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18 Maggio Mag 2018 1402 one month ago

L'innovazione (irreversibile) del secondo welfare

Un modello che si è dimostrato capace di comporre, attraverso una moltitudine di soggettualità, risposte adeguate ai cambiamenti in atto

Di

Paolo Venturi

Il 21 marzo a Salerno, nel corso del convegno “Da Antonio Genovesi al secondo welfare”, Lorenzo Bandera ha presentato i principali contenuti del Terzo Rapporto sul secondo welfare che sono stati successivamente commentati da Paolo Venturi. Con la sua riflessione il direttore di AICCON ha aiutato a comprendere meglio il ruolo che va assumendo il secondo welfare nel nostro Paese e permesso di cogliere in maniera più profonda alcune dinamiche che lo contraddistinguono. Abbiamo chiesto a Venturi di sintetizzare i principali passaggi del proprio intervento per non perderne la ricchezza.


Abbiamo imparato a chiamarlo “secondo welfare” per il suo essere integrativo/complementare e comunque non sostitutivo del primo, ma per la moltitudine di forme che assume lo potremmo tranquillamente chiamare “welfare plurale”. La dimensione plurale nasce, quasi come in un puzzle, dalla capacità di comporre attraverso una moltitudine di soggettualità, un quadro di risposte e soluzioni (con modalità e motivazioni completamente diverse) rivolte ai crescenti bisogni di cura e ben-essere dei cittadini; risorse eterogenee che giocano la partita della “publicness” in un campo che vede l’inesorabile crescita delle disuguaglianze e della domanda di servizi sociali.


Secondo welfare come piattaforma (eterogenea) per dilatare il perimetro pubblico

I numeri del ben più noto e rilevante primo welfare ci dicono che la spesa sociale, che in valori assoluti per quasi l’80% è assorbita da pensioni e sanità, va certamente ri-bilanciata, efficientata e aumentata significativamente per ciò che riguarda il supporto a nuove povertà, politiche attive, famiglia, domiciliarità e politiche giovanili. Nonostante la positiva introduzione del Reddito di Inclusione (già 316.693 persone hanno usufruito della misura), della legge sul “dopo di noi” (che istituisce un fondo compartecipato da Enti Locali pari a oltre 180 milioni per il triennio 2016-18) e il rafforzamento dei tradizionali fondi legati alle politiche sociali, è illusorio immaginare che l’azione redistributiva (benchè necessaria) si possa dimostrare sufficiente per rispondere in maniera adeguata ai cambiamenti sociali che ci attraversano. Trasformazioni repentine che in parte spiazzano la dimensione standard dei servizi pubblici e che stanno generando un vero e proprio mercato.

Ne sono prova gli oltre 37 miliardi di spesa out of pocket (in gran parte non intermediati) delle famiglie e la crescente penetrazione di player for profit che con la logica del del “low cost” propongono pacchetti on demand sempre più individualizzati. Se a ciò aggiungiamo il dato demografico - nel 2065 il 33,7% della popolazione sarà over 65 (Istat 2017) - emerge con forza l’esigenza dell’allargamento del campo “pubblico” attraverso la creazione di nuove piattaforme di servizi che, grazie all’apporto diversificato di soggetti e istituzioni orientati all’interesse generale e alla valorizzazione delle risorse disponibili, si possano dimostrare capaci di superare le colonne d’Ercole dei vincoli di bilancio dello Stato.

Un campo questo in cui il secondo welfare - dal welfare aziendale alla filantropia, passando per il Terzo Settore - gioca un ruolo decisivo non solo nel dilatare il perimetro pubblico ma anche nel facilitare il passaggio ad un welfare a base comunitaria in cui la Pubblica Amministrazione virtuosa gioca il ruolo di “istituzione abilitante” orientata a promuovere innovazione sociale


Ricomporre la frattura fra sviluppo e welfare

Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi ha a che fare con la natura dei nuovi bisogni e con il necessario ancoraggio economico che il welfare deve assumere in un contesto trasformato. La sfida del welfare del futuro non passa solo dallo stock di risorse e dal coinvolgimento armonico di una pluralità di attori, ma chiede ai policy maker di comprendere a fondo le implicazioni dovute ai “cambiamenti radicali” dei meccanismi di produzione del valore e la diversa natura del rischio da cui il welfare ci deve proteggere.

Dal 1942 (Piano Beveridge) in poi, il Welfare in Europa ci ha sempre assicurato da rischi di natura esogena (ciclo economico, salute, perdita lavoro, ecc) ma oggi oltre ai tradizionali bisogni di protezione sociale si aggiungono quelli endogeni, ossia causati dai modelli di funzionamento di una società sempre più connessa ma profondamente disgregata (basti pensare al tema della conciliazione fra tempi di vita e tempi di lavoro).

L’altra questione che impatta sulle scelte di welfare è quella relativa a “come” la ricchezza viene generata (e redistribuita) nell’era della IV rivoluzione industriale. Per un welfare quasi esclusivamente occupazionale come il nostro, infatti, diventa decisivo capire come si produce valore, quanta parte del valore va al lavoro e di che “tipo di lavoro” si tratta. Non sto parlando dell’eventuale trade off della tecnologia sull’occupazione ma del fatto che in Italia, come ha osservato recentemente Francesco Seghezzi sul Sole 24 Ore, diversamente da altri Paesi, i posti di lavoro si stanno concentrando in misura crescente in quell’area fatta di “basse qualifiche” che rischiano di aumentare il già cospicuo numero di working poor. In altri termini, anche lavorare oggi può non bastare per non cadere in povertà.

Per evitare questi paradossi bisogna mettere al centro del dibatto del welfare, la ricomposizione con la dimensione economica. Promuovere “la produzione, come fatto sociale” (Becattini 2016) diventa un tema irrinunciabile se vogliamo andare all’origine di molti bisogni sociali e agire direttamente sulle cause e non solo sulle conseguenze. Occorre andare ai meccanismi generativi della vulnerabilità(secondo Banca d’Italia in Italia 14 milioni di persone, il 23% della popolazione è a rischio povertà ossia ha un reddito equivalente di 830 euro) ricomponendo la frattura fra l’economico e il sociale, cominciando ad interrogarsi seriamente su come accompagnare e premiare chi produce e condivide valore nel tempo, piuttosto di chi lo estrae; chi condivide il valore aggiunto con il lavoro piuttosto che con azionisti ignoti; chi conversa con il proprio territorio valorizzando asset e beni comuni, piuttosto di chi lo abita solo per godere di incentivi di breve periodo.

Assumere questa prospettiva mette in gioco dinamiche diverse, politiche diverse, azioni diverse. Sono azioni di sviluppo che costruiscono endogenamente le condizioni per comunità più coese e meno vulnerabili. Aver legittimato politicamente la separazione (e non già la distinzione che è cosa ben diversa) tra sfera economica e sfera sociale, attribuendo alla prima il compito di produrre ricchezza e alla seconda il compito di redistribuirla sia stata la più grande "colpa" del Welfare State, perché ha fatto credere che una società democratica potesse progredire tenendo tra loro disgiunti il codice dell'efficienza e il codice della solidarietà.

Occorre riallineare i codici: quello della Comunità della Cura e quello della Comunità Operosa (Bonomi 2012), quello del Welfare Comunitario e delle Economie inclusive (Venturi e Zamagni 2017). Il welfare diventa così il frutto dello sviluppo endogeno di un territorio, che misura la sua competitività in termini di coesione sociale e sostenibilità ambientale.


Il cittadino come potenzialità

Dilatare il perimetro pubblico e armonizzare lo sviluppo economico con la domanda di protezione sociale sono solo alcuni dei tratti distintivi di una nuova offerta di beni e servizi a finalità sociale che genera il 5% del PIL italiano e che viene ben descritta nel Terzo Rapporto sul secondo welfare: un welfare distribuito e policontesturale (Prandini e Orlandini 2015) capace di promuove innovazione sociale legandosi al territorio e al lavoro.

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