Progetto
I componenti del progetto Geniusloci.
Per uscire dalla crisi, che non è solo economica, occorre ritrovare il coraggio dell’impresa declinandolo in maniera moderna, e cioè coinvolgendo i molteplici «capitali» comunitari (umano, relazionale, sociale, economico). Questo suggeriscono, fra l’altro, le esperienze che l’Archivio della generatività italiana, progettato dall’Istituto Luigi Sturzo e dall’Almed, racconta su questo sito.Dopo aver messo a punto criteri, ispirazione e orientamenti della ricerca e metodo di indagine e archiviazione (chiariti nei documenti qui sotto), il Comitato scientifico e la redazione hanno individuato alcuni casi esemplari da cui far partire l’indagine. Il metodo di lavoro è partito dall’ascolto: concretamente – dopo una istruttoria preliminare – andiamo a incontrare, intervistare e osservare quelli che ci paiono «casi di generatività».Il risultato di questi incontri è il materiale che trovate sull’Archivio: la narrazione di esperienze, ciascuna a suo modo paradigmatica, che hanno saputo reinventare la tradizione, hanno prodotto valori e significati, hanno saputo affrontare le sfide della contemporaneità in modo generativo.
Ispirazioni, ragioni, orientamenti
Dedicare tempo e cura all’ascolto delle forze generative del Paese per dare loro parola e apprendere dalle loro stesse esperienze, appare il passo più urgente da compiere.
Genius Loci – L’Archivio della Generatività Italiana” si ispira all’opera di Luigi Sturzo, a partire dalla convinzione che, oggi come allora, la divaricazione tra la vivacità del Paese reale e la sterilità delle dinamiche politico-istituzionali costituisca la causa principale della crisi economica, dell’involuzione istituzionale e del degrado morale in cui l’Italia sembra intrappolata. Di fronte a tale situazione, dedicare tempo e cura all’ascolto delle forze generative del Paese per dare loro parola e apprendere dalle loro esperienze, è – secondo la lezione sturziana – il passo più urgente da compiere. Non si tratta semplicemente di collezionare “buone pratiche”. Si tratta, piuttosto, di adottare un metodo di lavoro che permetta di arrivare a delineare quella nuova idea di sviluppo di cui l’Italia ha disperatamente bisogno, ma che nessuno sembra in grado di darle. Insuccesso non casuale: solo rimanendo fedeli e reinterpretando la propria straordinaria unicità – fatta di territorio, famiglia, piccola impresa, creatività – l’Italia potrà capire come stare al mondo nell’epoca della globalizzazione.
Nella loro varietà e originalità, i casi raccolti non rappresentano una collezione di storie felici, ma esprimono tante sfaccettature di un unico racconto del Paese che c’è ma non si vede, attraverso una rete di rimandi a territori, saperi, storie, idealità.
Genius Loci – L’Archivio della Generatività Italiana nasce, dunque, con un mandato ben preciso: mettersi in ascolto dei tanti che, lontani e inascoltati dai media e dalle istituzioni, scommettono sulla propria passione, impegno, capacità. E con loro – in un dialogo franco e proficuo con il capillare sistema di reti (funzionali, rappresentative, territoriali) che innerva il nostro Paese – lavorare per interpretare e far riemergere lo slancio vitale e la fibra morale dell’Italia di oggi. Raccogliendo frammenti di quanto di buono, di bello, e di vero esiste attorno a noi, l’Archivio è un pre-testo per guarire lo sguardo del Paese, ferito e quasi sopraffatto dal dilagare del cinismo e della desolazione. L’obiettivo è quello di recuperare le radici profonde del Paese, capaci di accordare senso e efficienza, tradizione e innovazione. Nella loro varietà e originalità, i casi raccolti non rappresentano una mera collezione di storie felici. Mediante una fitta rete di rimandi a territori, saperi, storie, idealità, essi sono le componenti di un vero e proprio iper-testo che, a poco a poco, permetterà di far affiorare le tante sfaccettature di un unico racconto di quel Paese che c’è ma non si vede. Infine, l’Archivio è un con-testo, cioè uno spazio di ricerca a partire da quanto concretamente c’è, in vista della definizione e disseminazione di soluzioni istituzionali, modelli di azione, pratiche organizzative efficaci e innovative. Al di là delle nostre forze e capacità, tali aspirazioni trovano, nella vivida concretezza dell’Archivio e nella fedeltà alle persone incontrate, l’ ancòra e la bussola per combattere le derive dell’ autoreferenzialità e dell’intellettualismo. Gli obiettivi dell’Archivio sono:
- permettere l’identificazione in quella parte di Paese che c’è e di cui possiamo essere orgogliosi;
- individuare parole, caratteri, simboli dell’Italia generativa;
- realizzare la connessione, la comunicazione e l’emersione dell’Italia generativa;
- mettere a punto modelli, pratiche e soluzioni generative nei territori e con le reti;
- delineare l’ispirazione, le linee e gli strumenti di una politica generativa.
I sette criteri della generatività
- Valore e intrapendenza: la generatività è dismisura, dono, disponibilità a sopportare il rischio e la fatica di una scommessa mai garantita. In quanto disponibilità a spendersi creativamente per qualche cosa di bello, di buono e di vero, la generatività dà forma e concretezza al valore mentre lo afferma.
- Innovazione e mobilitazione: Quale sguardo inedito sul mondo, essa trascende il dato di fatto, aprendo così strade innovative che sono capaci di mobilitare e valorizzare risorse umane e strumentali diffuse, non ancora impiegate o disperse.
- Fedeltà e fiducia: radicata in un terreno che la precede e aperta ad un futuro che la supera, la generatività non si stanca di ricostruire le condizioni della fiducia, investendo su legami e significati condivisi attorno a un filo di senso che comprende azioni, narrazioni, pensiero e esperienza.
- Affettività e desiderio: via per dare corpo al desiderio di realizzazione, di pienezza, di realtà, la generatività muove la passione e l’affettività, ci apre agli altri e al mondo e ci libera dalla prigione di noi stessi e dalle angustie della situazione presente.
- Adeguatezza e riformismo: generare implica compromettersi con il mondo, non per accettarlo così com’è, ma per cambiarlo dall’interno, un po’ per volta. Nel rendere ciò che viene generato adeguato al mondo, la generatività trasforma dal basso, e in continuità con una storia di cui è parte, le forme istituzionali della vita sociale
- Sensibilità e sostenibilità: la generatività è sensibile al mondo circostante, di cui riconosce le potenzialità ma anche le fragilità. Attenta a non sfruttare il contesto sociale e ambientale, essa se ne prende cura, esprimendo così una forma di veglia e vigilanza, una premura sull’umano.
- Resistenza e sacrificio: la generatività non fugge il conflitto ma lo attraversa; non si arrende di fronte alle difficoltà né si scoraggia per i fallimenti, che possono anche aiutare a riaggiustare a direzione. Sollecitata dalla contingenza che le viene incontro, essa cerca di imprimere una spinta di rinascita dentro la realtà, che “rende sacra” attraverso la dedizione e l’impegno.
Il metodo sturziano
Ma l’azione non si dà, non rappresenta nulla, se non osa sé stessa,se non è informata dalla fede. Dalla fede nell’incompiutezza che sta nell’azione stessa, che pur ha passato “al vaglio della realtà” le condizioni del suo esistere.
“La storia ha plasmato l’ Italia in mille modi, dando a ciascuna zona la sua caratteristica, la sua personalità, una e multipla allo stesso tempo” (L.Sturzo) Un metodo assume efficacia e trasmissibilità se costantemente si confronta con le finalità dell’azione. Le finalità di un azione sono strettamente connesse alla “visione del mondo” che si ha ed alla missione che all’interno di questa visione si interpreta. Questi quattro elementi (visione della realtà, finalità dell’azione, missione del soggetto, metodo dell’azione) costituiscono l’infrastruttura di un discorso politico che sostiene e che a sua volta è alimentato da un azione politica.
Ognuno dei quattro elementi fondanti il discorso è da sé incompiuto, parziale, ha bisogno di un confronto costante con la realtà. Di più, ha bisogno di essere immerso nella realtà. Un azione umana è feconda se è localizzata, nasce in un luogo e contribuisce al “prender vita” di quel luogo. Se respira nel “suo tempo”, se ha l’intonazione ed il ritmo del tempo in cui prende forma e sa esserne interprete . Resistenza e resa sono i due poli entro i quali ogni azione prende corpo. Così teoria e prassi non possono che avere un rapporto dialogico, di mutua fecondità, e si potrebbe persino dire di “correzione fraterna”.
Ma l’azione non si dà, non rappresenta nulla, se non osa sé stessa,se non è informata dalla fede. Dalla fede nell’incompiutezza che sta nell’azione stessa, che pur ha passato “al vaglio della realtà” le condizioni del suo esistere. Questo limite dell’azione umana, che la sottrae ad un astratto concetto di perfezione, è fonte di compassione vicendevole tra gli uomini e contemporaneamente dilata all’infinito le possibilità dell’azione stessa, la ricongiunge con il simbolo. Travalica lo spazio ed il tempo.
Sturzo ci ha lasciato un metodo, e questo metodo è basato su un “ascolto itinerante”, su un andare incontro per lasciar parlare. La dimensione dell’ascolto è fondamentale per cogliere i semi di novità di cui l’Italia è ricca evitando l’intellettualismo astratto e il tecnicismo.
In fondo è questo che rende ancora attuale Luigi Sturzo, che lo fa “parlare” a noi oggi, lo fa essere al di là della sua contingenza storica. Riferendoci in particolare alla sua visione dell’Italia, nel suo conformarsi morfologico e nel suo divenire storico, ma anche nelle sue diverse culture che sanno sentirsi un popolo, un popolo multiforme. Come costruire un’azione che dia voce a ciò che è ” uno e multiplo allo stesso tempo”?
A questa missione Sturzo è rimasto fedele tutta la vita. Un ministero che non è sfuggito a nessuna prova della realtà, a nessun sacrificio.
Ripercorrendo la biografia di Sturzo e rileggendo molti suoi scritti vorremmo così mettere in evidenza alcune caratteristiche del suo metodo che abbiamo ritenuto sintoniche con questo tempo e congeniali al progetto.
Sturzo ci ha lasciato un metodo, e questo metodo è basato su un “ascolto itinerante”, su un andare incontro per lasciar parlare. La dimensione dell’ascolto è fondamentale per cogliere i semi di novità di cui l’Italia è ricca evitando l’intellettualismo astratto e il tecnicismo. Se poi l’ascolto è itinerante, mette in gioco disponibilità, ricerca, attenzione, desiderio di vedere le cose là dove accadono, di essere parte della realtà prima di raccontarla con fedeltà. L’Italia buona che c’è ma non si vede può emergere solo se la si va a cercare.
Il metodo di Sturzo presuppone la centralità della narrazione: nel mondo contemporaneo, che è il mondo dell’informazione (caratterizzata da velocità e rapidissima obsolescenza), la narrazione entra in crisi. Ed è una crisi dalle conseguenze culturali nefaste, perché non saper raccontare significa non saper selezionare gli eventi rilevanti, collegarli, interpretarli, comunicarli.
Nel racconto il particolare non è mai autosufficiente, ma è un “universale esemplare” che può parlare ad altri, in circostanze diverse, e il cui significato non è mai completamente esaurito dalla forma che assume. Ogni racconto di esperienze significative collega la propria specificità all’ universale che è lo specifico italiano.
Esperienza ed istituzione non possono essere scisse, si deve costantemente vegliare perché il processo sociale e politico non faccia mai venir meno questa relazione. Pur sapendo che si tratta di un equilibrio sempre da riconquistare.
Il racconto che si costruisce a partire dall’ascolto itinerante privilegia l’autonarrazione, come condizione fondamentale per lo scambio di esperienze, perché contano le parola dei protagonisti, la loro definizione del problema, il loro intuito sulle possibili soluzioni. E poi, per non fermarsi alla raccolta di esperienze interessanti, costruisce una cornice capace divalorizzare le singole esperienze, collegandole al genius loci del Paese, attraverso una pluralità di forme e di linguaggi (la scrittura, le immagini, la musica, i suoni) che restituiscano la ricchezza della realtà rappresentata e renda possibile un’identificazione positiva degli italiani con il loro Paese.
Il fondamento del popolarismo sturziano incarna la politica innanzi tutto nell’autorganizzazione sociale, nel suo essere fondamento necessario ad ogni struttura e funzione che si faccia poi “istituzione politica”. Esperienza ed istituzione non possono essere scisse, si deve costantemente vegliare perché il processo sociale e politico non faccia mai venir meno questa relazione. Pur sapendo che si tratta di un equilibrio sempre da riconquistare. Non ci può essere una buona politica senza una buona socialità che la faccia sorgere e senza una buona amministrazione che la sorregga. Viceversa una buona politica costruisce le condizioni per una gestione amministrativa sana e perché si alimenti costantemente una socialità virtuosa.
Se si è seriamente intenzionati a ricercare il bene comune e a far progredire la democrazia,in una condizione plurale come quella Italiana è necessario saper stimolare e coordinare più azioni comuni simultaneamente, facendole integrare in un unico disegno e significato corale che duri nel tempo. E’ questo il senso ultimo, oggi dimenticato, del comunicare.
L’ambizione di costruire un luogo vivo, partecipato, nel quale costruire identificazione, relazioni, trarre ispirazioni.
Nel linguaggio religioso, “liturgia” è “azione del popolo”. Se di nuovo personalismo e nuovo popolarismo abbiamo bisogno, allora quello a cui occorre prestare attenzione sono i modi attraverso cui oggi può essere di nuovo plausibile ricomporre quella straordinaria potenzialità che il mondo sociale racchiude ed esprime, facendo superare lo sconfortante stato di frammentazione divisiva che ne deprime ogni idealità e potenzialità.Fare rete ai tempi di Sturzo era molto più difficile, mentre oggi è, almeno tecnicamente, un’operazione accessibile. L’Archivio della generatività italiana è consapevole della ricchezza delle nuove tecnologie e intende essere il primo passo di una nuova connessione reticolare tra le esperienze in qualche modo esemplari del nostro Paese.
Al di là della pur preziosa funzione documentativa, esso ha dunque l’ambizione di costruire un luogo vivo, partecipato, nel quale costruire identificazione, relazioni, trarre ispirazioni, così da elaborare, in modo processuale e cooperativo, un sapere comune, capace di immaginare pratiche e delineare politiche a partire dall’esistente.
La forza mite della politica generativa
La crisi finanziaria, economica, occupazionale, apre una nuova fase, destinata a misurare la capacità delle varie aree del mondo di reggere all’urto delle nuove condizioni.
Su scala mondiale, gli ultimi 30 anni hanno segnato un periodo di grande trasformazione, durante il quale sono stati raggiunti straordinari risultati dal lato della crescita economica e della diffusione della democrazia. Centinaia di milioni di persone sono entrate nel circuito dello sviluppo, modificando radicalmente la geopolitica e la geoeconomia planetarie.
La crisi finanziaria, economica, occupazionale, apre una nuova fase, destinata a misurare la capacità delle varie aree del mondo di reggere all’urto delle nuove condizioni.
Le montagne di debiti accumulati, i problemi ambientali ed energetici, l’aggravamento dei livelli di disuguaglianza, i diffusi sentimenti di paura, i fallimenti esistenziali e relazionali, gli squilibri demografici, sono tutti sintomi della insostenibilità del modello. A ciò, si aggiungono ora gli effetti umani della crisi. Far finta di niente, e insistere sulla stessa direttrice di sviluppo, non potrà che aggravare i problemi.
Come sempre nella storia, il parto di un nuovo modello non potrà che essere lungo e difficile. Tuttavia, soprattutto in Europa, non c’è altra scelta: se non si vuole sprofondare occorre fare emergere una prospettiva capace di andare al di là della visione consolidata negli ultimi decenni, visione che, nel Vecchio Continente, ha mescolato la spinta individualistica e edonista con il permanente ruolo protettivo dello stato, in un circolo vizioso di cui la misura è un debito pubblico divenuto ormai insostenibile.
Per molti aspetti, si tratta di una crisi di crescita: come negli anni ’70 parlare di “statalismo” fu la chiave per cogliere i limiti di una configurazione che pure era stata gloriosa, così oggi parlare di “mercatismo” significa assumere l’intossicazione di un mondo che combinava competizione e desiderio, dimenticando altri elementi ugualmente fondamentali della nostra condizione antropologica. Per risolvere i problemi che abbiamo di fronte non è più sufficiente sollecitare gli animal spirits imprenditoriali, stimolare il desiderio dei consumatori, sostenere l’innovazione tecnologica.
La modernizzazione non è mai solo una questione tecnica, ma è sempre anche una cornice di senso in grado di stimolare e valorizzare l’impegno personale.
Il problema non è più solo crescere, ma come crescere sia perché, nei paesi ad economia e società mature, lo sviluppo quantitativo non regge più senza un investimento serio nelle dimensioni più qualitative; sia perché, in un mondo interconnesso, lo sviluppo di una regione o di una nazione non può che essere pensato in relazione a ciò che accade al di fuori dei suoi confini. Nei prossimi anni, nel mondo, in Europa, in Italia il problema sarà quello di ripensare la crescita economica senza più disgiungerla – come è stato fatto negli ultimi trent’anni – dallo sviluppo umano e sociale delle persone, dei luoghi, delle comunità. E’ questa l’eredità difficile, ma intrigante, che la crisi sembra consegnarci: come tradurre in una nuova idea di sviluppo questa sfida?
La politica “generativa” parte dal presupposto che lo sviluppo fiorisce laddove il “terreno” umano è ricco e ben coltivato.
Ciò comporta alcune fondamentali conseguenze.
La prima è che lo sviluppo è opera dei e per i soggetti sociali. Per quanto efficienti possono essere i dispositivi tecnici, senza un’adeguata mobilitazione delle energie morali diffuse, la crescita resta asfittica. Sono le persone, i gruppi, le comunità che dispongono delle motivazioni, delle idee, delle capacità che alimentano lo sviluppo. La storia lo dimostra con chiarezza: i momenti di slancio creativo sono quelli nei quali si riesce a trovare una corrispondenza tra la sfera psichico-spirituale e quella materiale-strutturale. La modernizzazione non è mai solo una questione tecnica, ma è sempre anche una cornice di senso in grado di stimolare e valorizzare l’impegno personale. Concretamente, di fronte all’enorme spinta vitale espressa dai paesi emergenti, quale dinamismo può ancora animare la Vecchia Europa?
La politica generativa sa che le risorse spese per le persone, i territori, le relazioni non sono un costo – risorse sottratte a usi più produttivi – ma un investimento decisivo per fertilizzare il terreno sul quale la crescita si produce.
La seconda conseguenza è che il compito della politica è quello di lavorare per favorire il pieno dispiegarsi delle soggettività sociali. Tale obiettivo viene raggiunto lavorando tanto sui fattori “duri” – gli investimenti infrastrutturali, la dotazione tecnologica, l’inquadramento giuridico-istituzionale – quanto sui fattori immateriali – la formazione, la cultura, la qualità della vita. In questo modo, si supera sia la logica statalista – che vede nella mano pubblica il grande Leviatano a cui spetta l’onere dell’azione – sia l’impostazione mercatista – che considera il mercato il solo ambito in cui l’energia creativa può esprimersi.
La terza conseguenza è che libertà, giustizia e sviluppo sono tre dimensioni che non è bene separare. La crescita economica fiorisce in un contesto sociale ricco e variegato, opera di uomini liberi che sono stati messi nelle condizioni migliori per esprimere il loro talento. Oltre a certi livelli, l’ingiustizia sociale non solo è contraddittoria rispetto all’idea di libertà, ma è anche un ostacolo allo sviluppo.
Per queste ragioni, la politica generativa sa che le risorse spese per le persone, i territori, le relazioni non sono un costo – risorse sottratte a usi più produttivi – ma un investimento decisivo per fertilizzare il terreno sul quale la crescita si produce. Per essere duraturo, lo sviluppo economico deve essere anche sviluppo umano e sociale. La politica generativa si concepisce come una forza mite. Consapevole di svolgere un ruolo prezioso nella costruzione delle condizioni di uno sviluppo sostenibile, essa sa che la condizione del suo successo è di operare “in seconda battuta”, stando bene attenta a non sostituire o soffocare le energie vitali, personali e sociali.
Lungo il crinale stretto che evita lo statalismo e il mercatismo senza svalorizzare né lo stato né il mercato, che stimola il pluralismo sociale e potenzia l’efficienza sistemica senza sottovalutare l’importanza della senso e delle risorse morali comuni necessarie a sostenere lo sviluppo, la politica generativa intravvede la possibilità di un rilancio per l’Italia e l’Europa.
Ecco perché la sua azione non mira ad accentrare il potere nelle mani di pochi, ma a creare le condizioni perché le energie umane possono esprimere al meglio le loro potenzialità all’interno di un tessuto sociale articolato e plurale.

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