Italia è ricca e che sembrano dimostrare che una ripresa è possibile, così come un nuovo modello di sviluppo che, pur senza rinunciare al capitalismo, ne riequilibri gli eccessi e la scarsa considerazione per l’umano. C’è chi pensa che sia tutta una questione di sicurezza, per cui si esce dalla crisi solo reprimendo i disordini che la macchina capitalistica non contempla per poter ben funzionare, come i movimenti globali di persone, gli eccessi di libertà individuale e diritti collettivi, la possibilità di un controllo istituzionale e diffuso sui risultati prodotti dall’economia. Ogni risposta contiene probabilmente un pezzo di verità e una parte di soluzione, ma occorrerebbero la forza e la capacità di una visione nuova del futuro per poter arrivare ad una sintesi condivisa e ad una consapevolezza comune. E’ questo il compito proprio della politica, ed è un compito eminentemente generativo. Nella incerta transizione che stiamo attraversando tra la passata stagione del capitalismo finanziario, nella quale l’immaginario e le pratiche del consumo sono state alimentate a dismisura da una finanza completamente sganciata dall’economia reale, e quello che sarà il modello di sviluppo dei prossimi decenni (in fondo è questo passaggio faticoso ciò che oggi davvero si può chiamare crisi), occorre trovare risposte generative, anche e soprattutto mettendosi in ascolto di quelle esperienze di impresa, società civile, istituzioni, territori che, in Italia, in questi anni, hanno saputo generare innovazione e sviluppo e rigenerare storie e patrimoni secolari, pur vivendo in un contesto di crisi profonda. Esistono banche dati, come Genius Loci, l’Archivio della Generatività Sociale in Italia (www.generativita.it), ed esistono soprattutto migliaia di casi reali. Per avere una politica generativa basterebbe che qualcuno provasse ad “unire i puntini” di questa ripresa, a tratti straordinaria, ma per lo più sconosciuta e lontana dalle stanze dei bottoni. E’ possibile? Una risposta si può cercare nel raffronto tra ciò che la politica è ed appare oggi e il concetto di generatività sociale. Possiamo definire generative le pratiche che sono capaci di mobilitare il desiderio delle persone e il genius loci del territorio, valorizzandone bellezza, profondità, emozione, autenticità. E’ generativo ciò che mette al mondo qualcosa di nuovo, di inedito, di unico, anche rigenerando storici patrimoni ed eredità fisiche e culturali del passato altrimenti destinate a scomparire. Genera chi si propone di accompagnare nella crescita ciò a cui da vita, abilitandolo ad essere se stesso, senza volerne condizionare lo sviluppo a schemi e fini predeterminati, interessi specifici o logiche passate. E’ generativo ciò che concepisce la creazione di valore non come mera estrazione dalla società di un profitto individuale ma come contribuzione sostenibile al bene comune. Sono generativi coloro che sono capaci di lasciare andare ciò che hanno contribuito a sviluppare non appena sia pronto ad andare avanti con le proprie forze. Le esperienze generative sono esemplari, rischiano del loro, ci mettono la faccia e parlano attraverso fatti e possibilità concrete; sono proiettate nel medio-lungo periodo e guardano alla sostenibilità anche per le generazioni future, non solo alla convenienza immediata; sono capaci di relazione e abilitano le persone, riconoscendone il valore e promuovendone le capacità e l’autonomia, senza pretese di controllarle e farne dei meri clienti. Pensiamo e guardiamo ora la politica attuale; consideriamo i tanti “nuovismi” degli ultimi anni, da Renzi a Grillo, da Salvini alla Meloni alle tante microalleanze elettoralistiche ed aprogettuali del momento. Più che i lineamenti di una politica generativa, nei volti e nei metodi della politica nazionale attuale possiamo amaramente riconoscere una definizione quasi scientifica di ciò che generativo non è. Tali e tante sono le caratteristiche opposte alla generatività che la politica italiana mette in mostra, che la tentazione di astenersi da essa, anche per chi crede che sia possibile qualcosa di differente e magari lo pratica già nel quotidiano, diviene davvero forte. Sarebbe tuttavia un errore rinunciare alla politica, perché solo una politica autentica può “unire i puntini” della generatività sociale che oggi costituiscono l’arcipelago dell’autentico valore italiano. Se non vogliamo che il futuro si riduca ad un mero scambio tra sicurezza e libertà, in cui ci venga chiesto di cedere e delegare un pezzo sempre più rilevante della nostra libertà, autonomia e desiderio ai “manovratori” in cambio della possibilità di poter continuare a consumare senza sosta ciò che essi ci propongono, occorre credere che sostenibilità, contribuzione, partecipazione siano ancor il cuore della vita sociale e il motore di quella politica. Forse ci sono persone che lo credono anche tra coloro i cui nomi saranno scritti, il 4 marzo, sulle schede che la bizzarria delle legge elettorale e dei partiti ci consegneranno. Vale la pena di provare quantomeno a cercarle e a capire da loro se ci credono veramente.